Seguendo le vicende agostane della nostra politica, vien fatto di rivalutare i Borgia, gente schietta, pragmatica, del tutto scoperta nei propri obbiettivi, che non fece mai mistero di voler arraffare il possibile grazie all’impunità garantita dall’elezione al soglio pontificio di Rodrigo, che prese il nome di Alessandro VI e passò alla storia, del tutto immeritatamente, come il Papa più smaccatamente nepotista mai visto a Roma. In realtà, Alessandro si limitò a tentare di sistemare, peraltro con fugace fortuna, solo quattro figli – il suo predecessore, Enea Silvio Piccolomini, aveva provveduto a ben diciotto tra figli e nipoti – senza mai neanche fingere che il suo intento fosse altro, ad esempio il bene comune o quello della sua Chiesa, dunque oggi appare come un dilettantuccio da strapazzo, poiché in tempi di famiglie allargate e vite parallele i nostri governanti hanno dato vita ad un sistematico accaparramento di beni che il sacco di Roma, in confronto, fu un simpatico passatempo per soldato annoiati.
Ma in realtà, quello che ci preme sottolineare oggi è la similitudine fra Cesare Borgia, detto il Valentino, e Gianfranco Fini, che per ora non vanta soprannomi interessanti ma pare destinato a seguire le orme del figlio del Papa. Costui, infatti, mosso da profonda ambizione e deciso ad “acquistar stato” ad ogni costo, si era dato un motto che rispondeva tanto al suo nome quanto alla sua smania di potere: “Aut Caesar aut nihil”, ovvero: o divento il più grande di tutti oppure scelgo l’oblio. Un intento ultimativo che non conosceva mezze misure e che per qualche tempo parve avverarsi, grazie alla spregiudicatezza del Borgia che conquistò tutta l’ammirazione di Machiavelli mutando disinvoltamente alleanze, rimangiandosi parole date, trucidando i propri nemici, e presentandosi sempre ai nuovi sudditi come il Signore per eccellenza, l’uomo giusto e probo che avrebbe finalmente assicurato loro pace, benessere ed equità di trattamento. Sappiamo che la parabola folgorante del Valentino ebbe breve durata, e dunque da Caesar finì precocemente in nihil – ora, ci pare che anche Fini sia su questa strada, anche perché di nuove vie, davanti a lui, non se ne vedono. Scrivemmo, tempo fa, che Fini era un generale senza truppe, ed in effetti la pattuglia di deputati pronta a seguirlo è sufficiente a determinare una paralisi istituzionale ma non a sommuovere la palude in cui è sprofondata la politica italiana grazie al devastante sistema bipolare messo in atto senza alcuna ragione se non quella di conservare lo status quo ante. Preso atto di questa evidente verità, torniamo a chiederci, come abbiamo fatto di recente, che altro possa fare Fini in questa situazione che tanto caparbiamente ha contribuito a creare ma che adesso lo vede privo di mezzi sia per gestirla che tantomeno per risolverla a suo favore. Il suo tardivo, tardivissimo, risveglio in merito alla natura inconsistente del Pdl, che doveva certo essergli chiara al momento della fondazione del partito, non più tardi di un anno fa, equivale né più né meno ad una mediocre scoperta dell’acqua calda che non porta in sé – perché non lo possiede – alcun germe di cambiamento, di novità, di forza propositiva e costruttiva. E’vero che Garibaldi con Mille volontari fece l’Italia, ma Fini con quaranta – effettivi?! – deputati non può fare né un governo né un autentico ribaltone politico, avendo già ottenuto, con la crisi istituzionale in atto, il massimo risultato cui potesse aspirare. Il sistema bipolare prevede infatti l’obbligo di costituire alleanze per presentarsi alle elezioni, e non saremmo disposti a scommettere un euro sulla concreta possibilità che gli elettori di destra, già elettori di An e prima ancora dell’Msi, siano disposti a votare una alleanza con Casini, Rutelli, o peggio ancora con il Pd, e se anche Fini decidesse di costituire un nuovo partito non potrebbe mai presentarsi da solo alle elezioni perché sarebbe un autentico bagno di sangue che sancirebbe definitivamente la sua sconfitta politica. Dunque, ci pare che Fini si sia infilato in un vicolo cieco quanto mai oscuro, poiché la sua speranza di arrivare ad un ribaltone parlamentare, costringendo Berlusconi alle dimissioni e ricostituendo una maggioranza peraltro non uscita dalle urne, pare essere destinata a morire sul nascere, perché è evidente che quel che resta del Pdl, ma soprattutto la Lega, che è la forza politica più coesa e convinta dei propri mezzi grazie al crescente sostegno elettorale, non permetteranno altra soluzione che non sia il ricorso alle urne. Stupisce, ma non più di tanto, che un politico navigato come Fini si sia fatto travolgere fino a questo punto dall’ambizione personale ma soprattutto da un calcolo politico completamente sbagliato, chè se i suoi aedi sono di scarso livello, la sua intelligenza avrebbe peraltro dovuto consigliarlo meglio di quanto loro abbiano saputo fare. Per questo ci pare di poter dire che, partito per diventare Caesar, anche Fini sarà costretto a ridimensionarsi parecchio – la Storia, si sa, è un’ottima maestra che ha però pessimi allievi: forse i finiani, prima di fare futuro, avrebbero dovuto documentarsi sul passato.
ChiBo

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