
l mio ricordo di Anna Politkovskaya non può limitarsi ad una mera distaccata commemorazione. Ho un obbligo morale nei suoi confronti, grazie a lei ho aperto gli occhi anche se l’ho fatto con colpevole ritardo. Credo fosse la primavera del 2002 quando l’incontrai la prima volta. Fu un’amica comune, l’eurodeputata finlandese Heidi Hautala, a offrirmi l’opportunità di conoscere Anna in un caffè di Bruxelles non lontano dal Parlamento Europeo. Lei si trovava nella capitale belga per una serie di incontri con rappresentanti istituzionali ed esponenti delle organizzazioni non governative internazionali. La sua fama di brillante e indomita giornalista investigativa aveva da tempo varcato i confini della Federazione Russa. Io, a quell’epoca, seguivo già i Paesi dell’Europa orientale, in particolare le repubbliche dell’ex Unione Sovietica. Da italiano ero una mosca bianca visto che per vicinanza e consuetudine ad occuparsi di Russia erano i colleghi provenienti dall’Europa centro-settentrionale. Le aree geografiche assegnate ai consiglieri politici italiani, di solito, sono il Mediterraneo e i Balcani oppure, per assonanza linguistica, l’America Latina.
La guerra in Cecenia, la seconda per la precisione, figurava spesso per i suoi orrori all’ordine del giorno delle sedute parlamentari. Il mondo non governativo russo era la mia fonte privilegiata di informazione insieme, ovviamente, ai preziosi reportage della Politkovskaya e di altri giornalisti indipendenti. Fu un lungo incontro a tratti burrascoso anche se alla fine, poi, l’atmosfera si placò. Anna iniziò descrivendomi con toni cupi la situazione della società civile nel suo paese. Vladimir Putin era da poco salito al potere. Nei Paesi europei e nelle istituzioni comunitarie ci si interrogava su chi fosse veramente l’uomo nuovo del Cremlino, se avesse proseguito sulla linea riformista, anche se caotica, di Eltsin o se avesse intrapreso un nuovo corso.

A Bruxelles prevaleva la prudenza pur mantenendo un’apertura di credito nei confronti dell’ex agente del Kgb. Anch’io, forse influenzato da un’opinione italiana tutto sommato indulgente se non favorevole nei confronti della Russia, tendevo a valutare positivamente i nuovi sviluppi a Mosca. Anna mi fece un quadro agghiacciante di quello che stava realmente accadendo.
Mi anticipò per sommi capi, col senno di poi, quello che più tardi scrisse in uno dei suoi libri più celebri, “La Russia di Putin”. Chiedeva insistentemente, quasi implorando, un aiuto esterno per impedire che i timidi germogli di democrazia nel suo paese venissero estirpati. Io l’ascoltavo perplesso, un po’ scettico, per certi versi incredulo, le ribattevo che, per esperienza personale, il sostegno da fuori è efficace solo quando esiste già una realtà consolidata all’interno di un Paese. Era l’epoca in cui il presidente americano George Bush pretendeva di esportare la democrazia con i carrarmati ovunque nel mondo, come se fosse una merce non deperibile da distribuire disinvoltamente dall’alto con le bombe e non un processo graduale che ha bisogno di radici solide che partono dal basso per potersi sviluppare e crescere.
«Se non ci date una mano la società civile russa e la stampa indipendente verranno inesorabilmente schiacciate», più o meno era questo il significato delle sue parole come fossero il messaggio disperato in una bottiglia di un naufrago. Ho ancora ben presente il suo coinvolgimento emotivo, aveva quasi le lacrime agli occhi mentre mi parlava in russo, io che il russo non capivo aspettando l’interpretazione in inglese di chi l’accompagnava. Alla fine della conversazione sorseggiando un tè ci scambiammo i contatti con la promessa di risentirci. L’ultima volta che la vidi credo sia stata nel 2004 a Strasburgo dove l’avevo invitata a partecipare ad una conferenza su un vertice imminente fra Unione Europea e Federazione Russa la settimana successiva. Nel frattempo alla luce di quello che stava accadendo mi ero chiarito le idee sulla svolta repressiva che aveva preso il “nuovo corso” della Russia. Eravamo consapevoli a Bruxelles dei rischi che correvano quotidianamente le voci indipendenti a Mosca ma non al punto di figurarci l’eliminazione fisica da parte dei sicari di regime. Negli anni successivi ebbi l’opportunità di conoscere anche Boris Nemtsov e Natalia Estemirova, altre vittime cadute sul fronte russo della libertà di informazione. Troppo facile e comodo, per me, come fanno in tanti in Italia anche oggi, scrivere della Russia di Putin dalla scrivania di casa. Anna ce lo ricorda ancora vent’anni dopo la sua tragica scomparsa. A lei tutta la mia profonda gratitudine.
Paolo Bergamaschi

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