
Trump torna a dire che sta seriamente pensando di uscire dalla NATO. La frase è potente, per riempire i giornali. Ma appena la si valuta senza suggestione, si comprende l’ inconsistenza dell’ affermazione. Non perché sia impossibile in teoria, ma perché nella realtà è un’ipotesi fragile, quasi patetica, piena di contraddizioni e ostacoli veri.
La NATO non è un club qualsiasi. È il perno della presenza americana nel mondo dal 1949. Non è solo difesa collettiva. È influenza, basi militari, controllo delle rotte, integrazione tecnologica, intelligence condivisa. Uscirne non significa alleggerirsi, significa smontare un pezzo centrale del sistema di potere americano.
Per giunta nono dientichiamo che l USA sono ua democrazia, non sono un’azienda dove decide uno solo. Anche un presidente deve fare i conti con Congresso, Pentagono, alleati, industria della difesa. E non è un passaggio formale. Uscire dalla NATO non si decide con una firma. Servono il Congresso, un voto del Senato oppure una legge approvata da entrambe le Camere. Negli ultimi anni sono stati messi paletti precisi proprio per impedire uscite unilaterali. Senza una maggioranza solida, non si va da nessuna parte.
Il sistema reale di potere pesa quanto la politica. Pentagono, intelligence, industria militare. Tutto è costruito anche attorno alla NATO. Smontarlo significa toccare interessi enormi e consolidati. Non è una leva che si muove per volontà di una sola persona.
La storia del costo è una semplificazione di carta velina. Gli Stati Uniti non spendono per altruismo. Investono per interesse. Le basi in Europa, la presenza militare, le esercitazioni congiunte servono a mantenere una posizione dominante. Rinunciare a tutto questo non è un risparmio, è una perdita di controllo. E il vuoto, in geopolitica, non resta mai vuoto.
L’articolo 5, il cuore dell’alleanza, è stato attivato una sola volta. Dopo l’11 settembre. A favore degli Stati Uniti. Questo dettaglio pesa, anche se spesso viene ignorato. La NATO non è solo un vincolo, è una garanzia che Washington ha già utilizzato quando ne aveva bisogno.
Uscire dalla NATO non sarebbe un gesto isolato. Sarebbe un segnale globale di disimpegno. Direbbe al mondo che gli Stati Uniti non vogliono più sostenere l’equilibrio costruito negli ultimi decenni. Il risultato sarebbe immediato, instabilità. E l’instabilità non riduce i costi, li moltiplica, con una nazione che affoga ignobilmente nell’ isolazionismo.
Nel frattempo però il mondo si sta abituando. Ogni giorno una dichiarazione, ogni giorno una forzatura, ogni giorno un annuncio scollegato dalla realtà operativa. A forza di sentirle, smettono di fare effetto. Diventano routine. Ma non lo sono. Sono il segnale di un isolamento crescente, politico e personale, e di una deriva sempre più evidente, quasi arteriosclerotica, che confonde la pressione negoziale con la realtà dei rapporti di forza.
Queste dichiarazioni non nascono per essere attuate domani mattina. Servono a spingere gli alleati europei ad aumentare la spesa militare, a riequilibrare i rapporti, a spostare il peso economico. È pressione negoziale, non strategia operativa.
Resta una distanza netta tra ciò che si dice e ciò che si può fare. Può certamente dire ciò che vuole, ma la realtà è complessa, piena di vincoli e conseguenze. E alla fine è sempre la realtà a fissare il limite.
Piero Terracina

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