E’ un bene o un male che tre francesi su quattro abbiano votato contro l’Europa?

Sono dunque favorevole all’idea che si debba promuovere una nuova fase della politica europea che si affranchi da quella ribattezzata Sarkel, ma nello stesso tempo sono anche molto preoccupato della deriva che può prendere la contestazione ad essa. Per questo devono essere molto chiari sia i motivi della critica sia gli obiettivi che si vogliono raggiungere animandola. Dunque, contestare l’obbligo di costituzionalizzare il pareggio di bilancio non deve significare che si è favorevoli al deficit spending, e suggerire di non perseguire maniacalmente l’azzeramento del deficit corrente non deve voler dire che si può alimentare politiche neo-keynesiane a debito. Al contrario, occorre chiarire che il progetto oggi necessario in Europa (e in Italia a maggior ragione) è di taglio “liberal-keynesiano”, che significa trovare risorse per fare investimenti (pubblici, e privati tramite il taglio delle tasse) attraverso l’abbattimento del debito per il tramite della privatizzazione di gran parte dei patrimoni degli Stati. Allo stesso modo, contestare i tentativi dirigisti di Bruxelles, peraltro fallaci, non significa smontare l’Europa che detta le regole, ma regolamentare meglio i compiti degli stati nazionali rispetto a quello (ancora da creare, purtroppo) centrale. E dal prendere atto che l’euro senza un governo federale che sovraintenda alla politica monetaria insieme con una vera banca centrale (modello Federal Reserve) è fallimentare, non può derivare l’idea di cancellare la moneta unica e tornare alle valute nazionali, ma al contrario di costruire quell’integrazione politico-istituzionale che è mancata quando all’inizio degli Novanta si è messo in moto il processo di unificazione monetaria. Insomma, contestiamo pure l’ottusa Germania, ma stiamo attenti a scrollare l’albero per il verso giusto. Altrimenti rischiamo di trovarci tutta l’Europa piena di destre autarchiche, di sinistre massimaliste e di movimenti di territorio falsamente identitari. E non è certo con queste forze che l’Europa può pensare di vincere la sfida che il nuovo mondo globalizzato, spostato lungo l’asse Asia-Usa-Sudamerica, gli ha lanciato ormai da (troppo) tempo.

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