Tra gli italici scandali, uno sui quali più l’opinione pubblica si indigna e si accanisce riguarda il dipendente, formalmente presente sul luogo di lavoro, beccato invece a fare la spesa, la colazione o altro, sulla cui figura la cronaca ha riempito rotocalchi e serate televisive, regalandogli anche un’ etichetta che con due parole lo identifica “universalmente”: è infatti, ormai per tutti, “il furbetto del cartellino”!
Cavalcando lo sdegno nazionale, il Governo, com’è noto, ha deciso di intervenire e siamo in attesa della pubblicazione del decreto legislativo sulle false timbrature.
Per il pubblico impiego vi sarà una norma che preciserà che costituisce falsa attestazione della presenza in servizio qualunque modalità fraudolenta posta in essere, anche avvalendosi di terzi, per far risultare il dipendente in servizio e trarre in inganno l’amministrazione presso la quale questi svolge la sua attività. Della violazione, si dice ancora, risponderà anche chi abbia agevolato con la propria condotta attiva o omissiva il comportamento fraudolento. Il procedimento disciplinare sarà per entrambi molto rapido, potendo culminare con il licenziamento entro 30 giorni.
Intanto la Cassazione ha già affilato le armi, evidenziando – nella recentissima sentenza del 25 maggio, la n. 10842 – come la timbratura fraudolenta, cioè effettuata da un altro collega, al fine di simulare la presenza, sia sufficiente a motivare il licenziamento per giusta causa, anche se l’assenza riguarda una sola ora.
Infatti, per la Suprema Corte, si tratta di un comportamento idoneo a integrare una grave violazione del dovere di diligenza prescritto ai lavoratori in quanto consente a chi lo pone in essere di percepire compensi che non gli spettano e di ottenere senza diritto un’abbreviazione del proprio orario di lavoro.
Tale intervento è speculare a quello di una precedente pronuncia degli Ermellini dove ad essere licenziato era stato il dipendente che aveva timbrato il cartellino al posto del collega.
Andiamo per ordine. Nella prima vicenda, la Suprema Corte, con la succitata pronuncia del 25 maggio, ha confermato la decisione della Corte di appello sulla legittimità del licenziamento per giusta causa ritenendo che far strisciare il proprio badge identificativo da un collega per nascondere l’assenza dal luogo di lavoro è un comportamento assai grave del lavoratore tanto che, anche se posto in essere una sola volta, esso è sufficiente a legittimare il recesso del datore di lavoro per giusta causa venendo meno irrimediabilmente e gravemente il vincolo fiduciario tra le parti.
Dunque tolleranza zero nei confronti di quanti non rispettino rigorosamente l’orario di lavoro che è anche conseguenza di un periodo di crisi feroce che allunga inesorabilmente le fila dei disoccupati e che genera insofferenza e indignazione nei confronti dei fortunati che possono disporre di un posto di lavoro a tempo indeterminato.
Per quanto riguarda la seconda vicenda, che ha portato al licenziamento per giusta causa del dipendente che aveva timbrato in luogo del collega, anche in tale fattispecie la Suprema Corte ha ritenuto che l’addebito disciplinare era fondato e che la sanzione applicata era proporzionata all’entità del fatto oggetto di contestazione, per cui ha rigettato il ricorso del lavoratore.
I giudici hanno ritenuto che l’addebito mosso al dipendente licenziato per avere marcato intenzionalmente il cartellino di un collega che sapeva essere assente dal lavoro fosse un elemento, come nel caso prima esposto, tale da compromettere il rapporto fiduciario e quindi tale da non giustificare in alcun modo la prosecuzione del rapporto.
Due parole finali nel merito di questo clima di rigore robespierriano.
Il Governo, come prima detto, sotto la spinta dell’indignazione generale, ha voluto correre ai ripari con strumenti che hanno come obiettivo dure sanzioni nei confronti dei “furbetti del cartellino”.
Giusto.
Quel che però non convince è che, accanto alla repressione del fenomeno, non si stiano portando avanti politiche serie di efficientamento dell’ amministrazione, alle quali non sarebbero estranei sistemi volti a fare leva sulla motivazione del personale meritevole.
Intanto, invece, nulla sul fronte del rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Qui si continua sulla strada dell’anticostituzionalità.
Dove è la credibilità delle Istituzioni? E dove era quella credibilità quando, appena otto anni fa, un pubblico ministero militare a Torino, in una lettera aperta al Capo dello Stato, ha raccontato come trascorrevano il tempo i cento magistrati militari rimasti “disoccupati” dopo l’ abolizione della leva? Colpisce ancora quella denuncia a firma di Paolo Scafi – lo conosco sia pure indirettamente come un gran lavoratore, dall’intelligenza vivace – quando dice “Onestamente mi sento imbarazzato, come dipendente statale, tutte le volte che alle 11 del mattino sono andato in canoa sul Po. Ma ci sono andato perché, non avendo nient’ altro da fare, è per me intollerabile far finta di stare in ufficio rivoltando sempre le stesse carte …”

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