
di Giorgio Fruscione*
È stata l’ennesima, calda estate nei Balcani, soprattutto tra Kosovo e Serbia. Dopo le violenze di fine maggio e le successive tensioni di confine, la situazione è tornata ad una calma apparente. In attesa del prossimo episodio che faccia temere al resto d’Europa che nei Balcani stia per scoppiare una nuova guerra. Un’ipotesi però da escludere, per diversi motivi: la mancanza di risorse e di budget militari, ma soprattutto la sconvenienza politica. Belgrado e Pristina hanno un reciproco vantaggio politico nel minacciarsi continuamente la guerra: il timore del vecchio nemico aiuta infatti a rinsaldare le due leadership più di qualsiasi accordo o negoziato. Che di fatto c’è, ma non si vede.
L’Accordo di Ohrid non è mai stato preso sul serio dalle due parti. Privo di firma e protocolli diplomatici, il testo è stato prima accettato a fine febbraio a Bruxelles e, il 18 marzo, integrato dall’annesso di implementazione nella cittadina macedone. Basata sull’accordo che normalizzò le relazioni tra le due Germanie nel 1972, l’intesa si compone di 11 articoli e porta le parti a un mutuo riconoscimento di fatto, senza mai menzionarlo apertamente. Inoltre, mentre Pristina si impegna a istituire l’organo di autogoverno per i serbo-kosovari – ciò che gli accordi di Bruxelles del 2013 chiamano Associazione/Comunità dei Comuni Serbi (ASM) – Belgrado rinuncia al boicottaggio delle candidature del Kosovo nelle assemblee internazionali.
Impegni che, ad oggi, non sono stati rispettati. Se a Pristina non c’è ancora consenso, né un reale impegno politico, per uno statuto che definisca e regoli l’ASM, a Belgrado non sembra esserci l’intenzione di interrompere la campagna diplomatica contro l’adesione kosovara nelle organizzazioni internazionali. Ad appena un mese dall’Accordo di Ohrid, infatti, la Serbia ha votato contrariamente all’adesione di Pristina al Consiglio d’Europa (CoE). E un reale impegno per l’implementazione manca anche da parte degli stati membri dell’Unione Europea, dove persiste un’incoerenza formale per via dei cinque paesi che non riconoscono il Kosovo, tra cui Slovacchia e Spagna che però esprimono rispettivamente l’inviato speciale per il dialogo tra Belgrado e Pristina, Miroslav Lajcak, e l’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE, Josep Borrell. Insieme alla Serbia, anche la Spagna e altri tre paesi UE – Cipro, Romania e Ungheria – hanno votato contro la membership kosovara al CoE.
Ciò che sorprende, però, non è tanto che singoli paesi UE non cambino la propria politica nei confronti della sovranità kosovara, quanto piuttosto l’approccio comune adottato dalla Commissione europea e dagli Stati Uniti.
Dopo le violenze contro i militari KFOR di fine maggio, quando l’insediamento dei sindaci albanesi nei quattro comuni del nord del Kosovo scatenò la reazione serba, sia Bruxelles che Washington hanno sanzionato il governo kosovaro, ritenuto colpevole della provocazione che ha portato all’escalation, un’azione decisa autonomamente senza informare i partner internazionali. Il Kosovo è stato prima escluso dalle esercitazioni militari Defender Europe 23 a guida USA, quindi l’UE ne ha congelato l’erogazione di fondi fintanto che non si impegna per la de-escalation. Allo stesso tempo, nessuna sanzione è stata invece indirizzata alla Serbia, nemmeno quando due settimane dopo i disordini nel nord la polizia ha arrestato tre poliziotti kosovari nella zona di confine tra i due paesi.
Un approccio quindi molto sbilanciato, che colpisce l’esecutivo guidato da Albin Kurti e, indirettamente, favorisce l’agenda del presidente serbo Aleksandar Vucic. Un’opinione condivisa anche da più di cinquanta parlamentari europei, britannici e statunitensi, che ad inizio agosto hanno inviato una lettera a UE, USA e UK invitandoli a cambiare strategia sul dossier kosovaro.
I rischi di un tale approccio sono due. In primis, lascia in sospeso l’impegno diplomatico iniziato con l’allora iniziativa franco-tedesca, poi tradottasi nell’Accordo di Ohrid, e, di riflesso, chiude un occhio sulla postura della Serbia nella regione, dove Belgrado porta avanti un’azione d’interferenza politica tesa a costruire il cosiddetto “mondo serbo”: una via di mezzo tra una versione aggiornata del programma nazionalista “grande Serbia” e la politica di Mosca nel suo vicinato chiamato “russkiy mir” (mondo russo).
Quanto al primo rischio, gli Accordi di Ohrid si ponevano due obiettivi geopolitici di lungo termine: evitare focolai di tensione tra i due paesi e sottrarre la Serbia dall’orbita russa, avvicinandola al campo occidentale. Sebbene convincere Belgrado ad adottare sanzioni contro Mosca sia al momento tanto utopistico quanto poco consistente dal punto di vista del loro eventuale impatto economico, la speranza è perlomeno che la Serbia interrompa la sua decennale oscillazione tra Russia e Unione Europea. In particolare, qualora la Serbia smettesse di ostacolare l’accesso del Kosovo all’ONU e alle altre organizzazioni, l’alleanza politica con la Russia sarebbe svuotata di significato. L’attuale assenza di equidistanza diplomatica rende però irrealizzabili questi obiettivi.
Relativamente al secondo rischio, lasciare campo libero all’agenda regionale della Serbia di Vucic – i cui governi hanno sempre goduto dell’appoggio delle principali cancellerie ed istituzioni occidentali, contribuendo alle cosiddette “stabilitocrazie” – significa innanzitutto minare il processo di dialogo e la normalizzazione tanto auspicata tra Belgrado e Pristina. E, di conseguenza, compromettere ulteriormente la stabilità politica di tutta la regione balcanica. Sebbene Vucic faccia regolarmente ricorso ad una retorica con cui si autopromuove garante di pace e stabilità regionale, l’atteggiamento verso quei paesi dell’ex Jugoslavia con una consistente minoranza serba mira a destabilizzare i governi locali. Una fattispecie che nel nord del Kosovo si concretizza con la Lista serba, principale partito serbo-kosovaro che risponde però esclusivamente ai voleri di Belgrado.
In modo simile, in queste settimane, il fenomeno si può osservare anche in Montenegro. A Podgorica sta nascendo il terzo governo senza il partito dell’ex presidente Milo Djukanovic – che dal 2020 è passato all’opposizione dopo trent’anni di dominio quasi incontrastato – e nell’esecutivo che sarà guidato dal centrista Milojko Spajic non dovrebbero figurare i partiti filoserbi. Un’eventualità che ha attivato le intimidazioni politiche di Belgrado. Due settimane fa, il ministro della Difesa Milos Vucevic ha minacciato sulla tv nazionale il Montenegro (e la Macedonia del Nord) per aver riconosciuto il Kosovo: “Un errore che gli si ritorcerà contro, esattamente come accaduto in Ucraina”, ha dichiarato Vucevic sull’emittente filogovernativa Pink. Anche se il riconoscimento del Kosovo è del 2008, la minaccia al paese NATO arriva ora che l’esecutivo montenegrino dovrebbe escludere figure politiche vicine al presidente serbo e che durante la campagna elettorale promettevano che, con loro al governo, il Montenegro avrebbe ritirato il riconoscimento di Pristina e sarebbe uscito dall’Alleanza atlantica.

Il “mondo serbo” – sintagma coniato dall’ex ministro dell’Interno e oggi capo dei Servizi segreti Aleksandar Vulin – è esattamente questo: un apparato retorico teso a minacciare gli stati vicini di cui il governo serbo intende influenzare il corso politico a proprio uso e consumo. Non un programma politico sostenuto da un budget bellicistico come fu negli anni Novanta, bensì una scorta nazionalista che grava sui delicati rapporti regionali, nonché sui processi di riconciliazione interna. Un atteggiamento che negli ultimi anni ha agevolato le mosse secessioniste dei serbo-bosniaci del filorusso Milorad Dodik, che lo scorso giugno ha promosso una legge per invalidare le decisioni della corte costituzionale della Bosnia-Erzegovina in quella che si potrebbe definire “secessione giuridica” della Republika Srpska (una delle due entità che compongono il paese).
Uno sbilanciamento diplomatico dell’Occidente sul dossier kosovaro, pertanto, darebbe ulteriore legittimazione a una politica serba tanto autoritaria a livello interno quanto destabilizzante nei paesi vicini.
Nonostante l’influenza russa sulla Serbia difficilmente si possa tradurre in un sostegno militare attivo, ciò non esclude che Belgrado non continui ad importare da Mosca il suo modello politico, fatto di autocrazia interna e aggressività regionale. Un modello che, nei Balcani, probabilmente non produrrà guerre aperte, ma che terrà in vita una costante tensione latente sui già precari equilibri etno-politici.
Giorgio Fuscione
*Research Fellow, Balkan Desk, Europe and Global Governance Centre, ISPI

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