
di Alessandro Merli*
Il clamore della guerra in Medio Oriente ha fatto passare momentaneamente in secondo piano un tema che ha dominato le discussioni sulla politica economica nelle settimane precedenti allo scoppio delle ostilità: l’attacco all’indipendenza delle banche centrali sferrato soprattutto negli Stati Uniti dal presidente Donald Trump e dalla sua amministrazione su più fronti, con dichiarazioni pubbliche, spesso farcite di insulti, e iniziative giudiziarie. Di contro, la guerra, con le sue ripercussioni sui prezzi dell’energia e quindi sull’inflazione e la crescita economica, è destinata ad aggravare il dilemma delle banche centrali, in particolare del presidente designato della Federal Reserve Kevin Warsh, sulla reazione da adottare di fronte al doppio impatto degli eventi in Medio Oriente e delle pressioni di Trump.
I rischi
L’indipendenza della banca centrale è un valore scolpito nelle tavole della legge fin dalla fondazione della Bundesbank nel secondo dopoguerra, a scongiurare il ritorno dell’iperinflazione. A quel modello è ispirato lo statuto della Banca centrale europea. Fra un atto e l’altro, l’indipendenza delle banche centrali ha ricevuto le sue fondamenta teoriche soprattutto all’inizio degli anni ‘90 (con i contributi, fra gli altri, dei nostri economisti Grilli, Masciandaro e Tabellini) ed è stata poi messa in pratica prima in Nuova Zelanda e poi – svolta decisiva – nel Regno Unito.
Come ha ricordato il presidente uscente della Fed, Jay Powell, in un discorso in difesa dell’istituzione dagli attacchi di Trump, “l’indipendenza delle banche centrali è una pietra angolare della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica nell’interesse dei cittadini che noi serviamo. Perciò, è cruciale preservare quell’indipendenza, nel pieno rispetto della legge e dell’accountability democratica”. L’ultimo riferimento non è casuale: negli Stati Uniti è il presidente che nomina i membri del Consiglio dei governatori della Fed, il Senato che li approva, è il Congresso che fissa il doppio mandato (stabilità dei prezzi e massima occupazione), il Congresso che riceve in audizione il presidente della banca centrale almeno due volte l’anno. La vera indipendenza, ha scritto di recente per il think tank OMFIF Mark Sobel, ex alto dirigente del Tesoro USA, è quella “degli strumenti”: la Fed è la sola responsabile della fissazione dei tassi d’interesse e delle dimensioni del suo bilancio, strumenti essenziali per ottenere il miglior risultato possibile in materia d’inflazione. Sottinteso: senza interferenze da parte della politica.
Ed è proprio su questo che Trump vuole piegare la Fed al suo volere, sollecitandola a portare immediatamente i tassi all’1%. “Una banca centrale soggetta a influenze di breve termine della politica – ha detto l’ex presidente della Fed Ben Bernanke – non sarebbe credibile quando promette inflazione bassa”. L’evidenza empirica, come ha ricordato il mese scorso a un seminario a Francoforte l’economista olandese Sylvester Eijffinger, che da decenni studia questo tema, suggerisce che in media l’inflazione è più bassa nei Paesi con una banca centrale indipendente.
Gli episodi passati
L’attacco di Trump all’indipendenza della banca centrale, apertamente motivato dalla volontà di ridurre l’onere degli interessi sul debito pubblico, che le sue stesse decisioni di politica di bilancio hanno contribuito ad aggravare, finirebbe per far cadere la Fed nella trappola del “dominio fiscale” sulla politica monetaria. È stato definito in più occasioni un attacco “senza precedenti”, e lo è certamente per i toni, ma basta ripercorrere rapidamente un po’ di storia dei rapporti fra politica e banche centrali per scoprire che non è così.
Persino la “via giudiziaria” scelta dal presidente americano, prima contro il membro del Consiglio dei governatori Lisa Cook, poi contro lo stesso Powell, non è affatto nuova. Senza voler riandare alla dolorosa, ma remota, vicenda dell’ingiusta messa sotto accusa del governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e del direttore generale Mario Sarcinelli, ci sono stati diversi casi anche nella nuova era del sistema europeo delle banche centrali (in Slovenia e altri Paesi dell’Area euro), nonché la causa contro la BCE davanti alla Corte costituzionale tedesca, in cui la Bundesbank si è schierata sul fronte opposto.
Anche sul piano più squisitamente politico, per restare in Germania, culla dell’indipendenza della banca centrale, il cancelliere Helmut Kohl ignorò il parere della Bundesbank sul cambio uno-a-uno del marco all’atto della riunificazione con l’Est (il che portò alle dimissioni del presidente della banca centrale Karl Otto Poehl), e il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble accusò addirittura le scelte della BCE sotto Mario Draghi di favorire l’ascesa del populismo dell’ultra-destra dell’AfD. Anche in Italia, politici di diverso colore, dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti al presidente del Consiglio Matteo Renzi fino alla Lega, hanno spesso eletto la Banca d’Italia (e/o la BCE) e i suoi governatori a bersaglio favorito. In genere, l’indipendenza della banca centrale è oggi un tabù soprattutto per i politici populisti.
Le incognite
Il test più probante si avrà certamente negli Stati Uniti nei prossimi mesi, quando si insedierà il nuovo presidente della Fed, nominato da Trump. Warsh, che in un primo passaggio nel Consiglio dei governatori della banca centrale era noto come un super-falco, si piegherà ai voleri di chi lo ha scelto, diventando una super-colomba?
Prima dello scoppio della guerra, Warsh – quasi a voler dare una base “scientifica” alla richiesta riduzione dei tassi – aveva esposto la tesi, che lascia scettici molti economisti non di parte, secondo cui il boom di produttività generato dalla diffusione dell’intelligenza artificiale comprimerà l’inflazione, e quindi consentirà di tagliare drasticamente i tassi d’interesse senza effetti sulla stabilità dei prezzi.
L’impatto della guerra, che almeno per i prossimi mesi rischia di essere brutale sull’inflazione e la crescita, cambia decisamente i termini del problema. Solo in presenza di una recessione l’opzione del taglio dei tassi – seppure non esclusa, ma messa in secondo piano, dalla Fed di Powell – tornerebbe d’attualità. Warsh asseconderà i desideri di Trump sulla politica monetaria davanti a un’inflazione che si prevede si allontani ancora di più dall’obiettivo della Fed o si limiterà a cercare di intervenire su altri aspetti, come l’allentamento della regolamentazione del sistema finanziario, altro tema che sta a cuore al presidente? E anche se spingesse per il taglio dei tassi, il resto della Fed lo seguirebbe o lo metterebbe in minoranza, minandone fin da subito la credibilità?
Certamente, incertezza è la parola d’ordine. Nell’annunciare la decisione di lasciare invariata la politica monetaria, la BCE ha detto questa settimana che “la guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica. Il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici. Le implicazioni a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata della guerra nonché dal modo in cui le quotazioni dell’energia influenzeranno i prezzi al consumo e l’economia”. Un’equazione di difficile soluzione per tutti.
Per la Fed, la variabile Trump aggiunge un’incognita che rischia di pesare come un macigno sulla sua indipendenza e sulla sua prossima presidenza.
Alessandro Merli
*Istituto Ispi

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