Fine anno col botto nell’Italia del declino. Un novembre intriso della protesta dei tassisti a Roma, un dicembre memorabile per lo sciopero dei camionisti: l’Italia e la sua capitale paralizzate, la violenza che vince, i cittadini che pagano, i manifestanti che passano all’incasso. La protesta fa scuola. I metalmeccanici capiscono che i cortei non bastano, che serve ben altra visibilità e quindi anche loro più che in piazza cominciano a scendere in autostrada. Ma siccome, e per fortuna, non dimenticano di essere aristocrazia operaia, limitano la protesta ad atti simbolici. Se avessero mandato a memoria le lezioni altrui avremmo una paralisi al giorno.
Il 2007, dunque, ci lascia un’eredità di cattivi esempi; non ci sarebbe da meravigliarsi, visti gli esiti, di un inasprimento della lotta da parte di quei sei milioni di lavoratori che ancora aspettano il rinnovo del contratto, soprattutto quelli con minore potere contrattuale. Dopo i blocchi stradali degenerati anche nell’intimidazione si può solo auspicare moderazione da parte di altre categorie. Chiederla è diventato difficile, pretenderla impossibile.
Il Paese avrebbe bisogno di ben altri segnali al posto di questo gioco al massacro. Avrebbe bisogno di un governo determinato che sapesse indicare la strada della ripresa dall’annichilimento collettivo seguito alla crisi economica, alle tasse, alle città insicure, alla precarietà diffusa. Basterebbe che lo Stato battesse un colpo. E invece gennaio ci consegna una classe politica balbettante, confusa, incapace di rispondere ai problemi del Paese siano essi a Napoli o a Milano. Un esercito senza guida rischia di disperdersi. Prendono corpo la sensazione d’impotenza, la paura, arrivano i primi sbandamenti. Ed infatti il giudizio fuori confine è tranchant: ci vedono come una comunità ripiegata in due, triste e infelice, incapace di decidere e quindi condannata al declino. Ci saremmo aspettati uno scatto d’orgoglio ma la reazione è stata debole. Troppo per non pensare di essere a un passo dalla rinuncia e dalla rassegnazione.
ALTA TENSIONE PER I CONTRATTI NON RINNOVATI
La protesta fa scuola. I metalmeccanici capiscono che i cortei non bastano, che serve ben altra visibilità e quindi anche loro più che in piazza cominciano a scendere in autostrada. Ma non dimenticano di essere aristocrazia operaia e si limitano ad atti simbolici. Di Enrico Buffoni

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