
L’amministrazione Trump ridefinisce gli equilibri in Medio Oriente, muovendosi tra la fine delle operazioni ad alta intensità in Iran e la gestione dei rapporti, talvolta turbolenti ma solidi, con l’alleato israeliano. I due fronti caldi di Washington trovano una sintesi perfetta nelle dichiarazioni parallele del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del Segretario di Stato americano Marco Rubio, delineando la strategia della Casa Bianca per la stabilizzazione della regione.
A disinnescare i rumors su una presunta rottura diplomatica con la Casa Bianca è stato lo stesso Premier israeliano Benjamin Netanyahu. Rispondendo a una serie di indiscrezioni giornalistiche relative a una tesa telefonata bilaterale — incentrata sui recenti attacchi delle forze israeliane in Libano — il primo ministro ha scelto la via dell’ironia e della minimizzazione durante un’intervista rilasciata alla CNBC.
«A volte abbiamo, come accade nelle migliori famiglie, questi disaccordi tattici», ha dichiarato Netanyahu. Il premier ha voluto enfatizzare come, al di là delle frizioni quotidiane, la convergenza di vedute sugli obiettivi di fondo rimanga assoluta, in particolare per quanto riguarda il contrasto alle ambizioni nucleari di Teheran. «Troviamo sempre il modo di appianarli, e lo facciamo come grandi amici», ha concluso, ribadendo che la solidità del legame strategico supera qualsiasi momentanea incomprensione sui metodi operativi.
Parallelamente, sul fronte prettamente militare, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha formalizzato il cambio di passo della Casa Bianca davanti al Congresso. Durante la sua audizione, Rubio ha ufficializzato una decisione di forte impatto strategico: l’Operazione Epic Fury è formalmente conclusa.
L’intervento ad alta intensità contro l’Iran, originariamente concepito come una massiccia dimostrazione di forza militare e strategica, ha completato i suoi obiettivi primari. «Abbiamo terminato questa fase e il Presidente Trump lo ha notificato ufficialmente al Congresso», ha spiegato Rubio, specificando che gli Stati Uniti non intendono perseguire un’ulteriore escalation nella regione. Il focus del Pentagono si sposta ora sulla successiva fase difensiva, denominata Project Freedom, mirata esclusivamente a garantire la sicurezza delle rotte marittime internazionali e la libera navigazione nello Stretto di Hormuz.
L’intreccio tra la chiusura di Epic Fury e le rassicurazioni di Netanyahu evidenzia la delicata dottrina geopolitica di Donald Trump: colpire duramente per ridefinire i rapporti di forza, per poi frenare l’alleato più intransigente al fine di evitare un conflitto regionale fuori controllo. Resta da capire se questo approccio basato su “disaccordi tattici” e repentine de-escalation possa garantire una stabilità duratura o se, al contrario, aprirà nuovi spazi di manovra per gli attori regionali rivali.
L’asse Washington-Tel Aviv un’alleanza logorata, dove la narrazione di disaccordi tattici maschera un fallimento strategico e un insostenibile (overstretch – allungamento eccessivo) militare ed economico degli Stati Uniti. Una resa camuffata di Washington, costretta a negoziare con Teheran mentre Israele trascina gli USA in un conflitto incontrollato nel Medio Oriente.
Giuseppe Basilico

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