Forte è ancora il condizionamento di argomenti triti e ritriti, motivo di annosa polemica tra i poli (questione della separazione delle carriere/funzioni in magistratura, tra inquirente e giudicante, – la madre di tutte le battaglie per una giustizia allo sfascio(?) o una bolla di sapone in un mondo con problemi più seri?- , ricordate la necessità da parte dei giudici di essere “impermeabili” alla politica e alle “weltanschaaung” come “deviazione in radice o antropologico” per concentrarsi sugli “asfittici” tecnicismi formali del diritto? Necessita più coraggio, più creatività, più innovazione, cogliendo dalla gente normale più che dagli uscieri e maggiordomi di partito i problemi reali che assillano il mondo della giustizia, da una prospettiva sociale non pienamente soddisfatta, tenuta artificiosamente a distanza di sicurezza per non interferire con la “città proibita della giustizia”, con gli addetti ai lavori, le corruzioni, le fughe di notizie…
Prima di trovare una soluzione occorre una fotografia, la più definita possibile della realtà. Il primo problema, ampiamente condiviso, sta nella lungaggine dei processi, un inferno per chi è dalla parte della ragione (cause civili, amministrative o di lavoro), spesso ricattati e indotti in mortificanti ed incongrue transazioni, per non rischiare di rimanere con un “pugno di mosche in mano”, una pacchia per chi (reo) conta i giorni all’alba di una prescrizione estintiva di reato (cause penali). Venti anni per la definizione (esecuzione?) di una causa sono una vergogna nazionale di proporzioni enormi (andrebbe perseguita d’ufficio da una prospettiva europea e andrebbero risarciti non solo i danni alle parti lese, ma perseguiti i responsabili dei danni e/o dei lucri), le lungaggini nel “penale”, strumentali “a farla franca” per abilità ostruzionistica, connivenze e tecnicismi procedurali sono anch’essi un secchio d’acqua gelata insopportabile in faccia al cittadino e alla sua necessità di vedere istituzioni eque ed efficienti.
Nel 2007 non possiamo ancora credere, e arrenderci, alla favoletta della scarsità di giudici e di mezzi (le fotocopie e la carta igienica portata da casa) come causa di tutti i mali; se l’autonomia della magistratura dall’esecutivo va costituzionalmente rispettata con qualunque governo, ad essa va chiesto di più sui risultati della giustizia; bisogna approfondire sugli sprechi e sulle cattive abitudini che vigono nei Palazzi di Giustizia, come nel resto della società: problemi di corruzione a vari livelli, non solo di inefficienza organizzativa, problemi di abnorme sensibilità al business, agli affari, di operatori del diritto che pur non riducibili ad indifferenza “francescana” allo scorrere dei quattrini, non è edificante vederli affetti da rozza avidità da pescicani assatanati.
E’ plausibile che più della metà, i due terzi di udienze di un processo possano essere assorbite da costosissime e irrilevanti ritualità processuali e in “formalismi barocchi” estenuanti? E’ normale inseguire testimoni, non latitanti, per sette-otto anni, una goccia nell’oceano, assolutamente ininfluenti ai fini della decisione solo per fedeltà formali e processuali a scapito della concentrazione, dell’autorevolezza, dell’equità della giustizia, con costi enormi scaricati sui “poveri cristi”?
E’ possibile sapere quanto di una causa civile mediamente si disperde in costi per benefici esterni agli attori della controversia (spese legali, processuali, bolli, oneri burocratici e di vario tipo) e quanto percentualmente rimane al trasferimento, fondato, tra le parti? Indubbiamente gli avvocati faranno il proprio lavoro (non sono impiegati) autonomo e professionale, una sentenza senza dialettica processuale sarebbe mostruosamente “fascista e illiberale”, ma il rischio di un capovolgimento di ruoli, di soggezione ipotetica di un novello giudice (entità super partes) a decani della professione forense e cattedratici, ma comunque “parte” in causa, capita più di quanto si pensi e offende l’imperturbabilità e il senso di equità già in radice. Quanto pesano gli accordi trasversali nelle lungaggini processuali, quanto pesa il fallimento sistematico (cui prodest?) di tentativi obbligatori di composizioni stragiudiziali di fatto aggirati ed il moltiplicarsi abnorme di faldoni e pandette nelle nostre aule e palazzi di giustizia?
Si rinnovi e si reimpianti una deontologia e un senso di etica professionale, più importante autoregolazione rispetto ad una vigilanza, intermittente, da parte degli ordini professionali, prossimi allo smantellamento(?) perchè corporativi, feudali, premoderni e illiberali? Necessita evitare che “pericolosi” clienti, magari potenti e danarosi, possano scampare, pur se criminali incalliti, alle patrie galere, facendosi beffa della giustizia e pilotando con maestria le leve del tecnicismo che inficia il diritto sostanziale, mettendo un cuneo pericoloso tra verità storica e verità processuale.
Francesco Attolico

Non posso che condividere pienamente quanto sostenuto nell’articolo, sottoscrivendolo.
Sono avvocato.
Non leggo interventi. Mi meraviglio e rammarico che l’analisi –puntuale, precisa e impietosa- non sia stata immediatamente condivisa e appoggiata.
E’ necessaria una vigile attenzione a queste tematiche. Aprire un dibattito serio, denunciare i guasti della Giustizia “malata”, prima che risenta di metastasi, oggi o domani, mortali.
Sono anni che si ha sentore dello sfascio cui assistiamo; mancanze di regole rispetto agli interessi di potentati economici -gruppi finanziari, con visibilità e poteri superiori a qualsiasi legalità-; mancanza di parità di armi -negata da interessi superiori in gioco-; disparità, di varia natura, nell’uso della Giustizia; adulterazione, finanche, dei valori della Carta Costituzionale.
Posso sostenerlo da protagonista – nel doppio ruolo di parte processuale e di avvocato, da anni,- in una “battaglia di legalità” che mi vede contrapposta ad uno dei più grossi gruppi finanziari-assicurativi internazionali: “Assitalia” -oggi partecipata del “Gruppo Generali”-; battaglia che ho condotto e conduco non solo per i miei legittimi interessi ma anche per la tutela della avvocatura che, ho ritenuto e ritengo, non è pensabile possa subire vincoli alla libertà e autonomia, come sancita dalla legge speciale sulla professione forense.
In breve, la predetta società, alla quale ho richiesto il pagamento di prestazioni professionali rese in ambito giudiziario, quale avvocato fiduciario, mi ha contrapposto una battaglia “giocata”, nella sede di opposizione ai decreti ingiuntivi, su una eccezione pregiudiziale di “competenza obbligatoria”, funzionale e inderogabile, del Tribunale del Lavoro.
Eccezione, che se pure di “mero stile” e palesemente dilatoria, ha visto una significativa aderenza, “tout court”, dei Giudici di Pace; con lo svilimento del valido contraddittorio, di leggi e regolamenti nazionali -e di rango europeo- con mortificazione non solo di diritti patrimoniali ma, anche, di altre utilità, morali e personali, costituzionalmente garantite.
Una battaglia che mi ha vista e mi vede in prima linea; isolata, ma mai stanca, però di rappresentare, nelle opportune sedi una situazione che definisco “mobbing giudiziario” attuato da un potentato economico, che non trascura, peraltro, di fruire delle pubbliche risorse –spese e tempi dei processi- a salvaguardia della propria posizione di dominanza.
Combatto; i tempi non sono percorribili da tutti –neanche da me- ; le strade sono tortuose e, dietro l’angolo non vorrei sempre incontrare la legge selvaggia del più forte, ma quella della imparzialità, terzietà e garanzia, per tutti.
Carmela Panariello Franchini