Ero l’unica femmina della compagnia che giocava a calcio. Smisi intorno ai quattrodici quando i maschi cominciarono a crescere troppo ed emersero i primi problemi a pestarli. Sì, perché ero pesante, giocavo in difesa e adoravo marcare i migliori (tuttora ho questa debolezza, almeno sul lavoro).
Nella tribù avversa, quella di un lido limitrofo, con cui ce ne davamo di santa ragione (sia in campo che fuori), militava un attaccante mingherlino di rara velocità: lo chiamavano il “Bassolino” (per via della sua statura). Era ratto come un fulmine quando aveva la palletta fra gambe. Veniva da Napoli. Dall’affetto dei suoi compagni, si capiva bene che era amato e rispettato. Eppoi, segnava! Parecchio.
Io ero la sua marcatrice. Un francobollo. Un gatto attaccato ai suoi attributi. Mi divertivo a non mollarlo mai, anticiparlo, fare qualche fallettino tattico (una spintarella ogni tanto). Mi perdonava per due ragioni: la prima è che ero simpatica; la seconda è che ero carina. Il fatto (poi) che fossi una spannetta più alta di lui, comunque qualcosa valeva: l’altitudine (come diceva) aiutava.
Una volta, in campo, ruzzolammo a terra in una mischia da rugby, tentò pure di baciarmi. Lo perdonai perché era simpatico. Mi limitai al minimo sindacale: una falciatina da dietro mentre stava rientrando nella sua metà ed il pallone era lontano mille miglia. Batté una bella ronciata (ma non disse nulla, o l’avrei rifatto). Ci eravamo capiti.
Litigammo una sola volta, alla fine di quell’estate del ‘97. E litigammo tanto. Ero io ad avere ragione.
Quel pomeriggio la sua squadra stava perdendo sette a zero. Un’umiliazione cosmica. Il gioco era duretto e non si andava per il sottile. Il campo era uno sterrato irregolare e polveroso. Qualche fallo non lo avevamo chiamato. E qualche bottarella di troppo ce la perdonavamo. In lontananza, vendemmo il camioncino dei gelati che andava rifornendo il bar del lido. Aspettavamo ghiaccioli da ben tre giorni. Si decise spontaneamente per un’immediata sospensione della partita causa rifornimenti!
Il “Bassolino” la prese davvero male. Non voleva. Chiedeva di finire la partita senza interruzioni. Sentiva che sarebbe arrivato il suo gol (della bandiera). Forse aveva ragione. Ma i ghiaccioli, erano i ghiaccioli. Ne nacque un bel parapiglia. Per uscirne, chiese (ed ottenne) un voto esplicito.
Fatto sta che perse (per poco). Gravi tradimenti (tra le sue fila) contribuirono ad una bruciante sconfitta elettorale che si sommava a quella sul campo.
Fu così, che furioso brancò il pallone e s’incamminò via.
Disse che il pallone era suo e che la partita non continuava: o i ghiaccioli o il suo pallone.
Lo rincorremmo in tre o quattro e da dietro gli tirai un calcione alla caviglia. Si mise a piangere e scappò in direzione di casa. Comprammo i ghiaccioloni e col suo pallone finimmo la partita (9-3 per noi).
Poco dopo, il “Bassolino” tornò con sua madre (inferocita) ed un paio di altri genitori: scapammo come lepri (tanto la partita l’avevamo vinta). Fioccarono ramanzine ed il campo fu interdetto al gioco per giorni. Fummo tentati di non invitarlo più a giocare, ma alla fine, lo perdonammo. Rimanemmo, però, fermi su un punto: non accettammo mai più di usare il suo pallone. Lui ci rimase molto male, lo sapevamo. Forse fummo un po’ stronzetti, ma certe regole andrebbero rispettate: è la legge del pallone.
Il “Bassolino” l’ho incontrato alcuni anni dopo in treno.
Mi ha riconosciuta.
Ha detto che si sarebbe buttato in politica. Chissà com’è andata
(Quasi a destinazione, finalmente)
Bassolino: giocavamo a calcio insieme
Una volta, in campo, ruzzolammo a terra in una mischia da rugby, tentò pure di baciarmi. Lo perdonai perché era simpatico.

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