
Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto. Dopo l’inatteso successo di Flávio Bolsonaro al primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile, la rimonta del presidente in carica è ancora più sorprendente. Questo anche perché Lula è il primo leader dalla fine della dittatura militare nel Paese a vincere un ballottaggio dopo essere arrivato secondo al primo turno, e anche il primo ad assicurarsi un quarto mandato, seppur non consecutivo. Il risultato è arrivato al termine di una giornata elettorale caotica, segnata dalla proroga di due ore dell’apertura dei seggi per problemi nei trasporti pubblici nello Stato di Bahia e le forti piogge negli Stati del Sud. Bolsonaro – figlio maggiore dell’ex presidente Jair, in carcere per il tentato golpe del 2023 – non ha riconosciuto la sconfitta e ha annunciato che chiederà l’annullamento del voto. Tuttavia, non sembrano esserci margini per un ribaltamento delle elezioni, che Lula ha vinto con il 51,8% dei voti, 4 milioni di preferenze in più rispetto allo sfidante, fermo al 48,2%. Il problema del presidente ora è che lo stesso elettorato brasiliano il 4 ottobre ha eletto il Congresso più conservatore dalla fine della dittatura: il Partito liberale di Bolsonaro e i suoi alleati potrebbero controllare oltre 280 dei 513 seggi della Camera e fino a 50 degli 81 del Senato. Lula, dunque, torna al Planalto senza una maggioranza.

Una rimonta sorprendente
Per recuperare terreno, nelle ultime tre settimane il presidente ha mobilitato la propria base elettorale e puntato su un pacchetto di misure sociali. Il primo obiettivo, però, era riconquistare gli oltre 33 milioni di elettori che il 4 ottobre non si erano presentati alle urne per il primo turno. Così Lula – che fino a poche settimane fa ammetteva di non possiede un cellulare e ha sempre ironizzato sulla generazione degli smartphone – ha iniziato a pubblicare video e selfie nel tentativo di parlare in modo più diretto ai giovani e agli elettori più lontani dalla politica. La svolta sembra avere dato i suoi frutti, con l’astensione che è scesa al livello più basso degli ultimi vent’anni. Promesse e strategia sociale a parte, anche i due dibattiti televisivi potrebbero aver pesato. In particolare il secondo di venerdì 23 ottobre su TV Globo, segnato dalla gaffe di Bolsonaro sul dito che Lula aveva perso in un incidente in fabbrica, con lo scambio che è rimbalzato online per tutto il fine settimana. Parlando di salario minimo, il senatore che esce perdente dalle elezioni ha detto che non serve aumentarlo “se dai con una mano e togli con nove dita”. Lula, che compirà 81 anni martedì 27 ottobre, si è posizionato al centro della scena e ha guardato direttamente in camera: “Ero minorenne e lavoravo di notte, perché o lavoravo o non mangiavo – ha detto – Non accetterò che un tipo ricco mi chiami ‘nove dita’”. Prima del dibattito i sondaggi davano lo sfidante avanti di due punti in media; domenica Lula ha vinto con tre punti e mezzo di scarto.
Chi paga il conto?
Per Lula, però, il difficile comincia adesso. La vittoria non sposta i rapporti di forza in Parlamento, dove il partito di Bolsonaro e i suoi alleati controllano entrambe le Camere. Inoltre, tra i due turni il governo è diventato il motore della campagna, adottando misure come un aumento del 15% della Bolsa família, ovvero i sussidi per le famiglie più povere, l’azzeramento dell’imposta federale sulla benzina, la fine della settimana lavorativa di sei giorni – approvata anche in Senato – e, a quattro giorni dal voto, la promessa di autobus e metropolitane gratuiti nei fine settimana. Secondo l’Istituzione fiscale indipendente del Senato, nel 2026 le misure del governo pesano direttamente sui conti pubblici per oltre 90 miliardi di real, circa 15 miliardi di euro. Per finanziarle servirà quasi altrettanto in aggiustamenti di bilancio solo nel 2027, e il trasporto gratuito dovrebbe essere pagato con i fondi che deputati e senatori destinano ai propri collegi. Lula ha davanti due strade. Può cercare una mediazione con l’ala più pragmatica del centrodestra, a costo di rinunciare a parte delle sue promesse. Oppure può andare allo scontro con un Congresso in grado di bloccarle tutte. Intanto i mercati, che avevano scommesso su Bolsonaro, temono che la vittoria di Lula faccia esplodere il debito pubblico. Nelle ultime ore il real ha perso oltre il 10% sul dollaro statunitense, e la Borsa di San Paolo ha sospeso le contrattazioni.
L’Europa tira un sospiro di sollievo
Lula ha giocato la campagna anche sul terreno della sovranità. Alla vigilia del voto, dal palco di Copacabana, ha descritto la scelta come quella tra “chi bacia la bandiera nazionale” e “chi bacia la bandiera americana”. “Non permetteremo che il Brasile sia il cortile di nessuno”, ha aggiunto, con un riferimento alla vicinanza della famiglia Bolsonaro al presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La vittoria di Lula, storico capofila della sinistra brasiliana, segna una battuta d’arresto per l’amministrazione americana, che punta ad allargare la propria influenza in America Latina, e va in senso opposto alla tendenza degli ultimi anni nella regione. Cile, Colombia, Perù e Costa Rica hanno scelto presidenti di destra; Brasile e Messico, i due Paesi più popolosi del continente, restano invece governati dalla sinistra. È prevedibile che Brasilia mantenga una linea autonoma rispetto a Washington, anche sul piano commerciale. Per questo in Europa la rielezione di Lula è stata accolta con sollievo. “In Brasile hanno vinto la democrazia e il multilateralismo. Il partenariato tra l’Europa e il Brasile è fiorente”, ha scritto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’accordo tra Ue e Mercosur firmato a gennaio era tra i dossier più esposti a un cambio di governo. In poche ore sono arrivate le congratulazioni di numerosi leader europei e da Madrid, il primo ministro Pedro Sánchez, atteso alle urne il 29 novembre, ha subito letto il voto in chiave interna: “Quello che è successo in Brasile succederà anche in Spagna – ha pronosticato – La rimonta del progressismo globale è appena cominciata”.
Il commento
di Emiliano Guanella, Corrispondente da San Paolo per RSI – Tv Svizzera e La Stampa; analista politico
“Questa ultima vittoria è sicuramente la più dolce e storica, ma adesso Lula deve pensare al dopo. La fine della sua epoca è ormai una questione anagrafica, oltre che politica: nel 2030 avrà 85 anni e per legge non può aspirare a un quinto mandato. Da gennaio avrà contro un Parlamento spostato decisamente a destra, così come i governi di molti Stati importanti della Federazione. Dovrà pagare le promesse fatte e tessere alleanze ancora più ardite e pericolose di quelle attuali. I soldi in cassa, prima o poi, finiranno.”
Alessia De Luca

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