
L’antisemitismo contemporaneo, nella sua forma sempre più isterica, totalizzante e socialmente legittimata e minimizzata che appare sempre più feroce giorno dopo giorno, non rappresenta soltanto un odio contro gli ebrei. È il sintomo di qualcosa di più profondo: la dissoluzione del limite dentro le società occidentali.
Ogni civiltà regge finché esiste una soglia invisibile che separa il conflitto dalla disintegrazione, la critica dalla demonizzazione, la rabbia dalla caccia rituale al colpevole. Quando quella soglia si rompe, la società entra in una condizione di guerra molecolare permanente: tutti contro tutti, identità contro identità, vittime contro vittime.
Ed è qui che il presente differisce radicalmente dagli anni Trenta. Le società europee di allora erano feroci, certo, ma ancora strutturate: esistevano appartenenze stabili, istituzioni forti, gerarchie riconoscibili, comunità relativamente coese. Oggi, invece, l’odio si sviluppa dentro organismi sociali infinitamente più fragili, atomizzati, psicologicamente esausti e privi di centri simbolici condivisi.

Per questo l’antisemitismo odierno è così inquietante: non nasce dalla forza brutale delle masse organizzate, ma dalla decomposizione emotiva di società incapaci di tollerare la complessità. L’ebreo torna allora a essere il bersaglio ideale perché incarna, simbolicamente, ciò che il presente rifiuta: la continuità storica, il limite, la responsabilità, la memoria, la differenza non dissolta.
Ma chi pensa che tutto questo riguardi soltanto gli ebrei non comprende la natura del fenomeno. Quando una società normalizza la disumanizzazione di un gruppo, ha già preparato il terreno per colpire chiunque altro. Oggi l’ebreo, domani la madre single, l’omosessuale, il povero, il fragile, il.disabile, il non allineato. Cambiano gli oggetti dell’odio; resta identico il meccanismo.
E infatti il vero pericolo non è soltanto l’antisemitismo in sé, ma l’assuefazione collettiva alla perdita del limite morale. Perché una civiltà comincia a crollare non quando appare l’odio, ma quando l’odio smette di scandalizzare.
David Pacifici

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