
Dopo aver testato nuovi massimi relativi di periodo, ieri i mercati azionari hanno iniziato una fase di correzione, che per ora è apparsa assai limitata, a dire la verità, ma che nessuno può escludere possa approfondire nelle prossime ore. I listini americani hanno chiuso in rosso, con il Dow Jones a -0.18%, l’S&P-0.2% e il Nasdaq a -0.59%. Ieri sera poi sono usciti i verbali della Fed che di fatto non hanno aggiunto nulla di quanto già sapessimo, ovvero che, oltre ad aver lasciato i tassi ai massimi degli ultimi 22 anni, nella forbice 5.25%-5.50%, il board ha deciso di mantenere invariato il costo del denaro per evitare una eccessiva stretta monetaria. Lo stesso Presidente, ha ammesso che il dot plot del mese di settembre che prevedeva un altro aumento dei tassi, avrebbe potuto non essere accurato. I mercati sono rimasti negativi anche dopo la presentazione dei verbali con i listini del vecchio continente, tra cui il Dax che hanno iniziato anch’essi una correzione che però appare ancora all’inizio di un possibile movimento maggiormente impulsivo.
DATI MACRO.
Sul fronte dati, ieri hanno sorpreso negativamente quelli relativi al mercato immobiliare Usa, in particolar modo le vendite di case esistenti, scese del 4.1% su base mensile, a 3.8 milioni, il livello più basso da 13 anni a questa parte. Rallenta anche l’indice delle attività della Fed di Chicago a -0.49 ad ottobre, il più basso degli ultimi 7 mesi. Questi numeri, se dovessero cominciare a preoccupare, potrebbero portare alla rottura della correlazione che da due anni prevale, ovvero quella per cui i dati negativi Usa erano ragione per sperare nella fine del rialzo dei tassi, con conseguenze positive sui listini. Ma se ora prevalesse l’idea di un possibile hard landing, in conseguenza di dati decisamente peggiori delle attese, i listini potrebbero tornare a scendere secondo una correlazione diretta decisamente più logica e che in quel caso tornerebbe a guardare alla crescita e non solo all’inflazione.
VALUTE.
Anche il dollaro ha leggermente risollevato la testa, recuperando dai minimi qualcosa intono allo 0.3%, e analogamente lo Jpy ha ceduto uno 0.40%. Il mercato resta perfettamente dollaro centrico ed è sui cross dove si sono concentrati probabilmente i flussi più interessanti. EurCad per esempio ha ceduto quasi 100 punti dai massimi, arrivando sul minimo della candela daily precedente, che potrebbe anche significare una possibile inversione di breve termine con obiettivi intorno a 1.4800. Ma anche AudCad e NzdCad, sono andati a vedere degli eccessi vicino a doppi massimi interessanti di medio termine che poi sono apparsi come resistenze chiave da cui i prezzi hanno stornato un centinaio di pips. La chiave è stata la parziale correzione del UsdCad, sceso dopo la pubblicazione dei dati sul Cpi, uscito inferiore alle attese, con una reazione apparentemente contraria alla logica, ma probabilmente legata al principio di buy on rumors (per usdcad) e sell on news.
ARGENTINA.
Torniamo a parlare di quanto sta accadendo in Argentina, perché la proposta di dollarizzare il paese, da parte di Milei, sembra uno schiaffo ai Brics, che invece parlano di dedollarizzazione nei loro scambi commerciali. La logica dietro la dollarizzazione è chiara: eliminare il rischio di svalutazione improvvisa, aumentare la fiducia degli investitori esteri, e stimolare la crescita economica. Tuttavia, la transizione non è priva di sfide. La gestione economica del passato ha azzerato le riserve della banca centrale, creando incertezza su come Milei possa ottenere la liquidità iniziale in dollari. La dollarizzazione presenta somiglianze con l’adozione dell’euro da parte dei paesi europei, ma con differenze significative. Mentre l’Europa ha creato una banca centrale comune, la dollarizzazione implica la cessione della sovranità monetaria agli Stati Uniti. A livello internazionale, la decisione argentina potrebbe influenzare gli equilibri geopolitici. Inserita inizialmente nei Brics, l’Argentina si trova ora con un leader filo americano che addirittura propone il dollaro come moneta unica. L’adozione del biglietto verde come valuta locale avrebbe tutti i vantaggi dell’utilizzo di una moneta di grandi dimensioni, ma d’altra parte presenta evidenti svantaggi. Il principale è che il paese smetterebbe di controllare la politica monetaria, quindi tutte le decisioni in tal senso dipenderebbero dal paese che emette la moneta, in questo caso la Federal Reserve americana (FED), perdendo la sovranità nel controllo monetario, e ponendosi in una condizione di svantaggio verso ciò che decidono i mercati e un paese straniero. Inoltre non sarebbe possibile svalutare per recuperare competitività internazionale. E per ultimo, la banca centrale non potrebbe funzionare da prestatore di ultima istanza nel caso di crisi bancarie o corse agli sportelli, poiché i depositi sarebbero in valuta estera. La storia ci dice che la dollarizzazione è stata possibile in paesi piccoli che non avevano la capacità di esercitare una propria politica monetaria. Per paesi grandi come l’Argentina le cose potrebbero anche non funzionare. E per noi, che siamo sempre stati favorevoli alla sovranità monetaria, come metodo per recuperare competitività anche attraverso svalutazioni limitate e controllate, la dollarizzazione non può essere considerata come la strada giusta per tornare a crescere.
Saverio Berlinzani

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