
Ormai non è più l’accusa di qualche governo particolarmente ostile a Mosca. È l’Europa intera a denunciare pubblicamente una strategia russa fatta di sabotaggi, cyberattacchi, interferenze politiche e pressioni sulle opinioni pubbliche. L’attacco di Lipsia è soltanto l’ultimo episodio. Berlino ha chiamato direttamente in causa Mosca, Bruxelles ha reagito con durezza e Antonio Tajani ha denunciato apertamente il rischio di interferenze russe nelle elezioni europee, Italia compresa, con un obiettivo fin troppo evidente: favorire le forze anti europeiste, dividere l’Unione e indebolire il sostegno all’Ucraina.
Il motivo è molto meno complicato di quanto qualcuno voglia raccontare. Putin sta cercando di destabilizzare l’Europa perché in Ucraina non è riuscito a fare quello che aveva promesso. Dopo oltre quattro anni Kiev non è caduta, il governo ucraino non è stato rovesciato, l’esercito continua a combattere e l’Europa continua a sostenerlo. Quella che nelle intenzioni del Cremlino doveva essere una guerra rapida si è trasformata in un interminabile logoramento che ha divorato uomini, mezzi, denaro e credibilità internazionale senza consegnare alla Russia la vittoria politica per la quale aveva iniziato l’invasione. Quando non riesci a sconfiggere il tuo avversario, provi a distruggere il sistema che lo tiene in piedi.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Non servono carri armati davanti al Bundestag o sugli Champs Élysées. È molto più conveniente sabotare infrastrutture, alimentare estremismi, finanziare propaganda, interferire nelle elezioni, esasperare le divisioni sociali e convincere una parte degli europei che il problema sia Kiev anziché Mosca. Putin non ha bisogno di conquistare l’Europa. Gli basta renderla incapace di decidere.
In questo gioco Donald Trump diventa un alleato oggettivo perfetto. Non serve inventare complotti: basta ascoltare ciò che dice e osservare ciò che fa. Putin vuole un’Europa debole perché un’Europa forte sostiene l’Ucraina e limita l’espansione russa. Trump vuole un’Europa politicamente frammentata perché un’Unione compatta rappresenta un concorrente economico capace di opporsi agli Stati Uniti, imporre regole alle multinazionali americane e rispondere ai dazi da una posizione di forza. Entrambi hanno quindi interesse a spacchettare Bruxelles, riportando l’Europa a una collezione di Stati nazionali molto più piccoli e molto più facilmente condizionabili.
E qui entra in gioco anche l’euro. L’Unione dispone di uno dei più grandi mercati del mondo e di una valuta che nominalmente vale più del dollaro e rappresenta uno dei principali contrappesi monetari alla supremazia americana. Per Washington un’Europa divisa significherebbe avere davanti Italia, Francia, Germania, Spagna e gli altri Paesi separatamente anziché un blocco economico di quasi mezzo miliardo di persone. Sarebbe molto più semplice imporre condizioni commerciali, dazi e accordi favorevoli agli Stati Uniti. Indebolire l’UE significa inevitabilmente indebolire anche il peso politico dell’euro e recuperare una parte di quella sovranità economica americana che la crescita del blocco europeo ha progressivamente limitato.
Putin e Trump non perseguono necessariamente lo stesso progetto e certamente non per le stesse ragioni. Ma sul risultato finale la convergenza è impressionante. Putin vuole demolire la compattezza europea per isolare l’Ucraina e recuperare la propria area d’influenza. Trump vuole ridurre il peso dell’Unione per recuperare predominio economico, commerciale e monetario. Mosca attacca l’Europa perché la considera un ostacolo geopolitico. Washington trumpiana la considera un concorrente. Per entrambi sarebbe molto più comoda un’Europa debole, frammentata e litigiosa.
Il problema è che a Est qualcuno ha capito perfettamente il gioco. La Polonia non discute più se la Russia rappresenti oppure no una minaccia. Si arma. Rafforza il confine, aumenta le proprie capacità militari e continua a sostenere Kiev. Varsavia non cerca la guerra, ma non sembra avere alcuna intenzione di farsi trovare impreparata qualora Putin commettesse l’errore di oltrepassare il limite.
Ed è qui che il Cremlino rischia il secondo gigantesco errore strategico dopo l’invasione dell’Ucraina. Ogni sabotaggio, ogni provocazione e ogni interferenza spingono l’Europa ad armarsi, accelerano la costruzione di una difesa comune e convincono persino i Paesi più esitanti che affidare eternamente la propria sicurezza agli Stati Uniti non sia più sufficiente.
Putin voleva Kiev in ginocchio e l’Europa divisa. Kiev è ancora in piedi, l’Europa lo accusa apertamente di destabilizzazione e la Polonia si prepara a rispondere militarmente a qualsiasi ulteriore passo falso. Trump vorrebbe un’Europa più debole e dipendente da Washington, ma potrebbe contribuire involontariamente a costruirne una molto più autonoma.
A furia di voler distruggere l’Europa, Putin e Trump rischiano di darle finalmente un motivo abbastanza serio per diventare davvero adulta.
Piero Terracina

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