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Autobiografia del trasformismo

Grazie ad una rubrica di Aldo Cazzullo è stato sfatato un mito comune dell’aneddotica di Winston Churchill. Non c’è nessuna prova che sia stato lui a dire che gli italiani erano 80 milioni, 40 fascisti, 40 antifascisti. Il premier britannico era troppo intelligente per fare una simile battuta sugli italiani che amano invece auto disprezzarsi e se la devono essere inventata loro per poi attribuirla, chissà mai perché, ad uno straniero tanto autorevole.

di Riccardo Bruno | 3 Settembre 2026

Grazie ad una rubrica di Aldo Cazzullo è stato sfatato un mito comune dell’aneddotica di Winston Churchill. Non c’è nessuna prova che sia stato lui a dire che gli italiani erano 80 milioni, 40 fascisti, 40 antifascisti. Il premier britannico era troppo intelligente per fare una simile battuta sugli italiani che amano invece auto disprezzarsi e se la devono essere inventata loro per poi attribuirla, chissà mai perché, ad uno straniero tanto autorevole. In attesa che Cazzullo smentisca anche l’atro aneddoto di Churchill. per cui Mussolini, tutto sommato, andava bene per un paese arretrato come l’Italia, resta da chiedersi se la battuta sul trasformismo fosse veritiera o meno, indipendentemente da chi l’abbia fatta.

A tutti gli effetti se non la totalità degli italiani, il fascismo, soprattutto dopo la conquista di Adis Abeba, ebbe un consenso enorme che si trascinò fino alle legge razziali. Per vedere erodere quel consenso bisognò aspettare per lo meno le prime sconfitte militari dell’Italia ed ancora l’invasione alleata della Sicilia. Solo nel 1943 l’Italia si scoperse non più fascista e lo dimostra l’assenza di qualsiasi reazione all’arresto del duce. La stessa Repubblica sociale aveva in qualche modo idea di essere un fenomeno minoritario. I suoi miliziani cantavano “le donne non ci vogliono più bene”, un verso inimmaginabile vent’anni prima. Benito Mussolini nelle lettere alla Petacci si definisce “un fantasma”.

Invece è sicuramente sbagliato pensare che tutti coloro che furono fascisti, divennero davvero di colpo antifascisti. Ci furono i nostalgici, innanzitutto. Poi i reduci della Repubblica sociale che non si conformarono, se non obtorto collo, lo si capisce ancora oggi, all’antifascismo dominante. Infine ci sono i critici dell’antifascismo come c’erano i critici del fascismo, una minoranza perdurante sempre sul piede di guerra con chiunque comandi.

D’altra parte la stessa battuta di Churchill, o di chi per lui, non intendeva tracciare un’analisi della società politica italiana, voleva semplicemente ricordare la sua natura trasformista denunciata fin dal tardo Risorgimento. Tomasi de Lampedusa scriveva che “tutto deve cambiare perché nulla cambi” e De Roberto, che “la nostra razza non è degenerata, è sempre la stessa”. L’identità italiana da due secoli si confronta con questa dialettica morale, piaccia o non piaccia. Questo significa che determinati vizi profondi degli italiani sono difficili da eliminare e alla prima occasione possono tornare a galla rapidamente. Il motivo per cui la Repubblica si dotò di una Costituzione. Bella o brutta che fosse, serviva una legge a cui sottostare ed impedire nuove avventure. Il che non ha mai significato anche poter impedire di correrle lo stesso, cosa che anche è accaduta negli anni in cui la lettera costituzionale era maggiormente integra. Da quando poi è stata modificata, tutto è possibile. Con una proposta di riforma costituzionale a legislatura, come si può pensare che la Costituzione sia ancora pienamente rispettata dagli italiani? Una forza completamente eversiva, può nascere da un momento all’altro ed è quello che sta accadendo, se già non è accaduto. Bisogna fare molta attenzione per non preparare al paese un futuro che assomiglia terribilmente al passato.

Riccardo Bruno

(direttore politico de “La Voce Repubblicana”)

Pubblicato in : Editoriale

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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