Ieri la manovra finanziaria è stata approvata anche alla Camera, dopo il sì di giovedì del Senato. Tutto in due giorni: dialogo tra maggioranza e opposizione, pochi emendamenti, nessun ostruzionismo. Un miracolo. Ma la crisi resta. Non solo perché lo certifica l’alta volatilità dei mercati – anche ieri lo spread è tornato oltre quota 300 subito dopo l’asta dei Btp, nonostante che una domanda quasi doppia per i titoli a cinque anni e superiore del 50% per i Btp a 15 anni possa far dire che si è trattato di uno scoglio superato bene – e perché i tassi che si stanno praticando (il Btp a 15 anni il 5,9% massimo storico da quando esiste l’euro) fanno pensare che in autunno sarà nuovamente necessario intervenire con provvedimenti correttivi. No, la crisi che stiamo vivendo deriva dalla mancanza di fiducia – forse la commodity oggi più rara – che a sua volta discende dalla mancanza di credibilità di chi ha (avrebbe) il potere di decidere, e per questo essa è essenzialmente politica. E questo vale per l’Italia, ma anche per l’Europa, visto che nel mirino dei mercati non ci siamo solo noi, come finora non ci sono stati solo i greci, i portoghesi e gli irlandesi, ma c’è l’euro e l’intera impalcatura, assai fragile, della moneta unica.
Dunque, la speculazione finanziaria è solo la proiezione di un problema che sta altrove, anche se rischia di rappresentare il detonatore che ne fa esplodere altri. La manovra, quindi, serve per evitare l’innesco della bomba, ma non interviene – né potrebbe farlo – sulle ragioni che hanno provocato l’attacco speculativo sulle banche e sui titoli di Stato. Se le ragioni sono squisitamente politiche, la risposta non può che essere politica. In Italia come in Europa.
Qualcuno, riferendosi ai fatti italiani, dice: il fatto che sotto la pressione dei mercati si vari una finanziaria che ha sempre richiesto un’enorme quantità di tempo e suscitato una non meno grande quantità di polemiche, significa che la risposta politica è arrivata. Ma non basta. Perché proprio questo “miracolo” è la dimostrazione più lampante dell’anomalia politica italiana, che al fondo è causa prima dei nostri problemi. Perché il clima parlamentare che si è creato in questa circostanza dovrebbe essere la normalità, non l’eccezione. Il fatto, invece, che sia una cosa più unica che rara significa che è destinata a non ripetersi. E, d’altra parte, non è certo auspicabile un attacco speculativo al giorno per ottenere ciò che dovrebbe essere fisiologico. Siccome sono 17 anni che siamo prigionieri di un bipolarismo malato, che ha ridotto al minimo la capacità dei governi di prendere decisioni, il tema che dobbiamo affrontare, quello più strutturale e strategico di tutti, è proprio questo. Il che significa, in questo momento, porsi l’obiettivo di come rendere più duraturi i vantaggi del clima odierno. Come? Scartiamo l’ipotesi che si possa semplicemente auspicando la virtuosa maturazione del bipolarismo armato. Non è dato. Diverso, invece, è se si riuscisse a dar vita ad un esecutivo di “larghe intese”. Davide Giacalone scrive su Libero che avendo bisogno di mercato, privatizzazioni, competizione, di tagliare la spesa pubblica e riqualificarla, “chi dovrebbe farla, questa roba, un accordo bipartisan fra chi è contrario alla gestione privata dell’acqua e chi è favorevole ma non ha il coraggio manco di dirlo?”. Messa così, tocca dargli ragione. Ma non è che alternare al governo chi è contro una cosa ragionevole e chi è poco coraggiosamente a favore, ci abbia giovato fin qui. La speranza, dunque, è che un governo di grande colazione, da un lato possa permettersi di lasciar fuori le minoranze estreme e dall’altro dia il coraggio che fin qui a riformisti e moderati di imporre il cambiamento. Non si ripristina una dialettica sana e una competizione virtuosa senza prima aver sconfitto la contrapposizione permanente che ha portato alla mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti, la quale a sua volta ha impedito qualsiasi continuità legislativa (si pensi al settore dell’energia, in cui le scelte sono per definizione di lungo periodo). E comunque due decenni di “non governo” ci costringono ora a scelte – per evitare di diventare la Grecia – talmente difficili da richiedere almeno una fase di convergenza.
Se ci pensate, lo stesso vale in Europa. Se nel mirino c’è l’euro, la risposta non può essere tecnica, ma politica. Tremonti lo ha detto con chiarezza: l’Europa balla sul Titanic e il rischio è che si affondi tutti, passeggeri di prima classe inclusi. Ma come in Italia occorre discontinuità assoluta, così ci vuole nel club della moneta unica. Continuare e mettersi d’accordo tra Stati nella pienezza della loro sovranità è una pia illusione. Finora ci si è riusciti poco e male, perché dovrebbe accadere domattina. Certo la paura del contagio è alta, ma non basta. Ci vuole di più. E l’equivalente di quello che per l’Italia è la “grande coalizione”, sul piano continentale si chiama Stati Uniti d’Europa.
BENE LA MANOVRA LAMPO MA NON BASTA
Proprio questo “miracolo” è la dimostrazione più lampante dell’anomalia politica italiana, che al fondo è causa prima dei nostri problemi. Perché il clima parlamentare che si è creato in questa circostanza dovrebbe essere la normalità, non l’eccezione.

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