Di certo, c’è un equivoco, una ambiguità di fondo, che ha segnato dall’inizio il mandato di Bersani; una scelta di compromesso che non si è mai risolta in una direzione precisa.

Di certo, c’è un equivoco, una ambiguità di fondo, che ha segnato dall’inizio il mandato di Bersani; una scelta di compromesso che non si è mai risolta in una direzione precisa, mantenendo invece sempre tutte le insidiose caratteristiche di un procedere borderline, poco efficace in tempi normali, assolutamente letale in momenti critici di dissoluzione che avrebbero necessariamente richiesto una reale capacità di ricomposizione su nuove e più salde basi. E’ stato il Segretario eletto dalla base più conservatrice, che vedeva in lui l’esponente più vicino al vecchio apparato di partito, e dunque il meno adatto ad inseguire quella vocazione maggioritaria con cui il Pd era stato disegnato, ma il più funzionale a garantire una trincea rispettosa delle consolidate gerarchie, a tenersi in equilibrio sulle spinte interne delle correnti, senza però esercitare mai una vera leadership fondata su un progetto politico, su una visione più ampia della mera conservazione della rendita di posizione, su una scommessa che andasse appena un pò più in là del fatuo gioco di rimessa portato avanti sulla logora litania antiberlusconiana. Dunque, nel migliore dei casi, una sorta di garante di equilibri perniciosi, nel peggiore un liquidatore chiamato a prendere atto del fallimento del Pd. E Bersani, in questi anni, è stato costretto ad assumere entrambi i ruoli, con l’unico inevitabile risultato di una sconfitta personale, prima ancora che politica, che ha assunto dimensioni talmente abnormi da essere davvero spiazzanti.
Ma l’equivoco investe tutto l’apparato del partito, e non si può tacerlo oggi che pure vediamo tutti i limiti e le inadeguatezze del suo Segretario – perchè erano tutti lì, in prima fila, padri nobili e presunte giovani leve, ad applaudirlo, quando inanellava discorsi banali e stanchi, senza alcuna presa sul reale, senza alcuna coscienza del presente, senza alcuna dialettica con l’elettorato, soprattuto senza alcuna autentica traccia di una idea di partito, prima ancora che politica, che indicasse una via riformatrice e contemporanea ad una sinistra che pure ambiva a darsi una collocazione europea e persino mondiale. Erano tutti lì, a dirgli bravo, bene, continuiamo a far finta di nulla, mentre la casa brucia ma noi siamo tutti compatti nel dire che le fiamme non le abbiamo appiccate noi, dunque si muore da innocenti – ma se non fai qualcosa per spengere l’incendio non sei meno colpevole di chi lo ha appiccato.
Si sono baloccati con le ambiguità mai chiarite, e Bersani ne è stato il cantore – l’ultimo, si spera, ma non ci sentiamo così ottimisti da crederlo davvero. Nel suo discorso di apertura della campagna delle primarie, a Bettola, si è esplicitata la summa di tutte queste ambiguità, lo scrivemmo allora – e non era così scontato – lo ribadiamo oggi, sapendo che ancora avremo contro chi pensa che stare nella trincea della conservazione sia l’unica soluzione possibile per far fronte ai cambiamenti. In quel discorso, c’era tutto l’elenco degli equivoci, sapientemente alimentati, che oggi esplodono insieme al Pd ma che vengono da molto più lontano. Il falso mito delle radici, ovvero dell’immobilità come valore assoluto, il richiamo di un mondo piccolo, provinciale, diviso in rigide categorie sociali, il disegno di uno schema immutabile ed invariato – era l’autunno del 2012, parevano gli anni Cinquanta; ed a parlare era un Segretario che perpetuava la politica del Pater familias, che esercitava la sua tutela e riteneva che spettasse solo a lui dettare i tempi ed i modi di un cambiamento, di tenere a bada i nuovi, di conservare le posizioni dei vecchi, di procedere per concessioni autorevoli, ma mai per confronti alla pari.
Quando invece sarebbe stato necessario, doveroso e per di più urgente uscire dalla trincea e dire con chiarezza che essere di sinistra, oggi, non può avere lo stesso significato che aveva cinquanta o sessanta anni fa, perchè il mondo è talmente cambiato che tutto va resettato se si vuole che ancora abbia una senso. E che un partito che non riesce ad interpretare – e dunque a calarcisi da protagonista attivo – il presente, è del tutto inutile perchè ha abdicato alla propria funzione principale, quel raccordo forte e costante con i propri elettori che invece il presente lo vivono in tutte le sue complicazioni ed implicazioni, e pretendono che chi li rappresenta sappia fare altrettanto. Ripensare e rideclinare la sinistra in chiave contemporanea, non era una bestemmia blasfema, era un dovere morale prima ancora che politico, cui tutti i dirigenti si sono sottratti, nascondendosi dietro il Segretario scelto ad hoc per garantirli da ogni inopportuno scossone.
Dunque, se gli eventi davvero sconcertanti degli ultimi due mesi ci impediscono di rendere l’onore delle armi a Bersani, nel suo fallimento e nella ormai inarrestabile implosione del Pd rileviamo però le impronte inconfondibili di tutti gli altri dirigenti – non si sbaglia mai da soli, e sulla penosa parabola bersaniana invochiamo senza paura di sbagliare una forte e gravissima chiamata in correità. Per quanto ci riguarda, nessuno può chiamarsene fuori. Nè pensare ancora di mettere l’ennesima ipoteca su quanto resta del Pd, agendo di nuovo per interposta persona: se il partito ha una sola chance di ripresa, quella va vista solo in una direzione – chiudere per sempre con la vecchia nomenklatura, ed aprire una fase necessaria di profondo ripensamento, che ridisegni un partito moderno e contemporaneo, di cui avremmo davvero un estremo bisogno. Tutto il resto, è solo inutile retorica, risparmiatecela almeno questa volta, chè ne abbiamo avuto abbastanza.

Napolitano oggi ha riscattato i suoi errori giovanili nel 1956. E’ il vero nuovo, e dobbiamo rendergli onore.
Ha rifilato un cazziatone solenne a tutti, che lo applaudivano come se non stesse parlando a loro. Roba da psichiatra. Comunque, oggi tutto quanto ha detto Napolitano lo sottoscrivo per coerenza, visto che sono le stesse cose che scrivo da anni.
Si in effetti! Aleggi ovunque!
A proposito di Bersani, sto ammirando in diretta il suo faccione ripiegato nelle mani.
Napolitano, resta la mia critica al “metodo” con cui è stato eletto, ma non si puo’ negare che sia una persona degna, il suo discorso è limpido, onesto e chiaro, mi fa piacere perché sono molto sensibile al mondo degli anziani e lui è un esempio, e poi perché si commuove in modo da far apparire la sua onestà e capacità intellettuale.
La verità è che ormai ti appaio ovunque :)
Stavolta, colpa del mio pc che salta di palo in frasca, ho creduto di leggere il tuo pezzo che avevo cliccato e che invece era quello di Angelo Giubileo.
Il commento sul pezzo di Giubileo resta valido, ma non per il tuo articolo che inizio a leggere ora, me ne scuso.