Ho chiuso la mia esperienza di militanza politica nel 1993, con la fine (ingloriosa, purtroppo) del Partito Liberale e quando, nel 1994, Berlusconi si è imposto sulla scena politica promettendo una riforma liberale di questo Paese, mi sono entusiasmato, gli ho creduto e gli ho dato la fiducia e il voto – senza comunque più impegnarmi in attività politica attiva. Ho proseguito a votarlo successivamente, fino a tre anni fa, anche se nel frattempo la fiducia e il consenso erano alquanto affievoliti. Poi, alla fine, mi sono arreso. Oggi sono a manifestare il mio appello al non-voto, da ex elettore di centro-destra, deluso ma soprattutto indignato.
Eccone le ragioni:
non è più possibile avallare una politica fatta di populismo e demagogia: tanto fumo negli occhi dei cittadini, sapientemente sparato con le batterie dei mass-media, un dibattito auto-referenziale che la classe politica ingaggia con se stessa per incantare noi, che evidentemente siamo considerati degli emeriti imbecilli;
non è più pensabile, in particolare, che questo ‘gioco’ tutto politico si alimenti attraverso scontri istituzionali senza precedenti, il cui esito è la ulteriore lacerazione del tessuto connettivo del Paese, già pesantemente messo a duro prova;
non è più accettabile questa panoramica di corruttela diffusa che riguarda la politica a tutti i livelli e presso i vari schieramenti e partiti, questa cancrena che è direttamente proporzionale al bassissimo grado di civismo che tradizionalmente caratterizza la società italiana e che la classe politica, lungi dal cercare di superare con soluzioni non demagogiche ma concrete, alimenta vieppiù;
ma soprattutto, non è più accettabile vivere in un Paese le cui logiche profonde, palesate in vari aspetti del convivere, fanno aggio sull’appartenenza, sulla logica “tribale”, delle malintese “fedeltà” e non sul valore degli individui, sulle virtù dei singoli, sulla competenza, sul merito: il risultato netto di questa situazione, che la classe politica ha evidentemente interesse a mantenere (intatta), è l’impoverimento crescente della nostra società, la decadenza ineluttabile del nostro Paese, la (meritata) sua perdita di competitività ad ogni livello: se, oggi, un giovane ha da spendere dei talenti e investire su se stesso (con buona pace di una pubblicità elettorale che è stata diffusa in Toscana) farà bene ad espatriare, perché qui senza raccomandazioni o scelte di appartenenza non troverà neppure un posto da lavapiatti;
infine, sono stanco di ascoltare richiami ai principi e alla politica liberale, da parte di chi non ha la minima assonanza con quella cultura, la quale pone al primo posto le regole e il loro rispetto: la classe politica italiana ha la crescente tendenza ad auto-assolversi ed emendarsi da qualsivoglia responsabilità e con ciò rende il peggiore servizio ad un Paese che ha bisogno di esempi e di esortazioni in senso radicalemente opposto.
Tutto questo naturalmente riguarda innanzitutto (ma non solo) quel centro-destra a cui ho dato fiducia e da cui mi sento deluso. Né posso considerare sufficiente l’azione pur meritoria del Presidente della Camera (e di chi con lui), che in questo tempo sta facendo cose tutto sommato ovvie, cioè sta chiedendo – dall’interno di quello schieramento – un richiamo ad una “politica” che si deve chinare al rispetto di alcune regole (fondamentali). Vedo però due limiti in tutto questo: il primo è che il Presidente Fini conosceva già bene le caratteristiche della politica berlusconiana, tanto da avere ingaggiato frequenti scaramucce in passato con l’allora leader di Forza Italia, nondimento ha accettato di “montare” sul bus del nuovo partito e goderne l’elezione a terza carica dello Stato; secondo, per chi ha fame di (buona) politica nel senso di una sua precisa caratterizzazione culturale, i riferimenti restano assolutamente vaghi: così, chiunque, da destra e da sinistra, liberale o statalista, centrista o estremista, centralista o federalista, può convenire sulle posizioni di Fini e dei suoi, ma alla fine è proprio anche questa “neutralità” di cui sono e forse siamo stanchi. E tutti coloro che, dall’interno o al di fuori del centro-destra, si oppongono alla linea berlusconiana, in realtà si sono già adeguati al suo modulo fondamentale, che è quello di sacrificare la caratterizzazione politica, la precisazione dei contorni cultural–identitari onde lasciare spazio ad una strategia sbilanciata sull’immagine, sul marchio, su slogan generici che hanno il sapore quasi esclusivo del marketing e della pubblicità. Lo conferma il fatto che la campagna elettorale per le regionali si sta svolgendo tutta al di sopra dei problemi delle Regioni e della necessità, a mio avviso lampante, di valutare criticamente la loro performance ormai quarantennale alla luce del (dubbio) contributo che esse hanno dato all’incremento di democrazia, di autonomia e decentramento nel nostro Paese.
Chiudo questo mio ‘sfogo’ appassionato, con l’appello: non si vada a votare, non per disprezzare questa preziosa opportunità che si ha in democrazia, ma all’opposto per restituirle quella dignità che la politica – con il contributo di leggi elettorali di bassa cucina – le ha sottratto!
Per chi non se ne fosse reso conto, il Paese versa in una condizione analoga a quella che caratterizzò gli anni pre-Tangentopoli: questa volta da cittadino vorrei che fosse la politica a fare fino in fondo la sua parte, senza delegare alcunché alla magistratura – la quale deve essere lasciata in pace a svolgere il proprio ruolo istituzionale, peraltro delicatissimo. Il punto è che anche noi cittadini non possiamo soltanto blaterare, dobbiamo impegnarci e imporre alla politica una salutare disintossicazione: paradossalmente, l’unica arma è oggi un pesante non-voto, un imbarazzante astensionsimo.
Paolo Marini

L’esortazione sarebbe anche giustificata…ma ha un difetto : se vanno al voto -mettiamo-solo tre persone ,due di loro possono decidere per qualche milione di cittadini ! E’ un bella soddisfazione ,purtroppo…..