
Il vertice NATO di Ankara sta offrendo un’immagine che probabilmente pochi avrebbero immaginato solo qualche anno fa. Da una parte c’è un presidente americano che continua a interpretare la politica estera secondo una logica fortemente isolazionista, mettendo spesso in discussione il ruolo tradizionale degli Stati Uniti all’interno dell’Alleanza Atlantica. Dall’altra ci sono governi europei che, invece di alimentare lo scontro, sembrano aver scelto la strada della pazienza e del pragmatismo. È la politica dei nervi saldi. Nessuno, oggi, sembra avere interesse a trasformare le divergenze con Washington in una crisi dell’Alleanza. I leader europei hanno ormai preso atto che, almeno per i prossimi anni, dovranno convivere con uno stile politico imprevedibile proveniente dalla Casa Bianca, cercando di salvaguardare ciò che conta davvero: il rapporto strategico con gli Stati Uniti.
In questo contesto si inserisce perfettamente anche l’atteggiamento assunto da Giorgia Meloni. Dopo le ultime sparate di Donald Trump, il raffreddamento dei rapporti politici con la Casa Bianca non rappresenta una rottura con gli Stati Uniti, ma un richiamo al senso delle istituzioni e alla responsabilità che ogni leader dovrebbe avere nei confronti dei propri alleati. Il gelo mostrato dal presidente del Consiglio italiano costituisce un monito e, probabilmente, un esempio per tutti i governi della NATO: si può restare fedeli all’Alleanza Atlantica senza trasformarsi nei sostenitori acritici di chi, temporaneamente, siede nello Studio Ovale. La diplomazia non consiste nell’applaudire ogni dichiarazione del leader americano di turno, ma nel difendere gli interessi strategici comuni anche quando il principale alleato attraversa una fase di evidente imprevedibilità. Questo, però, non significa che ogni richiesta di Washington sia irragionevole, anzi.
Da anni gli Stati Uniti sostengono una quota enorme delle spese militari dell’Alleanza e chiedono agli alleati europei di assumersi una parte maggiore delle responsabilità. Una richiesta che, alla luce dell’enorme debito pubblico americano, delle tensioni economiche interne e della crescente competizione strategica con la Cina, appare del tutto comprensibile. Su questo punto Trump ha ragione: l’Europa deve investire di più nella propria difesa e contribuire in misura maggiore alla sicurezza collettiva. Il problema non è il contenuto della richiesta, ma il modo in cui troppo spesso viene presentata.
Il punto, semmai, riguarda proprio il metodo. La diplomazia vive di equilibrio, di credibilità e di fiducia reciproca. Quando questi elementi vengono sostituiti da dichiarazioni impulsive, minacce o continui cambi di posizione, inevitabilmente cresce l’incertezza tra gli alleati. Ed è proprio qui che i governi europei sembrano aver scelto la linea più saggia: nessuna polemica pubblica. Nessuna rottura. Nessun braccio di ferro destinato a produrre vincitori o vinti. Piuttosto, la consapevolezza che la sicurezza occidentale continua a poggiare sul pilastro americano e che rompere quel legame sarebbe un errore strategico enorme. Allo stesso tempo, però, è ormai evidente che l’Europa dovrà accelerare il rafforzamento delle proprie capacità militari e industriali, non per sostituire gli Stati Uniti, ma per diventare un partner più credibile, più autonomo e più forte all’interno della stessa Alleanza.
In fondo, il messaggio che arriva da Ankara è piuttosto chiaro,
l’ Alleanza Atlantica continua a esistere non perché tutti i suoi membri la pensino allo stesso modo, ma perché, nonostante le differenze politiche, condividono ancora interessi strategici troppo importanti per essere sacrificati sull’altare delle polemiche.
L’Europa sembra essersi ormai rassegnata a una realtà tanto semplice quanto complessa: dovrà continuare a collaborare con gli Stati Uniti anche quando alla Casa Bianca siede un presidente bislacco che, con le sue dichiarazioni e i suoi continui cambi di rotta, finisce per creare più problemi diplomatici che soluzioni. La risposta, però, non è lo scontro. È la pazienza. È il pragmatismo. È la capacità di distinguere ciò che appartiene agli interessi permanenti dell’Occidente da ciò che invece passerà con il prossimo ciclo elettorale, perché le alleanze tra le nazioni si costruiscono sugli interessi strategici condivisi, non sul carattere o sugli umori di chi, temporaneamente, occupa lo Studio Ovale.
Piero Terracina

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