
Mentre si prepara lo sciopero di domani contro la legge di bilancio del governo Meloni, dall’Unione Europea fanno sapere che i conti italiani non tornano.
Il Paese nel 2024 sarà penultimo quanto a crescita, 0,9 per cento contro una media dell’Europa di 1,3 per cento, viceversa sarà secondo, dopo la Grecia, quanto a debito che aumenta sfiorando il livello mostruoso del 140 per cento sul PIL.
Giorgia Meloni, solo pochi mesi fa, si pavoneggiava, sostenendo che l’Italia cresceva più del resto dell’Europa, davanti ad una platea di imprenditori confindustriali plaudenti, che oggi cominciano a dare primi segni di nervosismo.
Il fatto è che per garantire lo sviluppo mancano investimenti adeguati: non si riesce a spendere bene e celermente i fondi del PNRR e nella legge di bilancio non ci sono risorse per Ricerca e Sviluppo, per sanità e istruzione, cioè per quella parte della spesa pubblica in investimenti che ha un moltiplicatore alto sul PIL.
Inoltre, la riduzione delle tasse, limitata ai redditi fino a 35mila euro, non riuscirà neppure ad adeguare i salari all’inflazione che comunque si mantiene tra le più alte in Europa.
La politica economica del governo Meloni è un liberismo all’italiana, senza rigore, che affida la crescita al mercato aggiungendo un po’ di mance per il consenso politico immediato, mentre il Paese degrada, diventa più povero e indebitato.
Non mancano neppure le privatizzazioni da cui il governo si attende di ricavare 20 miliardi, vendendo gli ultimi pezzi della presenza dello Stato nell’economia e consegnandoli -paradosso per i sovranisti- alla finanza internazionale.
Ma dentro questo quadro ci sono anche settori economici che stanno ingrassando, come le banche con i loro utili stratosferici, che il governo ha finto di colpire, le società energetiche, certi settori della logistica e della distribuzione e, non ultimi, gli evasori a cui vengono offerti condoni fiscali camuffati da patti antievasione e da sanatorie.
Domani lo sciopero sarà l’espressione di una protesta che partendo dai lavoratori può anche estendersi ad altre categorie di ceto medio e del mondo produttivo fino a costruire un’ampia alleanza sociale su cui basare l’alternativa politica e programmatica.
Dato il quasi completo dominio di questa destra sull’informazione e sui media non sarà certo un’operazione facile.
Domani può essere l’inizio.
Per questo il governo teme tanto questo sciopero, al punto da volerlo colpire con la precettazione e mostrare sul piano del conflitto sociale una pericolosa tendenza illiberale, che si aggiunge a quella sul piano dei diritti civili e individuali.
È una sfida che chiama in causa ciascuno di noi, la nostra responsabilità e la nostra coscienza di cittadini democratici.
Enrico Rossi

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