Un porto che è quello di Amsterdam ma potrebbe essere un porto qualunque del mondo, un porto dove arriva e parte la via della droga. Un luogo dove si incontrano grandi e piccoli gestori di affari criminali. Così comincia il film che, presentato al recente festival di Venezia, dal 18 settembre è nelle sale italiane.
Un faccendiere calabrese si incontra con un grosso importatore, di droga ovviamente, e stringe con lui un patto per far arrivare il suo ‘prodotto’ fin nel cuore dell’Aspromonte. Da lì saranno altri capi clan della ’ndragheta che si occuperanno di una capillare distribuzione.
Il film parte appunto da Amburgo, passa da Milano e arriva e si svolge ad Africo, luogo natale di Gioacchino Criaco, autore del libro dall’omonimo titolo da cui il film è liberamente tratto ed è proprio a lui che Munzi si è rivolto per conoscere, capire e raccontare non solo una storia di ‘ndragheta ma soprattutto la storia di una famiglia coinvolta in una faida di clan rivali.
Un giovane compie un atto che in nessun luogo può essere considerato una ‘ragazzata’ ma ad Africo è molto di più, è la scintilla che fa scoppiare quello che sarà un vero e proprio incendio. e’ la storia di tre fratelli. Rocco(Peppino Mazzotta, volto televisivo e braccio destro del commissario Montalbano, in un ruolo per lui insolito) e Luigi sono partiti da tempo per il nord mentre Luciano, il maggiore è rimasto ancorato alla terra degli avi dove conserva il culto dei morti (al padre, ucciso dalla ‘ndrangheta ha dedicato i suoi ricordi), continua il suo lavoro di allevatore e pastore. Il figlio Leo lo disprezza e vorrebbe collegarsi con gli zii e partecipare ai loro traffici illeciti. Prenderà un treno per recarsi a Milano, ma il suo treno , cioè la sua apertura verso l’avventura, è già passato . Tutto comincia a tutto finisce ad Africo dove la faida annosa avrà la sua conclusione.
L‘atto compiuto da Leo riaccende quel fuoco che Luigi aveva cercato di soffocare in tanti anni di silenzioso lavoro con i suoi animali tra le sue montagne.
Il lavoro di Munzi non è un film sulla ‘ndrangheta ma sulla famiglia presentata con toni da tragedia greca e Munzi non vuole dare giudizi, denunciare o condannare, vuole conoscere e far conoscere, capire e far capire; fa parlare i volti dei protagonisti, le montagne sassose, le case, le donne vestite di nero.
E’ la Calabria aspra, quella delle montagne dove la ‘ndrangheta detta le sue leggi, dove le madri maledicono e disprezzano le forze dell’ordine che perquisiscono le case. Non c’è redenzione ma un paese schiavo della legge della vendetta e del sangue che chiama altro sangue; una sorta di tragedia greca fra i sassi e le gole dell’Aspromonte.
Al film hanno partecipato anche gli abitanti di Africo senza i quali, ha affermato il regista, il film sarebbe stato più povero e incompleto.
Un film di genere quindi, un noir che sa raccontare una realtà che troppo spesso siamo abituati a guardare senza vedere e senza capire, ma desiderosi solo di giudicare

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