
C’è un dettaglio che in Italia non si considera: spesso non governa davvero chi vince, governa chi riesce a tenere insieme i pezzi. E questo cambia tutto. Perché a fine anno non stai giudicando solo una squadra, stai giudicando anche il campionato, l’arbitro e un regolamento scritto per produrre pareggi.
Sul piano economico, il governo ha scelto una linea prudente. Niente fughe in avanti, niente grandi numeri lanciati al vento, più attenzione a non far deragliare i conti che a promettere miracoli. In un Paese vecchio, rallentato e pieno di vincoli, può sembrare poco, ma è già una forma di realismo. Il problema è che il realismo, da solo, non scalda nessuno: se la crescita resta debole, se i salari inseguono sempre, se la pressione fiscale viene percepita come una morsa, l’impressione finale è quella di un’Italia che resta ferma mentre il mondo accelera. E qui si torna alla nostra malattia cronica: lo Stato visto come una mucca da mungere a oltranza, come se le risorse fossero infinite e il conto lo pagasse sempre qualcun altro.
In politica estera invece la faccenda si fa più scivolosa. Il governo si muove spesso su una linea poco leggibile: un colpo al cerchio e uno alla botte, con l’idea di tenere aperti tutti i canali e di non scontentare nessuno. Solo che la politica estera non premia l’ambiguità: premia la coerenza. Quando il messaggio cambia tono a seconda dell’interlocutore, il Paese perde peso specifico. Non perché debba fare il duro o il profeta, ma perché deve essere riconoscibile. Se oggi sei una cosa, domani un’altra e dopodomani “dipende”, gli altri ti ascoltano, ma non ti seguono.
E poi c’è il punto che inquina tutto, anche quando le intenzioni sono buone: l’obbligo strutturale della coalizione. Anche questo governo, come tanti altri prima, si porta addosso la zavorra di dover mediare sempre. Non è un “valore” di per sé: spesso è un freno, non uno sviluppo. La coalizione diventa una specie di manutenzione continua, una trattativa permanente, dove la direzione non la decide chi guida ma chi minaccia di scendere dall’auto in corsa. E così ogni scelta è più lenta, più annacquata, più tattica che strategica.
Alla fine il bilancio lascia una sensazione chiara: al netto di chi sta a Palazzo Chigi, questo Paese ha bisogno di un’architettura diversa. Serve una legge elettorale che non costringa a governi tenuti insieme col filo di ferro, e serve un sistema che renda il comando più netto e soprattutto responsabile. Un presidenzialismo “alla francese” o un modello che dia stabilità e potere di decisione come avviene in altri grandi paesi europei, perché così com’è l’Italia resta prigioniera di cariatidi istituzionali: strutture pesanti, lente, intoccabili, che trasformano qualunque governo in un equilibrista.
Voto finale: 6.
Piero Terracina

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