800 dipendenti più altri mille, circa, nell’indotto. Questi sono i posti di lavoro garantiti a Pistoia dalla Breda, la vecchia S.Giorgio, fabbrica specializzata nella costruzione dei treni. Ora sono mesi che si rincorrono voci di una possibile vendita della fabbrica che fa parte del gruppo Finmeccanica. Ad evidenziare una simile possibilità, ma il tema non è certo la prima volta che sale all’onore della cronaca, lo stesso amministratore delegato di Finmeccanica, Giuseppe Orsi. Motivo della decisione: il passivo cronico, nonostante i treni della Breda vengano venduti in tutto il mondo e il fatto che la costruzione dei treni non rappresenta il core business di Finmeccanica. Ovviamente la possibilità della vendita ha scatenato le organizzazioni sindacali, Cgil in testa, e le istituzioni locali, con manifestazioni, presidi e cortei nei quali si sono distinti il presidente della Regione Rossi e il sindaco di Pistoia, Berti, entrambi del PD. A prima vista tutto logico. Solo che c’è un però. Per scoprirlo bisogna andare indietro di qualche anno, perché i fatti di oggi sono inevitabilmente figli di quelli di ieri. Erano gli anni ’80 e nel settore del trasporto ferroviario operavano in Italia 3 aziende di un certo peso, la Breda, con il maggiore stabilimento a Pistoia, l’Ansaldo, con stabilimenti in Campania e, in Piemonte, e Fiat ferroviaria. Le prime due di proprietà pubblica, la Breda era dell’Efim e l’Ansaldo di Finmeccanica, la terza rappresentava il comparto treni della Fiat, quindi di proprietà privata. Sul finire degli anni ’90 il sogno di molti era quello di creare un grosso polo ferroviario nazionale mettendo insieme le tre aziende che, fra l’altro, si completavano, considerando le rispettive specializzazioni. Realizzare il progetto però voleva dire privatizzare le prime due e non certo rendere pubblica la terza. Era al governo il centrosinistra (1996-2001, Prodi/D’Alema/Amato). Non se ne fece di niente e nel 2000 la Fiat vendette alla francese Alstom. Subito dopo il governo, ministro dei trasporti Bersani, dette il via, sotto Finmeccanica, alla fusione fra Ansaldo e Breda. L’operazione si concluse ad inizio del 2001, poco prima della scadenza della legislatura. Nacque l’AnsaldoBreda. A Pistoia c’era un reparto progettazione treni dove lavoravano oltre 200 tecnici, in gran parte ingegneri. Era il cervello di tutta l’azienda. Bassolino, potente esponente campano dei Ds, fra l’altro aveva appena lasciato l’incarico di ministro del lavoro sotto il governo D’Alema, era stato eletto, proprio nel 2000, governatore della Campania. L’occasione di potenziare il polo campano della nuova azienda era troppo ghiotta e Bassolino non se la fece scappare. Cominciò ad insistere per la fusione e perché tutta la parte progettuale fosse portata a Napoli. Così fu fatto con il tacito accordo dei vertici della Regione Toscana, del Sindaco di Pistoia e delle organizzazioni sindacali, CGIL in testa. Guarda caso tutti gli attori principali erano della stessa parrocchia. A Pistoia rimase la fabbrica, in pratica un guscio vuoto. Il resto è storia recente: la gestione tutta politica della fabbrica, lo strapotere sindacale interno, le difficoltà economiche. Nel frattempo però l’azienda continuava a lavorare con un certo successo, anche se a costi sempre maggiori. Le difficoltà aumentavano giorno dopo giorno, l’anno scorso a salvare capra e cavoli l’assegnazione da parte delle FS di una commessa per costruire, insieme alla canadese Bombardier, il nuovo treno ad alta velocità per le ferrovie italiane. Passato un anno evidentemente anche quella commessa non basta più e le voci di una vendita sono riprese a circolare. Con le reazioni che abbiamo già ricordato. Fra l’altro uno dei possibili acquirenti è l’americana General Electric che aveva manifestato interesse per un’altra azienda Finmeccanica che opera nel settore del segnalamento ferroviario, la Ansaldo Sts. Sembra che Finmeccanica si sia dichiarata disponibile a patto che GE acquisti anche la Breda. A fronte di queste voci il titolo Finmeccanica ha registrato, in Borsa e di questi tempi, un incremento del 17 per cento, quando dal primo gennaio a settembre aveva registrato un deprezzamento del 48 per cento. La vicenda merita almeno due considerazioni. La prima: la situazione attuale è tutta figlia delle scelte e della politica portata avanti dalle sinistre. Sul piano politico con il via libera dato a Bassolino per il potenziamento del polo napoletano e su quello sindacale con la sindacalizzazione estrema dei dipendenti. Tanto che il titolo della casa madre è schizzato in avanti appena è circolata la voce di un possibile scorporo della Breda (e per questa responsabilità storica è del tutto anomalo, o forse no?, vedere oggi il PD salire sulle barricate, naturalmente contro il governo). Seconda considerazione: perché mai il passaggio di proprietà di una fabbrica viene visto come una jattura? Evidentemente perché i nostri eroi sanno benissimo che un privato non potrebbe avallare e tollerare comportamenti e situazioni che alla Breda erano di casa. Tanto è vero che interpellato da sindacati e istituzioni sul futuro dello stabilimento, l’ad di Ansaldo Breda, non rispondendo sulla vendita, ha messo l’accento sulla necessità di recuperare efficienza e competitività. Cosa che si fosse sempre fatta non avrebbe causato le difficoltà attuali e il possibile ridimensionamento della più importante fabbrica di Pistoia.
Raimondo Magnini

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