Auschwitz, con il suo museo degli orrori, frequentato ogni giorno da folle di visitatori, non puo’ offrire nessun “insegnamento”. “ Il ricordo, il vero ricordo, non puo’ vivere nella reificazione, pena la sua trasformazione in totem”. Per Wlodek Goldkorn, scrittore, saggista, giornalista polacco-italiano, figlio di ebrei sopravvissuti alla Shoah, autore de “Il bambino nella neve”, edito da Feltrinelli, la memoria “significa saper parlare e trasmettere ad altri il linguaggio della ribellione, della radicale contestazione delle verita’ del potere”.
Davanti a quelle bacheche piene di “montagne di capelli, ammassi di scarpe, mucchi di giocattoli; e poi carrozzine, occhiali, valige, pennelli e rasoi da barba” , e’ facile versare una lacrima. Ma se “quegli ebrei oggi fossero tra noi, in mezzo alle nostre piazze o all’ assalto delle nostre frontiere, li tratteremmo da rom o clandestini e musulmani”. Ecco allora quale, secondo Goldkorn, deve essere la funzione della memoria. Una memoria di cui va fatto “un uso politico”, capace , come i “canarini nella miniera, di dare l’ allarme quando sento l’ acre odore del razzismo”.
E’ la memoria percio’ la vera protagonista del “Il bambino nella neve”, un libro anomalo, in quanto difficilmente catalogabile. Il racconto autobiografico dei primi capitoli si mischia a riflessioni profonde, che non risparmiano la storia del nostro tempo e che sgorgano da una radicata cultura ebraica che non ti aspetteresti in uno scrittore che si definisce laico e antisionista. Poi, il racconto autobiografico fluisce nelle pagine dedicate al suo incontro ed alla sua amicizia con Marek Edelman, l’ eroico comandante della rivolta del ghetto di Varsavia, che l’ immaginario di Goldkorn aveva relegato tra “i morti eroicamente” e che invece scopre esser sopravvissuto, vivente e attivo, ancora in Polonia dove, a Lòdz’ fa il cardiologo. Una presenza attiva, una testimonianza delle idee del Bund, il movimento socialista ebraico, ancora un combattente a fianco di chi lottava per la liberta’ in Polonia.
Edelman, paradigma di un uso politico della memoria, e’ l’ introduzione indispensabile alla seconda parte del libro che e’ un viaggio, non immaginario ma reale, ad Auschwitz e Birkenau, a Sobibòr, Treblinkla. Tutti campi di sterminio in Polonia, introdotti da piccole foto scattate da Neige De Benedetti, che volutamente lasciano spazio all’ immaginazione dell’ orrore piuttosto che ricorrere la sua reificazione. “Il realismo e’ per definizione lontano dai nostri sentimenti. Il realismo e’ fascista perche’ soffoca il desiderio. Ed io – spiega Goldkorn – al desiderio non voglio rinunciare neanche qui a Birkenau, camminando sulle ceneri dei miei cari”. Da quelle ceneri non emerge quindi un senso di morte, ma di vita, di voglia di restare vigile e di non rilassarsi nella facile commozione.
Una volonta’ che Glodkorn deve molto alla sua storia familiare. Un padre e una madre comunisti, che a tavola parlavano sempre di politica e che, avevano sicuramente interiorizzato la storia di Giuseppe e i suoi fratelli, l’ insegnamento biblico del mettersi sempre nei panni dell’ altro che esclude qualsiasi idea di vendetta. “Sono stato fortunato a crescere in una famiglia in cui il rancore, l’ odio e l’ idea di vendetta erano inconcepibili”. Come Giuseppe, Goldkorn rifiuta di definirsi vittima. Nel vittimismo non c’e’ redenzione, non c’e’ progresso. Goldkon non si considera ‘’vittima, ma soggetto della storia”, le vittime “sono solo i morti”. La memoria della Shoah non serve a niente se non a promuovere e difendere ovunque e nel concreto le istanze di emancipazione”.
Goldkorn non si sottrae percio’ a riflessioni anche sulla stato di Israele, dove i suoi genitori, pur non essendo sionisti, andarono ad abitare dopo le delusioni politiche del dopoguerra ed i rigurgiti antisemiti che attraversarono la Polonia nel 1968. Descrive le sue difficolta’ di ambientamento a Tel Aviv, la gita organizzata dal Centro di assorbimento dei nuovi immigrati a Gerusalemme nei territori occupati, che allora, a poco piu’ di un anno dalla guerra dei Sei Giorni, erano chiamati “amministrati”; il traumatico servizio militare che lo induce a prendere la decisione definitiva di abbandonare il paese, per poi approdare in Italia, “il paese piu’ bello del mondo”, dopo una breve sosta in Germania. “Il buco nero, il nulla prodotto dalla cultura europea sotto la forma del nazismo e dello sterminio e’ stato esportato in Medio Oriente”. “ A scanso di equivoci – precisa Goldkorn – penso che Israele abbia diritto di esistere. Ormai quattro, se non cinque generazioni parlano, scrivono, pensano in ebraico, e si considerano israeliani. Ma sono convinto anche che l’ idea di costruire una comunita’ ebraica sotto la forma di uno Stato per gli ebrei, in un luogo che rimandava ai sogni e ai miti della redenzione, rimuovendo il fatto che quel posto era abitato da altri, non poteva non finire in un conflitto”. Goldkorn, tuttavia non crede alla “ferrea logica della storia e al destino ineluttabile”. Pensa che “la pace sia possibile”. Come? Torna, laicamente, l’ insegnamento biblico che Giuseppe dette ai suoi fratelli. “Conta solo la capacita’ o l’ incapacita’ di mettersi nei panni altrui; non di amare l’ altro, compito troppo difficile, quasi impossibile; ma di pensare cosa farei io, come mi sentirei io, quali paure avrei provato io, se fossi nella situazione dell’ altro”. Una capacita’, mette in guardia Goldkorn, che va “insegnata e non nasce spontaneamente”.
Grazia Carifi

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