
La Banca centrale europea alza i tassi a sorpresa portandoli al 4.5%, il livello più alto da quando è nata la moneta unica. Nello statement si legge che le autorità monetarie perseguono l’obiettivo di riportare l’inflazione nel proprio alveo, mentre le previsioni su eventuali nuovi rialzi si baseranno sulla valutazione delle prospettive di inflazione alla luce dei dati economici e finanziari che di volta in volta verranno pubblicati. Il Consiglio direttivo ritiene che i tassi abbiano raggiunto livelli che, se mantenuti per un periodo di tempo sufficientemente lungo, daranno un contributo essenziale alla discesa dei prezzi. Le previsioni della banca centrale europea sono di ribasso sia per l’inflazione, nel medio termine ma anche della crescita, rivista decisamente al ribasso, con un +0.7% nel 2023, 1% nel 2024 e +1.5% nel 2025. Christine Lagarde, ha poi parlato in conferenza stampa, parlando ancora di pericoli di inflazione alta in un contesto di rallentamento ma non recessione. Ha definito resiliente il mercato del lavoro e ha suggerito ai governi di ritirare le misure di sostegno. “L’inflazione tornerà al 2%”, ha dichiarato, anche se ha ammesso che alcuni membri del board avrebbero preferito una pausa al rialzo del costo del denaro. La reazione dei mercati non si è fatta attendere, con l’Euro che ha mollato 100 pips dai livelli di apertura, in relazione alle notizie uscite e relative ai Ppi Usa più alti del consensus, e jobless claims ancora migliori, dati che hanno di fatto spinto analisti e investitori a pensare che ora, dopo la Bce, anche la Fed alzerà i tassi la prossima settimana. L’EurUsd, che, nei giorni scorsi aveva egregiamente tenuto quota 1.0700, è scivolato una cinquantina di pips, con gli operatori ora orientati a vedere un rialzo del biglietto verde in prospettiva di un possibile rialzo del costo del denaro da parte della banca centrale Usa. Nella notte sono usciti i dati sulla produzione industriale cinese che ha battuto le stime di +3.9% ad agosto con un +4.5% su base annua. Accelera l’attività manifatturiera a seguito delle misure di sostegno di Pechino per sostenere la ripresa economica, tra cui il taglio della riserva obbligatoria.
AZIONARI.
I listini americani, dopo la decisione della Bce di ieri, hanno chiuso in positivo, andando una volta di più a dimostrare come la correlazione intermarket sia effettivamente saltata. Borse su e dollaro giù era la correlazione esistente fino a qualche settimana orsono, ma poi questo legame è saltato, facendo saltare anche il mantra “bad news are good news” che causava il ribasso delle borse in concomitanza di dato positivi Usa e viceversa. Le buone notizie Usa alimentano il rialzo dei tassi che però evidentemente non spaventa più gli azionari che tengono e mantengono un tono positivo. Di fronte a questo tono positivo, sale anche il dollaro che in precedenza saliva come valuta rifugio mentre oggi sale perché più appetibile in termini di prospettive sui tassi di interesse in presenza di una economia resiliente, il che non si può invece affermare per l’Euro che è appetibile ugualmente sul fronte tassi ma in presenza di un rallentamento economico di Eurozona che potremmo definire preoccupante.
VALUTE.
EurUsd quindi che testa i livelli chiave a 1.0630 40 e che potrebbe anche scendere altri 100 pips almeno, mentre il cable si avicina a quota 1.2400. UsdJpy però fatica a rompere 147.60 e sembrerebbe orientato a correzioni. Le oceaniche tengono meglio così come il dollaro canadese che recupera qualcosa, circa 200 pips per effetto di un petrolio che continua a salire e si è portato a 94 con il Brent e a 91 con il Wti, in un contesto di riduzione dell’offerta che sembra alimentare ancora la spirale inflazionistica che tanto preoccupa le banche centrali. La settimana si chiude con il trade balance europeo, mentre nel pomeriggio attesa per il New York manufacturing index e per la produzione industriale Usa, mentre alle 16 usciranno gli aggregati macro redatti dall’Università del Michigan.
Saverio Berlinzani

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