
Il fronte del Mar Rosso si riapre nel momento più critico della guerra tra Stati Uniti e Iran. I ribelli Houthi nello Yemen hanno annunciato infatti un “embargo marittimo immediato” contro i porti dell’Arabia Saudita, minacciando di colpire le petroliere dirette ai porti del regno lungo lo stretto di Bab el-Mandeb. “Ribadiamo il diritto del nostro popolo di rispondere a un blocco con un blocco e di rispondere a ogni escalation con un’escalation”, ha dichiarato in un comunicato il portavoce del gruppo, considerato vicino all’Iran dopo che la scorsa settimana diversi scontri a fuoco lungo la frontiera con l’Arabia Saudita, avevano minacciato un cessate il fuoco con il regno che dura da oltre quattro anni. La reazione dei mercati non si è fatta attendere: il Brent ha sfiorato i 91 dollari al barile, massimo da metà giugno, prima di ripiegare verso gli 88 in seguito alle indiscrezioni riferite da Reuters relative ad una proposta di mediazione, un cessate il fuoco di dieci giorni tra Washington e Teheran, pensata per riaprire uno spiraglio diplomatico dopo il naufragio dell’intesa siglata a giugno. Tra le due notizie, quasi contemporanee, si misura la fragilità dell’intero scacchiere: un fronte che si apre a sud, mentre un altro prova, faticosamente, a chiudersi a nord.

Petrolio senza via d’uscita?
Per capire come l’annuncio di una milizia armata yemenita possa smuovere in poche ore i mercati energetici globali, bisogna osservare la mappa delle rotte marittime intorno alla penisola araba. Da quando la guerra ha reso Hormuz quasi impraticabile – domenica vi sono transitate appena quattro navi, contro le circa 130 che vi passavano quotidianamente di prima del conflitto – l’Arabia Saudita ha spinto al massimo i transiti di greggio attraverso l’oleodotto Est-Ovest, la Petroline, che scarica il flusso dei giacimenti orientali sul terminale di Yanbu, affacciato sul Mar Rosso. È un modo di aggirare il blocco imposto da Teheran su Hormuz, ma quel petrolio, per raggiungere l’Asia, deve comunque attraversare il collo di bottiglia che gli Houthi minacciano ora di chiudere. Non è un problema da poco: da Bab el-Mandeb, che separa il Golfo di Aden dal Mar Rosso e, attraverso Suez, dal Mediterraneo, transita ogni anno circa il 12% del commercio marittimo mondiale. La notizia del blocco dunque, non annuncia soltanto un nuovo fronte yemenita. Segnala anche che l’ultima via d’uscita del greggio saudita è ora sotto minaccia diretta e che, per la prima volta dall’inizio della guerra, i due principali snodi del petrolio mediorientale rischiano di restare bloccati contemporaneamente.
Escalation o strategia di pressione?
Sulla reale portata dell’annuncio, tuttavia, al momento pesano più domande che risposte. Gli Houthi non hanno chiarito quali navi considereranno bersaglio legittimo né hanno chiarito se l’embargo si tradurrà, come accaduto due anni fa quando il gruppo armato impedì la navigazione nel Mar Rosso per oltre 18 mesi, in rappresaglia per la guerra di Israele a Gaza, in attacchi concreti con missili, droni e imbarcazioni esplosive. Se il giudizio degli analisti resta cauto, la società di consulenza Basha Report, osserva che “il solo annuncio può bastare a scoraggiare armatori e assicuratori, alzando i costi della navigazione ben prima che una nave venga colpita”. È una dinamica che il Mar Rosso conosce già: tra il 2023 e il 2024 bastarono le minacce, più che gli attacchi effettivi, a dirottare gran parte del traffico commerciale intorno al Capo di Buona Speranza. Oggi la posta in gioco è più alta, perché non c’è più neanche Hormuz a fare da ‘valvola’ di sicurezza. Ma resta un interrogativo di fondo: quanto questa escalation risponda a un calcolo autonomo del movimento, che pur facendo parte del cosiddetto ‘asse della resistenza’ iraniano conserva una propria agenda, e quanto sia invece coordinata con la strategia negoziale di Teheran nel braccio di ferro con Washington.
Porta stretta per la diplomazia?
Proprio mentre sul Mar Rosso minaccia di aprirsi un nuovo fronte, quello diplomatico prova a spingere verso il dialogo. I mediatori regionali di Qatar e Pakistan avrebbero trasmesso a Teheran l’ipotesi di una tregua di dieci giorni, pensata per rilanciare l’intesa provvisoria raggiunta a giugno con Washington e naufragata il 10 luglio, quando Trump ne aveva dichiarato la fine. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha confermato che “l’apparato diplomatico si è attivato” nei giorni scorsi. Ed è rivelatore che sia stata proprio questa notizia, e non un mutamento della situazione sul terreno, a far ripiegare il petrolio sotto i 90 dollari: il mercato sembra scommettere più sulla tenuta della diplomazia che sui rischi reali di un doppio blocco. Ma la nona notte consecutiva di raid statunitensi su Teheran, e le rappresaglie iraniane contro Bahrein e Kuwait nello stesso weekend, raccontano quanto quello spiraglio resti sottile e quanto poco manchi perché il Mar Rosso, più che un fronte secondario, diventi una miccia che può far saltare anche i tentativi di una tregua nel Golfo.
Il commento
Di Eleonora Ardemagni, Senior Associate Research Fellow ISPI
“Da subito, il solo annuncio degli Houthi farà scendere i volumi commerciali nel Mar Rosso, mai tornati ai livelli pre-crisi del 2023, e salire i costi delle assicurazioni marittime. Rispetto a quel precedente, ci sono poi due grandi differenze. La prima è che la destabilizzazione dei traffici energetici nel corridoio del Bab el-Mandeb prende forma mentre l’altro stretto, Hormuz, è già zona di guerra: l’impatto globale può raddoppiare, soprattutto per l’Asia. La seconda è che stavolta il target degli alleati dell’Iran non è Israele ma l’Arabia Saudita. Il punto è dunque cosa faranno ora i sauditi, il cui export di greggio rischia lo “scacco matto”. Lo Yemen potrebbe diventare il fulcro del contro-attacco di Riyadh: ovvero un’operazione di terra dell’esercito yemenita e delle milizie alleate contro gli Houthi, con la copertura aerea saudita, per ridurne la capacità offensiva all’esterno tramite un fronte interno. La prima vittima sarebbe, ancora, la popolazione yemenita, di nuovo in balia di interessi contrapposti”.
Alessia De Luca

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