i>“Ogni domenica, alle Tuileries, il Primo Console assiste a una Messa in musica. Paisiello dirige l’orchestra, e gesticola così come lo vidi, a Napoli, dirigere, all’aria aperta, una delle sue composizioni in onore di San Gennaro. La folla turbolenta dei lazzaroni e delle donne dei pescatori che lo circondavano, di fronte al Vesuvio, costituiva una mise en scène che accoglieva meglio la forte e alta statura del maestro, del luogo per l’orchestra consolare.”
Questo ricordo, descritto nelle Méimoires di Reichard, c’illumina circa l’alta considerazione che i compositori napoletani avessero raggiunto nel ‘700 in Europa senza perdere la loro caratteristica fondamentale, il legame con la città che li aveva generati: Napoli.
La Musica Sacra nel ‘700 Napoletano trova terreno fertile e assurge a modello per i musicisti di tutta Europa.
– La presenza di centinaia di Chiese e Cappelle Gentilizie,
– la formazione didattica dei musicisti che avveniva nei Conservatori di Sant’Onofrio, di Santa Maria della pietà dei Turchini, dei poveri di Gesù Cristo e di Santa Maria di Loreto, strettamente legati alla Chiesa e quindi all’attività religiosa che in esse si svolgeva,
-l’alto numero di compositori sacerdoti tra cui vanno ricordati, Padre Giuseppe da Napoli, Don Giuliano Perugino, l’Abate Bonifazio Petrone, Don Gennaro Manna
-la pratica della “Castrazione”; questa pratica trae origine dalla proibizione delle donne di cantare in chiesa Le parti femminili che in precedenza erano eseguite da fanciulli o da “falsettisti” maschi (Soprani artificiali) nella seconda metà del ‘500 erano affidati a “castrati” (Soprani naturali),
hanno permesso un grande sviluppo della musica sacra a Napoli nel ‘700, dimostrato dalla copiosa produzione che nella maggioranza dei casi è d’alta qualità.
Ritroviamo la descrizione di numerosissime feste e cerimonie dove la musica sacra era la grande protagonista. Da questi scritti si deduce la funzione che la musica aveva nei diversi momenti della vita sociale dei Napoletani.
Tutte le occasioni a Napoli, erano buone per far musica, ma gli eventi più importanti erano: vittorie militari, festività religiose, nascite, matrimoni, decessi di personaggi illustri.
La musica nelle chiese, era usata prevalentemente durante cerimonie di ringraziamento e dove il culmine della stessa era caratterizzato dall’esecuzione del Te Deum, spesso associato al suono delle campane e dallo sparo delle artiglierie e dei mortaretti.
Tutte le forme di musica furono affrontate con grande maestria dai compositori napoletani, antifone come “Salve Regina”, “Alma Redemptòris”, “Regina coeli” il già citato Te Deum inno di lode e di solenne ringraziamento che a Napoli si cantava “a voce di popolo” alternando i versetti tra il coro e i fedeli che assistevano, il Magnificat, lo Stabat Mater che fu realizzato per la prima volta dal barone d’Astorga in stile cantatistico vocalmente e armonicamente assai interessante, la Messa in tutte le sue parti, il Requiem e l’Oratorio.
La qualità, e l’enorme produzione di lavori a noi pervenuti degli autori in oggetto, ci illuminano circa la portata e l’importanza della musica sacra nel Regno di Napoli.
La capacità dei musicisti di scuola napoletana a contribuire in modo caratteristico alla letteratura musicale Sacra settecentesca, è da iscrivere nella grande ingegnosità nel trattare il testo liturgico facendo tesoro sia della tradizione polifonica Italiana, sia nel gusto molto particolare di “drammatizzare” ed enfatizzare le funzioni metalinguistiche della forma trattata.
Ad esempio, nella Messa, una prima funzione è quella del richiamo dell’attenzione che è nello stesso tempo un segnale neutro di qualcosa che sta per accadere.
Se all’inizio della messa non avveniva alcuna processione, l’Introito serviva a sonorizzare l’ambiente in senso determinato.Si passava quindi da uno spazio neutro ad uno spazio qualificato. L’attenzione dei fedeli che entravano in chiesa era sollecitata ed orientata.
La musica comunicava gioia, festività, solennità: aveva inizio la celebrazione, un grande spettacolo che coinvolgeva tutti i sensi, la vista con ricche e sontuose scenografie, l’udito con orchestre doppi cori e solisti, l’olfatto con i profumi dell’incenso, il sapore con il pane ed il vino ed infine il tatto con il contatto tra la gente. L’azione musicale era orientata opportunamente, e coinvolgeva il popolo, che cominciava a cantare.
Francesco Provenzale, Alessandro Scarlatti, Leonardo Leo, li vedremmo intensi ad animare, diversificare, individualizzare le varie parti delle loro strutture che d’altronde corrispondono spesso a delle componenti sociali reali della pratica produttrice di musica introducendo uno spirito nuovo apprezzato ed imitato da tutti i musicisti dell’epoca, Mozart compreso.
Più interessanti, i maggiori musicisti della generazione successiva: Francesco Durante che scrisse 11 Messe tra cui due Requiem, Domenico Scarlatti di cui va ricordato il suo splendido Stabat Mater, Francesco Nicola Fago Maestro della Cappella del Tesoro di San Gennaro.
Il primo dei musicisti della generazione successiva a quella del Durante è Francesco Feo di cui si ricordano 8 Messe, 8 Magnificat, lo Stabat Mater, i 28 Salmi.
Anche Leonardo Leo e Nicola Antonio Porpora rientrano in questa fase di transizione che prepara l’esperienza Pergolesiana senza dimenticare Alfonso Maria dei Liguori autore della famosissima Tu scendi dalle stelle, del Salve del Ciel Regina, e di O bella mia speranza..
Parlando di Giovan Battista Pergolesi e del suo rapporto con la musica Sacra si esemplifica la sua produzione con il suo Stabat Mater, ma la produzione a lui attribuibile è vasta e qualitativa: Messa in re maggiore per soli coro e orchestra, Messa in fa magiore per soli 2 cori e 2 orchestre, Laudate Pueri per soprano coro e orchestra, il Salve Regina per soprano archi e organo e numerose altre composizioni.
Dei musicisti contemporanei del Pergolesi che si dedicarono alla musica Sacra Nicola Jommelli è il maggiore di tutti, basterebbe ascoltare solo il suo Requiem e la Messa Solenne in re maggiore per soli coro e orchestra per capirne la superiore levatura.
Altri cultori del genere sacro del periodo sono Davide Perez, Gennaro Manna, Pasquale Cafaro, Nicola Sabatino, Carlo Cotumacci e Nicola Sala.
La generazione successiva è quella del Tommaso Tratta, Antonio Sacchini, “Ciccio” De Majo (la cui musica suscitò molto entusiasmo nel piccolo Mozart in visita a Napoli), Pasquale Anfossi a cui Mozart “trafuga” l’inciso del “confutatis” del suo Requiem, Pietro Guglielmi, Giacomo Insanguine, Fedele Fenaroli.
Passiamo ora alla fine del settecento ricordando Giovanni Paisiello e Domenico Cimarosa passati alla storia come grandi operisti hanno lasciato una notevole quantità di lavori sacri, basti pensare che Napoleone Bonaparte per la celebrazione della sua incoronazione ad Imperatore volle il più grande compositore del tempo, Giovanni Paisiello appunto.
Numerosi manoscritti di musica Sacra dei suddetti compositori sono custoditi purtroppo in condizioni non ottimali presso la biblioteca dei Padri Gerolomini a Napoli, fondo del Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo catalogato a cura di Salvatore di Giacomo, altri si conservano presso la biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Maiella e presso numerosissime biblioteche in tutto il Mondo, basti pensare che del solo Requiem di Nicola Jommelli, esistono ben quaranta testimoni in tutta Europa.
Le splendide composizioni di cui abbiamo parlato, tranne poche eccezioni sono rimaste inedite ed ineseguite fino ai nostri giorni.
L’Istituto Internazionale “Domenico Scarlatti” per lo studio del ‘700 musicale napoletano, si propone di predisporre una serie d’operazioni, atte almeno a catalogare queste opere ed a sostenerne l’esecuzione, grazie anche alla tenacia del suo direttore artistico M° Alberto Vitolo e del Presidente della Sede USA M° Gioacchino Longobardi.
Enzo Amato

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