
Il venti agosto duemilaventisei l’esercito israeliano ammette per la prima volta, in forma pubblica e ufficiale, che i propri soldati possano aver commesso crimini di guerra a Gaza e in Cisgiordania. Centocinquanta incidenti esaminati dal Meccanismo di accertamento dello Stato maggiore, trasmessi alla procura militare. Il quotidiano Haaretz ricorda che cinquantasette indagini penali aperte sulla morte di detenuti non hanno mai prodotto un’incriminazione, nemmeno quando i decessi sono avvenuti dentro celle dotate di telecamere di sicurezza. La percentuale di archiviazione supera il novanta per cento. Va detto, per onestà, che nessun esercito impegnato in un conflitto urbano contro un nemico che si mimetizza deliberatamente tra i civili — prassi documentata di Hamas — può evitare interamente errori e vittime innocenti; la domanda pertinente non è se accadano incidenti, ma se lo Stato che li produce li persegue con serietà o li archivia per convenienza.
Nello stesso arco di ore Itamar Ben Gvir pubblica un video davanti a un cantiere nel centro di Israele. Mostra la forca al centro dell’edificio, le cabine laterali da cui le famiglie delle vittime potranno assistere alle impiccagioni. Dice che sta facendo la storia, di aver mantenuto la promessa elettorale di peggiorare le condizioni dei detenuti e di aver fatto approvare la legge sulla pena di morte per i terroristi. Qui la distinzione conta: una pena di morte per omicidi terroristici accertati in tribunale, per quanto controversa e per quanto la maggioranza delle democrazie occidentali la rifiuti, resta un atto che passa attraverso un processo giudiziario. Le sue dichiarazioni di pochi giorni prima — uccidere trenta o quaranta persone ogni notte a Gaza, comprese quelle non immediatamente pericolose, definite non degne di vivere — sono un’altra cosa: un’apologia dell’uccisione extragiudiziale che nessuna cornice legale può assorbire, e che infatti buona parte della classe politica israeliana, inclusi esponenti dello stesso governo, ha criticato pubblicamente.
Perché qui sta il punto che una lettura troppo compatta rischia di perdere: Ben Gvir non rappresenta l’intero establishment israeliano, né l’unica voce del suo governo. Netanyahu stesso lo aveva già smentito duramente dopo l’episodio della Flotilla, così come il ministro degli Esteri Saar. Ridurre Israele a Ben Gvir è tanto scorretto quanto sarebbe ridurre lo Stato maggiore alle sue ammissioni tardive: sono due poli in tensione dentro la stessa democrazia, non un’unica voce che recita un doppio copione. Il fatto che quella tensione esista pubblicamente — che un ministro venga contestato in Parlamento, che i suoi video suscitino condanne bipartisan, che le indagini sui crimini di guerra vengano comunque avviate anche quando la maggioranza si chiude senza esito — è ciò che distingue un ordinamento imperfetto ma ancora capace di autocorrezione da uno privo di qualunque meccanismo di responsabilità.
Resta il fatto, non attenuabile, che Ben Gvir controlla polizia e carceri, che le sue posizioni godono di seguito elettorale reale in vista delle elezioni di ottobre, e che il marchio numerico sui detenuti di Qabatiya — pratica già ammessa una volta come errore e oggi ripetuta senza quella qualifica — non trova alcuna giustificazione possibile, né giuridica né morale. La credibilità che l’IDF cerca di recuperare presso l’Occidente non si costruisce con un comunicato, ma con la capacità dimostrata di isolare e sanzionare chi, come Ben Gvir, trasforma la legittima difesa di uno Stato aggredito nell’apologia pubblica dell’uccisione indiscriminata.
Nico Kir

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