
Per decenni buona parte dell’Occidente ha letto il mondo attraverso la lente della lotta di classe. Oppressi contro oppressori, proletari contro capitale, sfruttati contro sfruttatori. Un impianto ideologico semplice, potente, quasi religioso, capace di spiegare qualsiasi conflitto umano attraverso uno schema fisso.
Poi quel mondo è finito. La globalizzazione ha dissolto le vecchie classi sociali, le identità operaie si sono frantumate dentro economie finanziarie e digitali e gran parte della sinistra occidentale ha progressivamente perso il proprio riferimento storico.
Ma le strutture ideologiche non spariscono mai davvero. Cambiano linguaggio, simboli e bersagli.
Antisemitismo e antisionismo hanno così iniziato lentamente a sovrapporsi dentro una nuova narrativa globale. Israele è diventato il contenitore ideale dove riversare rabbia sociale, crisi identitarie occidentali, frustrazione politica e bisogno permanente di una causa morale assoluta.
Non più uno Stato reale, con paure, contraddizioni, errori e diritto ad esistere, ma una rappresentazione simbolica del male contemporaneo.
Il conflitto israelo-palestinese viene progressivamente svuotato della propria complessità storica per trasformarsi in una rappresentazione ideologica. Da una parte il colonizzatore assoluto, dall’altra il resistente assoluto. Una lettura semplicistica di una delle aree più complesse e stratificate del pianeta.
Dentro questo schema riemerge qualcosa di antico. L’ebreo torna ad essere percepito come simbolo del potere, dell’influenza, del privilegio globale, della manipolazione economica e mediatica. Cambiano parole e bandiere, ma certi meccanismi psicologici restano sorprendentemente simili.
La differenza è che oggi tutto questo si presenta spesso sotto forma di attivismo umanitario, linguaggio progressista, anticolonialismo o difesa dei diritti civili.
Nel frattempo il mondo islamico radicale viene spesso trattato con una forma di indulgenza ideologica impressionante. Regimi autoritari, fondamentalismi religiosi, terrorismo, persecuzioni interne, repressioni culturali e violenza politica vengono frequentemente ridimensionati o relativizzati, mentre Israele diventa l’unica nazione al mondo privata persino del diritto alla complessità.
Il confine tra antisionismo e antisemitismo diventa quindi sempre più sottile. Perché criticare un governo è legittimo. Trasformare invece l’esistenza stessa di Israele in una colpa storica permanente è un’altra cosa.
Così come è un’altra cosa utilizzare ogni crisi internazionale per ricondurre tutto, ossessivamente, agli ebrei, al sionismo o ad una presunta regia ebraica globale.
Una parte dell’Occidente continua ad avere bisogno di un colpevole simbolico attorno al quale costruire identità politica, superiorità morale e appartenenza ideologica.
Un tempo era il capitalista. Oggi, sempre più spesso, è il sionista.
Il paradosso più inquietante della fase storica attuale è che l’antisemitismo contemporaneo raramente si presenta con il volto brutale del Novecento. Oggi utilizza il linguaggio dei diritti, della liberazione, dell’inclusione e dell’umanitarismo.
Sotto la superficie, però, certe ossessioni sembrano essere rimaste esattamente le stesse.
Il problema più grande, tuttavia, non riguarda soltanto Israele o gli ebrei. Riguarda la direzione culturale che sta prendendo l’Occidente.
Per quanto si tenti di alleggerire ideologicamente il tema o di renderlo più accettabile attraverso nuovi linguaggi politici, la deriva in corso appare estremamente pericolosa perché tende a frammentare progressivamente le società occidentali, dividendo identità, appartenenze, riferimenti culturali e persino le basi della convivenza civile.
Ogni comunità viene riletta come blocco separato, ogni differenza diventa conflitto politico, ogni appartenenza si trasforma in rivendicazione permanente.
Il risultato è una società sempre più divisa in microtribù ideologiche, etniche, religiose e culturali incapaci di riconoscersi dentro un orizzonte comune.
E quando una società smette di sentirsi comunità, sostituendo la convivenza con la contrapposizione identitaria permanente, il rischio di implosione culturale e sociale rischia di smette di essere una semplice teoria.
Un piccolo sforzo: al di là della spiegazione un po’ complessa, si tratta di un meccanismo logico-emozionale molto semplice da comprendere.
Piero Terracina

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