Nelle urne e per mani di Renzi, con la formazione del nuovo governo.

Ci si accanisce contro i perdenti. Fedeli, in questo, ad una antica tradizione che ha come suo più illustre rappresentante Fabrizio Maramaldo; e che ha come suo logico corollario la convinzione che chi vince ha automaticamente ragione.
La solita furbastreria italiota, insomma. Dobbiamo certamente deplorarla. E però non possiamo fermarci qui. Perché, posto che Bersani si è rivelato un perdente, la domanda è: perché? Insomma, che cosa non ha funzionato, al di là degli errori di esecuzione, nel suo progetto e/o nel suo modello politico di riferimento?
Per capirci qualcosa partiamo da un dato di fatto; insomma dalla constatazione che i postcomunisti, nel corso della seconda repubblica, avevano perso le due elezioni in cui si erano presentati alla guida dello schieramento di centro-sinistra (nel 1994 e nel 2008); mentre le avevano vinte (si fa per dire…) quando avevano optato per un “papa straniero” (nel 1996 e nel 2006); con il risultato, assai singolare, di avere governato l’Italia, nei quasi vent’anni della seconda repubblica, per appena un anno e mezzo (dalla fine del 1998 alla metà dell’anno 2000) e in virtù di una oscura manovra parlamentare.
Un tabù intollerabile anche perché incomprensibile; almeno per i dirigenti e quadri postcomunisti. Insomma perché mai un partito, pilastro della seconda Repubblica, sino ad accedere alle più alte cariche dello Stato, non potrebbe governarla in prima persona? A ben vedere, è su questo interrogativo che si gioca la partita tra Bersani e Renzi. Perché, ad assicurare la vittoria del primo, non è solo la resistenza dell’“apparato” al progetto di rottamazione collettiva portato avanti dal sindaco di Firenze; è anche la convinzione che il modello politico impersonato dal segretario è destinato ad essere vincente, nella prossima sfida elettorale. Parliamo del “modello emiliano” che Bersani incarna sin nei suoi ricordi e/o tic linguistici. Di un progetto in cui la presenza della “ditta di riferimento” nella società e nelle istituzioni garantisce una capacità di mediazione costante tra interessi diversi e potenzialmente opposti.
Bersani è convinto che la “pax emiliana”, anche per il clima di normalizzazione pacifica che in essa è contenuto, rappresenti, anche per gli elettori, la naturale via d’uscita dalle tensioni paralizzanti che travagliano il paese. E conformerà, successivamente, una campagna elettorale volutamente minimalista a questa sua scommessa iniziale. In questa campagna elettorale, non si comunicherà assolutamente nulla. Un errore, con il senno di poi, ma anche con quello di prima. Ma, certamente, un errore voluto.
Si pensa di vincere; ma non per quello che si dice; piuttosto per quello che si è stati e si è. E invece si perderà. Per quello che si è ancora. E per quello che si pretende di essere e non si è più.
Per quello che si è: un partito, un organismo collettivo. Niente “uomo solo al comando”. L’unico rimasto in mezzo alle rovine degli altri. E però non in grado di esercitare le sue funzioni tradizionali. E perciò esposto, oramai da solo alla gogna pubblica. E all’accerchiamento di quanti propongono l’abolizione del finanziamento pubblico come strumento per la sua definitiva distruzione.
Ma soprattutto per quello che non si è più. Niente più partito di lotta; perché sfuggono oramai alla sua gestione, anzi alla sua stessa percezione, grandi aree sociali, colpite dalla crisi e dall’abbandono individuale e collettivo. Niente più gestore naturale di mediazioni che sembrano rifiutate da parti sociali intente, per lo più, a scaricare su qualcun altro i costi della crisi stessa. Niente più, infine, partito “normalizzatore”delle tensioni e dei conflitti; perché sono nate, nella sua stessa area, forze concorrenti non normalizzabili; e perché il clima psicologico sembra ostile ad ogni logica di sistema.
La sconfitta del disegno bersaniano era dunque nell’ordine delle cose. Almeno qui ed oggi. Prenderne atto significa però, anche ragionare, qui e oggi, sul che fare. E qui ci sono due soluzioni estreme, e perciò rischiose, ma che hanno, comunque, la caratteristica di mantenere in vita la forma-partito che oggi conosciamo. Così il Pd può decidere, con o senza il concorso di Grillo, l’opzione degli otto punti e cioè dell’opposizione netta al berlusconismo, in vista di un appuntamento elettorale ravvicinato, ma con la possibilità concreta di perderlo. Oppure può andare, senza falsi pudori, sulla strada del governissimo, con la possibilità, ancora più concreta, di lasciare enormi praterie al comico genovese. Può anche, però, scegliere di chiamarsi fuori, affidando la scelte del governo al Presidente; oppure il partito all’ultimo e decisivo papa esterno, Matteo Renzi. Con la conseguenza, nell’un caso e nell’altro, di registrarne fatalmente l’irrilevanza.

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