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Il mondo cambia, l’Europa chissà

C’è una parte del discorso di Mario Draghi ad Aquisgrana che rischia già di passare in secondo piano, quella secondo cui gli Stati europei hanno “lasciato il mercato unico incompiuto, i mercati dei capitali frammentati, i sistemi energetici insufficientemente interconnessi e ampie parti della nostra economia intrappolate in una fitta rete di regolamentazioni”. Cioè, l’Europa avrebbe fatto affidamento sui mercati per svolgere un compito che l’autorità politica comune non era in grado di svolgere, per poi negare a quegli stessi mercati la dimensione continentale necessaria per avere successo. Di conseguenza, non abbiamo avuto l’unità politica per avere l’autorevolezza delle dimensioni, e passi ed è mancato persino un mercato capace di farci crescere maggiormente come economia integrata all’interno.

di Riccardo Bruno | 16 Maggio 2026

C’è una parte del discorso di Mario Draghi ad Aquisgrana che rischia già di passare in secondo piano, quella secondo cui gli Stati europei hanno “lasciato il mercato unico incompiuto, i mercati dei capitali frammentati, i sistemi energetici insufficientemente interconnessi e ampie parti della nostra economia intrappolate in una fitta rete di regolamentazioni”. Cioè, l’Europa avrebbe fatto affidamento sui mercati per svolgere un compito che l’autorità politica comune non era in grado di svolgere, per poi negare a quegli stessi mercati la dimensione continentale necessaria per avere successo. Di conseguenza, non abbiamo avuto l’unità politica per avere l’autorevolezza delle dimensioni, e passi ed è mancato persino un mercato capace di farci crescere maggiormente come economia integrata all’interno.

Ora hai voglia a dire, poiché ci siamo trovati soli, dobbiamo non sprecare l’occasione. L’occasione l’abbiamo già sprecata dal momento che rischiamo il ritorno dei nazionalismi, da Farage, a Le Pen, alla Afd, a un coacervo di forze in Italia che mettono i brividi. Ai primi del ‘900 l’Europa appariva così decadente, che c’era chi convinto che le popolazioni slave se la sarebbero mangiata. E la prima difesa europea oggi è data dall’Ucraina, cioè un paese slavo, lo stesso dalla Russia che per fortuna nostra combatte. Se Russia ed Ucraina fossero unite, combatterebbero contro gli Stati europei e con sicuro successo, dal momento che l’America non ha più nessuna voglia di difenderci.

Ora sull’America dobbiamo fare un discorso chiaro, a partire dalla questione democratica. Il presidenzialismo è una forma di democrazia sottoposta al voto e con un limite temporale di mandato. Oltretutto, l’America ha poteri contrastanti tali da misurare una prova di forza nella loro gestione e questo dai tempi di George Washington, non da quelli di Trump. In Europa non abbiamo un simile potere politico, nemmeno in Francia, dove governo e presidenza della Repubblica sono comunque separate, o in Inghilterra, dove persiste il prestigio della Corona. Non parliamo dell’Italia. Chi proponeva il presidenzialismo o venne tacciato di fascismo, o costretto alla fuga. Questo è già un elemento sufficiente per equivocare il sistema statunitense, dove l’appello al popolo contro il palazzo, è la regola democratica per eccellenza posta alla base di un sistema rivoluzionario, quando quello europeo, la Rivoluzione l’ha cancellata tempo dieci anni.

Che poi gli americani ci vogliano deboli e divisi per averci come vassalli, l’ineffabile professor Galli della Loggia nel suo ultimo strale sul Corriere della Sera, è cosa molto opinabile. Divisi gli europei hanno osteggiato gli americani in ogni loro scelta, dalla guerra al Vietnam, a quella all’Iraq, fino a questa in Iran. Dov’è il vassallaggio, se persino una trumpiana convinta come si ritiene l’onorevole Meloni, rifiuta le basi Nato all’America e crede sia giusto farlo?

Infine, che gli americani abbiano un qualche debole per l’Europa è pura vanagloria. Roosevelt non sarebbe mai entrato in guerra per l’Europa, non ci pensava proprio. Ancora nel ’39 andava d’accordissimo con i regimi fascisti e non gli importava niente se la Germania si prendeva la Polonia o se la Francia si fascistizzasse o meno, come la Spagna. Roosevelt entrò in guerra perché il Giappone stava minando l’egemonia americana nel Pacifico e se il Giappone non fosse stato alleato della Germania, Roosevelt avrebbe evitato volentieri un secondo fronte. Tanto poco gli interessava l’Europa, da lasciare mezzo continente a Stalin che era peggio di Hitler. Fu poi Eisenhower a difendere l’Europa rimasta, ma quella pagava il doppio o il triplo di quanto abbiamo preteso di spendere in questi anni per i sistemi difensivi, che l’America genericamente vende, non regala, se non in determinate contingenze.

Draghi su tutto questo non ha detto niente, ma la Cina è cresciuta economicamente in questi venti anni, parallelamente alla sua spesa in armamenti. L’India, anche è cresciuta economicamente e adesso che è tagliata fuori dalla crisi iraniana, si è accorta di aver sbagliato a non aver ammodernato sufficientemente l’esercito ed è soggiogata diplomaticamente dal Pakistan. In una simile situazione internazionale, se non si riarmerà l’Europa, si riarmerà la Germania e necessariamente la Francia. Qui in Italia, diamo retta al papa. Togliamoci dalla testa di poter partecipare ad un progetto europeista di una qualche sostanza, a meno che domani torni al governo Draghi. Altrimenti ci attende un magnifico futuro come ristoratori operatori turistici e camerieri, di fronte a cui, se qualcuno conosce ancora il medio evo, la condizione di “vassalli” apparirebbe un sogno. I vassalli servivano liberamente, non erano obbligati a farlo.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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