La curiosità ci affligge.
Nell’assenza d’un orizzonte da colorare, nell’impossibilità di trovare qualcosa su cui valga la pena concentrarsi.
Scaviamo in tutto quel che può avere un finale diverso dal lieto, timorosi della banalità, timorati del passato.
Drogati dalla novità ormai evaporata, finiamo col lasciarci assuefare da anni che si salutano a malapena fra loro.
Che non ci riconoscono.
Anni che s’incastrano a fatica, tenuti insieme da bulloni che non reggono il peso dell’accusa d’incostanza, d’incoerenza.
La coerenza è faticosa. Peggio d’una dieta. Ti costringe a togliere il sale dei piccoli eccessi, a seguire un regime equilibrato.
In attesa di raggiungere la forma perfetta.
Vuota d’insoddisfazione, vuota dell’ossessione della ricerca.
Vuota.
La tragedia della normalità riempie i migliori teatri, quelli dalle decorazioni ricamate alle quali nessuno fa caso – quelli in cui è più importante che il sipario si alzi e ci lasci entrare, perché se la scena sarà deserta non disturberà nessuno.
E’ uno dei miei spettacoli preferiti, ho prenotato mesi in anticipo.
Sono in settima fila, voglio vedere se ho indovinato il finale.
Certo non lieto, modestamente me ne intendo.
Ornella Tajani

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