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La politica italiana e il bancomat dei 500 euro

C’è qualcosa di paradossale nella politica italiana di questi tempi: mentre la Sinistra piange, la Destra non ride. E forse la cosa più sorprendente è che entrambe sembrano impegnate a fare di tutto per aiutarsi a vicenda a non vincere. La grande avventura dei Riformisti non riesce a decollare, mentre dall’altra parte l’apparente compattezza della Destra mostra crepe che non possono essere nascoste sotto il tappeto. Il problema, per entrambi gli schieramenti, è però molto più semplice di quanto non sembri: per vincere servono i numeri.

di Angelo Santoro | 21 Agosto 2026

C’è qualcosa di paradossale nella politica italiana di questi tempi: mentre la Sinistra piange, la Destra non ride. E forse la cosa più sorprendente è che entrambe sembrano impegnate a fare di tutto per aiutarsi a vicenda a non vincere. La grande avventura dei Riformisti non riesce a decollare, mentre dall’altra parte l’apparente compattezza della Destra mostra crepe che non possono essere nascoste sotto il tappeto. Il problema, per entrambi gli schieramenti, è però molto più semplice di quanto non sembri: per vincere servono i numeri. E per governare ne servono ancora di più. I nostri eroi della politica sembrano aver dimenticato una regola elementare: meglio una buona torta da dividere in quattro o cinque che una torta immaginaria da mangiare da soli. Mi scuso per la metafora gastronomica, ma rende bene l’idea. In politica gli attentati dovrebbero essere rivolti all’avversario, non all’alleato. Anche quando l’alleato è scomodo, antipatico, ingombrante o magari convinto di essere molto più importante di quanto realmente sia. Perché alla fine arriva sempre il momento della verità. Quello in cui bisogna fare i conti. Immaginiamo di andare al bancomat per prelevare 500 euro. Sul conto ne abbiamo 499. Possiamo essere indignati, possiamo sostenere che quel singolo euro non cambia nulla, possiamo persino accusare la banca di essere ottusa. Ma il bancomat continuerà imperterrito a mostrarci la stessa scritta: fondi insufficienti. La politica democratica funziona più o meno allo stesso modo. Puoi avere il partito più forte, il leader più popolare, il programma più convincente e persino una buona dose di ragioni. Ma se ti manca quel numero che serve per raggiungere la maggioranza, non governi. Ed è proprio quel numero apparentemente insignificante che, in politica, può diventare decisivo. Per questo bisognerebbe smettere di considerare l’alleato come un nemico di serie B. Un alleato può essere fastidioso, può porre condizioni, può pretendere visibilità e persino sottrarre consensi. Ma se senza di lui non si raggiunge la maggioranza, diventa parte della soluzione, non il problema da eliminare. Naturalmente questo ragionamento vale per tutti. Vale per chi pensa che basti presentarsi con un nuovo simbolo per rifondare il centrosinistra e vale per chi immagina che la propria coalizione possa fare a meno di pezzi che, piaccia o non piaccia, rappresentano una parte dell’elettorato. La storia recente dovrebbe aver insegnato qualcosa: in una democrazia parlamentare non basta vincere il primo tempo. Bisogna essere in grado di giocare anche il secondo. E il secondo tempo è quello nel quale si governa. Altrimenti succede una cosa piuttosto curiosa: si perde un’elezione e poi si trascorrono cinque anni in Parlamento a spiegare quanto si aveva ragione. È una soddisfazione comprensibile, ma politicamente assai magra. Perché avere ragione dopo una sconfitta non produce una legge, non cambia un bilancio, non governa un Paese. Le democrazie occidentali, con tutte le loro imperfezioni, hanno del resto sviluppato anticorpi abbastanza robusti contro l’idea dell’uomo solo al comando. Anche i leader che sembrano invincibili prima o poi incontrano il limite rappresentato dalle istituzioni, dagli elettori, dai partiti, dalle alleanze e dalla realtà. È una lezione che vale anche per l’Italia, dove di leader politicamente dissennati non abbiamo certamente una produzione limitata. Il problema è capire quale sia il più pericoloso. E forse la risposta non sta soltanto nelle idee che propone, ma nella capacità di trasformare quelle idee in una macchina politica capace di durare. Perché il vero rischio, alla fine, non è che un partito abbia un alleato difficile. Il vero rischio è che non sappia più distinguere l’avversario dall’alleato. E allora eccoci di nuovo davanti al nostro bancomat. Cinquecento euro richiesti. Quattrocentonovantanove sul conto. Fondi insufficienti. La politica, qualche volta, è molto meno complicata di quanto i politici vogliano farci credere.

Angelo Santoro

Pubblicato in : Editoriale

Info Angelo Santoro

Angelo Santoro è un giornalista e scrittore. Editorialista di “Avanti Online”

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