
Il 25 Aprile, data che ci porta a un secolo fa a Milano, per la prima della “bella incompiuta” di Giacomo Puccini ormai morto da due anni, si avvicina e, unico in Toscana, solo il Teatro del Giglio, ora Teatro del Giglio – Giacomo Puccini, mette in scena la Turandot. Del resto questo atteso centenario, dopo quello del 2024 per la morte di Puccini, sembra incomprensibilmente passare quasi sotto silenzio, quasi che l’indigestione del ’24 non sia ancora passata.
Incontriamo il direttore artistico del Teatro di Lucca, Cataldo Russo, per rivolgergli alcune domande.
Ma prima vediamo di conoscerlo meglio.
Classe 1975, laureato in lettere – indirizzo musica e spettacolo, Università degli Studi di Firenze (ora DAMS), sempre nello stesso ateneo ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia del Teatro e dello Spettacolo.
Hanno contribuito alla sua formazione teatrale e artistica le esperienze con la compagnia Centrale dell’Arte di Firenze, il Teatro Del Carretto di Lucca e i seminari di biomeccanica teatrale di Nikolaj Karpov (GITIS di Mosca).
Dopo aver conseguito il Master in Cultura d’Impresa e dopo l’esperienza al Festival La Versiliana, dal 2002 collabora con il Teatro del Giglio in molteplici vesti ed in particolare in qualità di Responsabile della programmazione per il nouveau public e delle attività di formazione.
Ha ideato e curato per il Teatro del Giglio vari progetti tra cui I laboratori teatrali per spettatori consapevoli realizzando gli adattamenti di celebri testi letterari quali L’amore ai tempi del colera (2007), Don Chisciotte (2008), Stanza 101 liberamente ispirato a 1984 di G. Orwell (2009) e il progetto GigliOperaLab realizzando la Carmen di Bizet in scena al Teatro Civico di La Spezia (2017). Per il progetto Lucca Junior Opera ha curato la regia dell’opera Il pirata Barbastrisce di Marco Simoni (Teatro del Giglio, 2018).
Nell’ultima stagione ha collaborato in modo particolare alla programmazione delle attività del progetto “Un teatro sempre aperto” che ha portato al Giglio, tra il mese di maggio e il mese di giugno, oltre 9.000 presenze.
Ha contribuito a numerosi progetti con Lucca Comics & Games, tra cui il Graphic Novel Theatre, da ultimo curando insieme a Francesco Niccolini lo spettacolo Lucrezia Forever con Amanda Sandrelli, che ha debuttato proprio al Teatro del Giglio nel 2020.
Come regista lirico, ha firmato la regia di importanti titoli tra i quali ricordiamo Turandot di Puccini (Seoul – Sejong Art Center, 2017), L’elisir d’amore di Donizetti (Seoul – Sejong Art Center, 2018), Così fan tutte di Mozart, Don Pasquale di Donizetti e La Cambiale di matrimonio di Rossini (Opéra de Chambre – Genève 2019-2021-2022).

INTERVISTA
L’amore di Lucca per il “suo Puccini” è ormai una cosa inconfutabile, nonostante le molte illazioni sulle critiche a lui mosse per il “ratto di Elvira”. Dopo il centenario della morte caduto nel 2024, come sta vivendo la sua città questo nuovo centenario, della sua ultima opera?
“È inconfutabile che Lucca sia la città di Puccini e che il Teatro del Giglio sia la sua vera casa teatrale. Le antiche incomprensioni le possiamo tranquillamente lasciare agli archivi storici. La verità che conta ce la dice la storia: dopo i trionfi in tutto il mondo, il Maestro tornava qui per sovrintendere personalmente alle sue opere. Oggi la città è profondamente orgogliosa di Puccini e ne riconosce l’immensa grandezza.
Questo nuovo centenario, legato proprio alla sua ultima immortale opera, Turandot, assume per noi un significato speciale. Pensiamo a cos’è Turandot: un’opera a dir poco monumentale, estremamente complessa da allestire in un teatro di piccole dimensioni come il nostro. Nella storia del nostro teatro è stata rappresentata quattro volte: la prima fu già nel 1931 a pochi anni dalla prima esecuzione scaligiera. Per noi era fondamentale trovare la maniera più giusta per onorare il centenario di questo capolavoro.
Da questa celebrazione, però, dobbiamo passare a una nuova fase. Dobbiamo compiere un vero salto di qualità e comprendere fino in fondo quanto il binomio tra Puccini, Lucca e il suo territorio sia un elemento vitale per la nostra crescita sociale e culturale, oltre che per la nostra reputazione nel mondo. Nel nome di Puccini possiamo trovare il nostro antidoto all’overtourism: è lui la chiave per attrarre un turismo colto e di altissima qualità, riaffermando Lucca come una capitale cosmopolita, moderna e votata all’internazionalizzazione.
Il teatro, da parte sua, ha realizzato il progetto “Verso Turandot 2026 centenario” con una serie di iniziative significative: ce ne vuole parlare?
Con l’Amministratore Unico Giorgio Lazzarini abbiamo pensato al progetto ‘Verso Turandot 2026’ nato da una stretta sinergia con la Fondazione Puccini e il Centro Studi Giacomo Puccini. Ci sembrava non solo corretto, ma doveroso, offrire al pubblico l’occasione di avvicinarsi a questo centenario passo dopo passo, andando ad approfondire nel dettaglio i lati più affascinanti e misteriosi di questo capolavoro incompiuto.
Devo dire che la risposta è stata straordinaria: il pubblico ha partecipato con un interesse vivissimo. E come spesso accade quando si semina bene, iniziative di questo tipo generano nuovi bisogni culturali, accendono la necessità e la curiosità di approfondire sempre di più. Ed è esattamente questa la nostra visione: il teatro deve essere un vero e proprio presidio culturale attivo sul territorio. Per questo non ci fermeremo qui, ma continueremo a muoverci su strade analoghe anche in futuro.
Tra i vari appuntamenti, ce n’è uno che merita un’attenzione del tutto particolare: l’incontro con il Maestro Nicola Luisotti. Parliamo di una nostra eccellenza, un talento nato proprio nel nostro territorio, che proprio in questi giorni è sul podio a dirigere Turandot al Teatro alla Scala. Averlo avuto con noi è stato un momento altissimo, che credo abbia creato una sorta di ponte ideale – in questo mese dedicato al centenario dell’opera – tra le due città di Giacomo Puccini per eccellenza: la nostra Lucca e Milano.
E, unico tra i teatri della Costa, ha deciso di celebrare il centenario della “bella incompiuta” con una nuova produzione di Turandot. Che ci dice a riguardo? Cosa avere inteso “raccontare” con questo allestimento?
Era importante per noi pensare a un allestimento che nascesse su misura per le dimensioni del nostro spazio e che avesse uno scopo ben preciso: partire dal centenario per proiettare l’opera di Puccini dritto nel futuro. E’ vero, i teatri della costa hanno fatto scelte di programmazione diverse ma il nostro percorso è nato più di un anno e mezzo fa, insieme ad un gruppo di importanti teatri di tradizione italiani. Insieme ai Teatri di OperaLombardia – Como, Pavia, Brescia, Cremona e Bergamo, e al Teatro Coccia di Novara – abbiamo lanciato un bando europeo per individuare un team creativo under 35. È stato un progetto ambizioso, che ha visto la partecipazione e il supporto di istituzioni del calibro del Teatro alla Scala e della stessa Fondazione Puccini. Per noi era fondamentale mettere davvero i giovani al centro. Spesso i giovani vengono nominati, evocati nei discorsi, ma poi le grandi istituzioni raramente danno loro la responsabilità reale di guidare progetti così importanti. Noi ci siamo voluti prendere questa responsabilità e, se vogliamo, anche questo ‘rischio’.
E cosa vogliamo raccontare con questo allestimento? Se penso a Turandot, a quel clima di repressione, a quel popolo oppresso e incapace di generare, non posso fare a meno di pensare a quanto, nel nostro mondo occidentale contemporaneo, si sia persa la fiducia nel futuro. È uno specchio potentissimo del nostro presente.
Infine, abbiamo preso un’altra decisione cruciale: chiudere l’opera esattamente fin dove Puccini l’ha composta. Anche questa è una scelta drammaturgica di estrema valenza. Decidere di chiudere con la morte di Liù, fermando la musica dove si è fermata la mano del Maestro, non è solo un omaggio storico: sarà il vero motore drammaturgico ed emotivo dell’intero allestimento.
Rispetto al cast cosa ci può anticipare?
Per il cast abbiamo lavorato a un mix molto attento: da una parte interpreti di chiara fama, artisti abituati a sostenere questi ruoli sui più grandi palcoscenici del mondo – penso a Oxana Dyka nel ruolo di Turandot, a Roberto Aronica in quello di Calaf e allo stesso George Andguladze come Timur; dall’altra, giovani talenti che sono già in rampa di lancio, come la bravissima Maria Novella Malfatti nel ruolo di Liù.
Abbiamo voluto unire grande esperienza e freschezza giovanile con un intento preciso: fare in modo che tutti condividessero e si sentissero parte di un vero e proprio progetto di teatro musicale, in cui ognuno potesse mettere a disposizione un pezzetto del proprio percorso artistico.
Perché la vera bellezza di un allestimento come questo non sta solo nel risultato finale, ma nel riuscire a creare le condizioni ideali per far sì che il lavoro sulla scena diventi, fino in fondo, un autentico e meraviglioso lavoro collettivo.
E per la direzione?
Ho conosciuto e apprezzato il Maestro Alessandro D’Agostini durante l’allestimento di Madama Butterfly andato in scena qui a Lucca nel 2024. Ne ho ammirato le doti e ho capito subito che fosse lui la persona giusta per guidare questo progetto.
C’è anche un altro aspetto a cui tengo molto: il Maestro D’Agostini proviene da quella che considero una vera e propria ‘scuola’ di grandi direttori d’orchestra, figure che hanno rappresentato tantissimo per i nostri teatri toscani. Penso a nomi come Piero Bellugi e, in particolare, a Massimo De Bernart. Sono i maestri che io stesso, in giovane età, ho seguito e ammirato profondamente, e credo che questa preziosa linea di continuità si ritrovi intatta nel lavoro di D’Agostini.
Sono un po’ sentimentale? Forse sì. Ma credo fermamente che quegli anni siano stati fondamentali per i nostri teatri in Toscana, e per me ricordarli è anche un modo per guardare al futuro, per capire chiaramente cosa vogliamo essere oggi e domani.
E proprio in questa visione di alta qualità e radicamento sul territorio si inserisce il rinnovato rapporto con l’Orchestra Regionale della Toscana. Abbiamo avviato con loro una partnership importante, fatta di una progettualità vera, da costruire insieme passo dopo passo, per far sì che le proposte musicali da offrire al nostro pubblico siano sempre della migliore qualità possibile
Spogliatosi dei panni di direttore artistico di questo teatro, cosa ci dice del suo personale rapporto con Turandot? Quando l’ha conosciuta per la prima volta e come la vive oggi?
Prima abbiamo ricordato le quattro rappresentazioni di Turandot andate in scena al Giglio prima di quest’anno. Beh, due di quelle quattro le ho vissute in prima persona. Ma, al di là di questo, non posso non ricordare che il mio vero e proprio debutto come regista in un grande e importante teatro è avvenuto proprio con questo titolo.
Ripensando a quella mia regia, mi torna in mente il rapporto di profonda intimità che, fin da bambino – in modo consapevole o meno –, ho sempre avuto con quest’opera. Passavo le estati dai nonni in Maremma, ad Ansedonia, in una spiaggetta proprio sotto la Torre della Tagliata, l’antico casino di caccia di Puccini. È proprio lì che, secondo i racconti, nel 1920 Adami e Simoni svelarono per la prima volta al Maestro la trama dell’opera.
Io, da bambino, restavo incantato ad ammirare questa immensa crepa nella roccia – la ‘tagliata’, appunto – che caratterizza in modo inconfondibile questo luogo pucciniano. Ai miei occhi è ancora oggi un confine netto tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che conosciamo e ciò che ci è ignoto: l’amore e la morte. In pratica, l’essenza stessa e lo straordinario mistero di Turandot.
Immagino che nella sua carriera avrà avuto modo di vedere molti allestimenti di quest’opera: quali le sono rimasi nel cuore e perché e, per contro, ce n’è stato uno (o più di uno) che invece l’hanno indisposta?
Parto dalla seconda parte della domanda: a dire il vero, non c’è nessun allestimento che mi indisponga veramente. Nemmeno tra quelli che, in anni anche recenti, hanno inaugurato stagioni di importanti teatri italiani e sono stati trasmessi in televisione. Semplicemente, al massimo, smetto di guardarli dopo pochi minuti.
Perché il teatro, prima di tutto, è libertà. È la sacrosanta libertà di un artista di esprimersi, certo, ma è anche la libertà del pubblico di non apprezzare e di poter lasciare la sala. Ma non voglio addentrarmi troppo in questo argomento o sindacare sui motivi di certe scelte registiche.
Il vero punto, secondo me, è un altro: credo che Turandot – forse più di ogni altra opera pucciniana – offra un margine per la creazione di uno spazio teatrale metaforico e atemporale: siamo a Pechino ‘al tempo delle favole’.
È proprio per questa sua natura universale che, da un lato, non ci stanchiamo mai di ammirare lo storico e bellissimo allestimento di Franco Zeffirelli, che è pura magia visiva. Dall’altro lato, però, credo che Turandot possa dialogare meravigliosamente anche con la dimensione più essenziale delle arti figurative. A questo proposito, mi piace ricordare l’allestimento caratterizzato dalla ‘Pechino di pietre’ concepita dal grande artista sardo Pinuccio Sciola: una visione potente, scultorea, indimenticabile.
Guardando oltre la data del 25 Aprile, quella della prima scaligera di Turandot e quella della Turandot lucchese cent’anni dopo, quali programmi avete rispetto alla messa in scena di opere pucciniane e di impegno sul territorio per promuovere la figura del Maestro?
Per quanto riguarda la programmazione futura, proseguiremo il nostro lavoro sulle produzioni pucciniane continuando a indagare la sua natura di compositore profondamente moderno e proiettato nel presente.
Grazie al rinnovato rapporto di collaborazione con i teatri di Livorno e Pisa, stiamo pensando a un nuovo allestimento de Il Tabarro, un titolo che manca dalle nostre scene da molto tempo. C’è poi un altro progetto in cantiere, direi importantissimo, che però per ora preferisco non svelare. Posso solo anticipare che riguarderà intimamente Puccini e il suo legame con il nostro Teatro.
Ho anche un grande desiderio nel cassetto: se le condizioni lo renderanno sostenibile, vorrei realizzare ogni anno, nel periodo natalizio, un allestimento de La Bohème pensato appositamente per lanciare giovani cantanti. Vorrei che diventasse una bellissima abitudine per Lucca, una tradizione attesa dalla città.
Ma al di là dei cartelloni, ciò che vogliamo davvero portare avanti è questo lavoro capillare, una progettualità a tappeto che coinvolga le scuole, i giovani e l’intera comunità. Non vogliamo che le opere di Puccini siano vissute come semplici ‘eventi’ isolati. Vogliamo che la sua musica sia parte integrante del respiro della nostra città, che le sue opere rappresentino per tutti – anche per chi a teatro non ci va spesso – una fonte di benessere, di curiosità, di desiderio di cultura.
Non si tratta solo del doveroso omaggio e del riconoscimento al Maestro. Si tratta di far sentire ogni cittadino parte di un immenso patrimonio condiviso, che abbiamo la fortuna e la responsabilità di custodire qui, in quelli che sono i luoghi pucciniani per eccellenza.
Stefano Mecenate

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