
Comunità di Bose
Nel romanzo Anna Karenina, Tolstoj fa dire a uno dei suoi personaggi principali: “Sì, ciò che io so non lo so con la ragione, ma mi è stato dato, rivelato, e io lo so con il cuore, con la fede in quella cosa principale che professa la Chiesa. Nessuno dei dogmi della Chiesa contraddice la cosa principale: la fede in Dio, nel bene, come unica missione dell’uomo. Ogni dogma della Chiesa presuppone la credenza che si debba servire la verità, anziché i propri bisogni. Ogni dogma non solo non distrugge questa credenza, ma è necessario perché si compia il più grande dei miracoli, che continuamente si manifesta sulla terra, consistente nel fatto che a tutti e a ognuno è possibile insieme con milioni di persone le più diverse, sapienti e folli, bambini e vecchi, con tutti insomma, con i miseri e con i re, capire precisamente la stessa cosa e comporre quella vita dell’anima per la quale sola vale la pena vivere (vol. 2, Garzanti, Milano 1991, p. 805).
Due parole per spiegare il titolo di questo libro già inquadrato dalla citazione riportata: parla dell’esperienza cristiana come di un itinerario, un “cammino”, si direbbe oggi in conformità con il linguaggio dell’Antico Testamento: camminare davanti a Dio, o camminare nelle vie del Signore. “Itinerario” evoca movimento, e movimento in avanti.
Di questo itinerario si dice che è di natura spirituale: si va avanti solo se guidati dallo Spirito con la maiuscola, lo Spirito Santo.
In primo luogo si tratta dell’itinerario di un cristiano. Intento dell’autore è di descrivere l’esperienza cristiana in un modo che si vede personalmente coinvolto al punto tale che anche il lettore è quasi indotto a partecipare di questa esperienza: entro certi limiti il lettore viene “portato” da essa. Chi non ha mai scoperto il cammino della grazia in sé, non potrà neanche mai insegnarlo ai propri figli. A sua volta si accontenterà di trasmettere un insieme più o meno corretto di verità sulla fede, e nel contempo si sforzerà di dare l’esempio di una vita leale e irreprensibile, ma in cui la grazia ha pochissimo a che fare.
Quante volte Gesù attribuisce la guarigione da lui operata alla fede del malato: “La tua fede ti ha guarito” (Mt 9, 22; Lc 8, 48; 17, 19 e passim). Gesù dà addirittura l’impressione di cedere e di capitolare di fronte alla fede profonda di una Cananea: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti avvenga secondo il tuo desiderio!” (Mt 15, 28).
Gesù cede al punto di obbedire di colei che lo supplica: come la mancanza di fede lo paralizza, così la fede libera la potenza di Gesù. Questo è il meraviglioso dialogo della fede tra Dio e l’uomo: Dio è il primo a parlare e si aspetta da noi che ci abbandoniamo alla sua Parola, quando questa ci avrà afferrati. Non appena questo accade, Dio diventa, per così dire, l’umile servitore di chi ha tutto abbandonato per lui. Da questo momento l’itinerario diventa affascinante. L’autore evidenzia tre tappe. I nomi che sono stati loro assegnati hanno il vantaggio di riferirsi alle componenti costitutive dell’essere umano, secondo la terminologia di Paolo, la pyiché, o anima; il lógos, o ragione; e il pneûma, o spirito. A queste corrisponderà quindi una tappa psichica; una tappa razionale; e una tappa spirituale. E’ necessario ricordare che questi appellativi non hanno a rigore nulla a che fare con i loro omonimi nelle lingue moderne. Oggi si parla di esperienza spirituale come termine sintetico di tutto ciò che il Louf vuole esprimere.
Ogni volta che Dio ci fa comprendere, nel nostro intimo, che dei miracoli stanno per avvenire in noi e attorno a noi, è il segno che cominciamo lentamente a credere. Dio infatti non compie miracoli soltanto affinché si creda, ma perché alcuni uomini credono e si sono aperti con fiducia alla sua onnipotenza.
“Perché se si tratta di uno sguardo, esso non ha nulla a che fare con i nostri occhi di carne; se si tratta di una conoscenza, essa trascende tutto quello che la ragione potrebbe coglierne; se si tratta di un amore, la sua soavità – l’ebbrezza stessa – va infinitamente al di là di tutto quello che l’amore umano può far assaporare” (p. 68). In una parola la fede penetra là dove la ragione si arresta.

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