
Ci sono due importanti documenti usciti ieri: il nuovo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese e la Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump. Sono testi ufficiali e per questo vale la pena partire dalle loro parole, dai comunicati e dalle sintesi istituzionali, per capire come veniamo descritti – noi italiani – da chi studia la nostra società dall’interno e da chi, dall’altra sponda dell’Atlantico, ridisegna le proprie priorità strategiche.
Il nuovo Rapporto Censis racconta un’Italia che “galleggia” che si è abituata a tirare avanti, a rinviare sempre a domani le scelte che contano.
In questi anni abbiamo visto crescere un malessere silenzioso che non esplode in piazza, ma si accumula nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle periferie.
Il Censis lo misura così: i redditi reali del ceto medio sono più bassi del 7 per cento rispetto a vent’anni fa, mentre in gran parte d’Europa sono cresciuti. Vuol dire che, con lo stesso lavoro, oggi una famiglia italiana può comprare meno di prima. Non è un’impressione: è un dato.
Di qui nascono sfiducia, rassegnazione, rancore. Quando lo stipendio basta appena, quando i servizi pubblici si assottigliano, quando i figli non vedono più opportunità è naturale che le persone smettano di credere alle promesse della politica.
C’è poi un altro elemento che il Censis fotografa con chiarezza: l’ignoranza di massa. Non parliamo della cultura “alta”, ma delle basi minime della nostra storia. Una parte enorme degli italiani non ricorda quando è entrata in vigore la Costituzione o quando è caduto il Muro di Berlino.
Anche per questo siamo un popolo più manipolabile, più disponibile a credere a chi urla slogan semplici, a chi inventa nemici, a chi riscrive il passato per giustificare le ingiustizie del presente.
A questo si aggiunge una crisi di fiducia nelle democrazie liberali. Molti italiani pensano che “la democrazia non funzioni più”, che l’Europa sia solo un vincolo, che i diritti siano un lusso per tempi migliori.
Non c’è un desiderio esplicito di dittatura, ma cresce un cinismo pericoloso: “tanto non cambia niente”, “uno vale l’altro”, “decidano loro”.
In questo clima, tutte le trasformazioni sociali vengono vissute come minacce: l’arrivo dei migranti e la presenza crescente di nuove generazioni con cognomi “stranieri” nelle nostre scuole e nei nostri quartieri, ma anche la diversità di orientamenti culturali e sessuali.
Un pezzo del Paese continua a pensare tutto questo come “estraneo”, come corpi provvisori, da tollerare finché serve e da respingere appena si può.
La verità è che stiamo già cambiando, che il Paese è già plurale. Il problema non è “se” cambiare, ma come: in modo ordinato, giusto, con diritti e doveri uguali per tutti, oppure nel caos e nella paura, lasciando che la rabbia esploda contro il più debole di turno.
Infine ci sono i giovani. Quelli che se ne vanno, perché fuori trovano salari più alti e meno precarietà, e quelli che restano, spesso intrappolati in lavori sottopagati, contratti a termine, tirocini infiniti.
Il quadro che esce dal Rapporto Censis non è quello di un Paese senza risorse, ma di un Paese bloccato. Le energie ci sono: nelle scuole che resistono, nelle aziende che innovano, nei pezzi di sanità pubblica che funzionano, nel volontariato, in tanti amministratori locali che ogni giorno provano a tenere insieme i pezzi. Ma queste energie non diventano progetto collettivo perché la polita non ha visione e manca di un progetto.
Servono politiche concrete su tre fronti:
1. istruzione e cultura, per combattere l’analfabetismo di ritorno, ricostruire la memoria storica, dare strumenti critici alle persone;
2. lavoro e salari adeguati, per ridare forza al ceto medio, ridurre le disuguaglianze, fare in modo che il lavoro torni a essere un ascensore sociale e non una gabbia;
3. welfare e servizi pubblici, a partire da sanità, casa, scuola: perché chi è più fragile non venga lasciato solo e non sia costretto a comprare sul mercato ciò che dovrebbe essere garantito come diritto.
Passiamo ora al rapporto dell’amministrazione Trump, la nuova Strategia di sicurezza nazionale, dove si espone la visione del mondo di chi guida la maggiore potenza militare del pianeta. E questa visione riguarda direttamente noi europei.
Provo a tradurla in poche righe.
L’Europa è descritta come un continente in declino, economicamente fragile e culturalmente allo sbando, minacciato dall’immigrazione e dalla “perdita di identità”.
La guerra in Ucraina non è più, come ai tempi di Biden, la “battaglia per la democrazia”, ma un problema da chiudere in fretta per tornare a parlare con la Russia per la “stabilità strategica” e per gli affari.
I veri bersagli non sono Mosca o Pechino, ma i governi europei: accusati di avere “aspettative irrealistiche” sulla guerra, e di essere minoranze deboli che “calpestano i principi basilari della democrazia” e zittiscono l’opposizione.
L’Unione europea viene dipinta come una macchina che erode sovranità, altera le identità nazionali, incoraggia migrazioni incontrollate e censura il dissenso politico.
L’unica speranza per Trump e i suoi accoliti è rappresentata dalle forze politiche di estrema destra che il rapporto apertamente dice di voler supportare e favorire.
È un rovesciamento interessante: la Casa Bianca trumpiana che guarda l’UE come un problema, non come un alleato.
Il passaggio più inquietante del rapporto riguarda il fatto che alcuni Paesi dell’Europa potrebbero avere nei prossimi decenni una popolazione a maggioranza “non europea” e quindi cambiare modo di vedere il mondo e conseguentemente l’alleanza con gli Stati Uniti.
Se cambia l’origine dei cittadini, cambia le alleanze. E allora la priorità per Trump diventa “mantenere l’Europa europea”, e quindi spingerla ad adottare le politiche contro i migranti che negli USA si stanno già facendo.
Dentro questo linguaggio ritroviamo tutti gli ingredienti della destra identitaria e tecnofascista: la paura delle migrazioni; la difesa dei “valori tradizionali”; la famiglia “naturale” eretta a totem; l’apocalisse demografica come sfondo e lo spauracchio della sostituzione etnica; l’idea che i diritti, la pluralità, l’apertura siano un lusso decadente che mina la forza dell’Occidente.
Sul piano strategico militare la mossa è chiara:
Trump non vuole più un’America che presidia il mondo intero, ma un’America che controlla il suo “cortile di casa”, l’America Latina, e lascia a noi europei il costo della difesa convenzionale sul nostro continente, naturalmente acquistando dagli USA e a caro prezzo gli armamenti, così come si sta già facendo con il petrolio e con il gas.
Washington vuole liberarsi dal “costo” dell’Europa ma non la lascia certo libera di decidere il proprio destino e vuole che si carichi sulle spalle gran parte delle spese della Nato già entro il 2027.
Che cosa dice tutto questo a noi?
Alla base di questo pensiero reazionario della destra trumpiana ritroviamo l’idea di “difendere l’Occidente” contro il resto del mondo che trova eco in tanta parte della destra estrema europea e che più diffusamente è diventato un cardine del pensiero oggi egemone nel vecchio continente.
È un’illusione pericolosa perché l’Occidente è già cambiato, e lo sarà ancora di più. Le nostre città, le nostre scuole, i nostri luoghi di lavoro sono già meticci e spesso funzionano grazie alla presenza degli immigrati di cui c’è bisogno se vogliamo evitare la catastrofe demografica.
Il problema non è fermare la storia o tornare indietro elevando muri, e facendo politiche razziste, ma di governarla con regole inclusive e democratiche, diritti, uguaglianza, lavoro, istruzione.
Anche una parte del campo progressista europeo farebbe bene a interrogarsi.
Per anni ci si è cullati nell’idea che gli USA fossero il “fratello maggiore” che, al netto delle differenze politiche, teneva insieme il mondo occidentale. Oggi dobbiamo fare i conti con un fatto semplice: alla Casa Bianca c’è un presidente che pensa l’Europa come una subfornitura militare ed economica, e che considera una minaccia un’Europa più sociale, più integrata, più autonoma.
La nuova Strategia di sicurezza americana è anche uno specchio in cui vediamo riflessi i nostri limiti di certa politica europea della quale sono stati succubi anche i socialisti e i democratici: una guerra in Ucraina gestita senza una vera iniziativa di pace da parte europea, prospettando una vittoria sulla Russia impossibile prima che improbabile; una politica migratoria fatta di emergenze, muri e campagne elettorali intimidite dalla propaganda becera degli avversari; una Nato vissuta come dogma e mai come oggetto di discussione democratica.
Trump, paradossalmente, ci pone il problema in modo persino brutale:
che cosa vuole diventare l’Italia e l’Europa?
Un protettorato armato e impaurito, che subisce le scelte altrui, o un soggetto politico capace di parlare con tutti, difendere i propri valori e i propri interessi, costruire sicurezza non con le armi ma con la giustizia sociale e i diritti e, sul piano della politica estera, con il dialogo e e la cooperazione?
Conclusione.
La lettura di questi documenti è illuminante perché la fotografia dell’Italia meloniana è perfettamente in sintonia culturale e politica con il pensiero, i desideri e gli obiettivi del documento sulla sicurezza nazionale di Trump.
Per chi avesse ancora qualche dubbio c’è stata, ieri sera, la dichiarazione di Meloni al Tg di Mentana: “Non parlerei di incrinarsi dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Quel documento dice con toni assertivi qualcosa che si dibatte da tempo”.
Dunque nessuna critica a Trump ma una difesa di Trump.
L’Italia che galleggia è perfettamente allineata con il capo dell’internazionale nera. Tra questa miserevole condizione in cui ci troviamo, grazie al governo della destra, e le politiche americane esiste un nesso forte e strategico.
È il prezzo che l’Italia deve pagare perché Meloni mantenga la protezione politica, il supporto e i favori del prepotente e antieuropeista presidente Trump.
Ancora una volta i sedicenti patrioti tradiscono l’interesse nazionale.
L’Italia galleggia e rinvia le scelte perché a decidere del nostro futuro, per biechi tornaconti di sopravvivenza politica, si è scelto che fosse il capo dell’internazionale nera d’oltreoceano.
Sta a noi decidere se continuare a subire, oppure provare con convinzione a rimettere al centro le parole che in entrambi i documenti mancano quasi del tutto: uguaglianza, lavoro, diritti, pace.
Enrico Rossi

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