Onde poter condividere gli appelli del Capo dello Stato occorre, per quel che mi riguarda, operare dei netti distinguo. Quando Napolitano afferma che “o si cresce insieme, oppure non si cresce”, lancia un appello all’unità che se non è interpretato come una messa al bando delle opzioni fuorvianti o, peggio, pericolose (vedasi il richiamo alla “secessione”), può diventare, a seconda dei casi, anche uno stucchevole “volemose bene” o “embrasse nous” di cui il Paese ha niente affatto bisogno.
Nelle more della posizione di nuove regole, infatti, l’unità non è oggi l’intimo sodalizio di un popolo, bensì un coacervo di interessi che reclamano soddisfazione a discapito della res publica: insomma, una permanente appropriazione e spartizione indebita, un ininterrotto saccheggio di risorse – non soltanto materiali – che impoveriscono il presente e oscurano la prospettiva del futuro.
L’unità non può che essere fondata sul ripristino del concetto di res publica come res omnium e sulla regola che la gestione della res publica non può essere un’attività per conto terzi (dove i terzi di volta in volta sono categorie più o meno definite, ma comunque con interessi mirati, come il pubblico impiego, le imprese e i lavoratori – se non le loro associazioni -, il “Sud” e il “Nord”, il sistema delle partecipazioni statali, i pensionati, l’establishment politico stesso, per non parlare delle varie mafie): lo Stato è e deve essere lo Stato. Per poter essere il fulcro di una unità non può ridursi ad una incollatura di frazioni, peraltro sotto continuo ricatto: deve costituire una superiore sintesi.
Chi è chiamato al servizio dello Stato, deve lasciare la casacca.
In questa logica, il successivo affermare che “la politica siamo tutti noi” è corretto soltanto se significa che ogni cittadino deve assumere nella propria vicenda quotidiana il peso di una responsabilità pro-quota collettiva, di una sterzata nei principi e nei comportamenti. Se e nella misura in cui si crede al modello democratico o liberal-democratico, si deve accettare l’idea che la politica nasca dalle micro-decisioni individuali di ogni giorno, le quali forgiano le comunità ai vari livelli; e che la società politica sia di norma lo specchio della società civile: l’innesco di un ciclo virtuoso deve dunque partire (soprattutto) dai cittadini. L’alternativa? Il cambiamento imposto da una implosione del sistema (che forse non è lontana) e/o dall’avvento dell’”uomo forte” (ovviamente nelle forme adeguate all’oggi).
“La politica siamo tutti noi” diventa, invece, irricevibile se e quando significhi sciogliere nel calderone le responsabilità (non più tanto ‘morali’ ma politiche e giuridiche) legate a precisi atti o omissioni imputabili ai ‘servitori dello Stato’ (che hanno un nome e un cognome). Oltre alla ‘Politica’ come sopra, c’è anche una ‘politica’ fatta di apparati, di professionisti per lo più incompetenti e incapaci, che in gran parte sono scelti – neppure eletti – nel ferreo rispetto della teoria di Peter (quella che, per intendersi, fa salire gli sciocchi e gli imbecilli poiché più graditi alle logiche del potere), che vivono sospesi a cinque centimetri dalla realtà, che parlano e decidono delle cose senza conoscerle, che dispensano favori e dilapidano ricchezze non proprie. Ebbene, questa ‘politica’ non siamo tutti noi: c’è un abisso con quella gente – e ce ne è ancora – che ogni giorno lavora onestamente e rischia in proprio, senza rete, senza infingimenti. Ai cittadini operosi non si può dire “la politica siamo tutti noi”, quando essa è diventata un’elite di mangiapane a ufo, corrotti e inefficienti, che fanno di tutto rispondendo di nulla.
Allora, desidero interpretare le parole del Capo dello Stato nell’unico modo che reputo corretto e digeribile, perché non c’è davvero bisogno di mozioni dell’affetto, né di buoni sentimenti. La verità è che oggi e da molto tempo non siamo affatto uniti e non siamo neanche ‘uguali’ e sembra quasi di accorgersene ora solo perché la condizione delle finanze pubbliche non consente più – se Dio vuole – di soddisfare tutti gli interessi particolari.
Deve aprirsi una stagione fatta solo di responsabilità e rigore perché è passato il tempo dell’oblio, è finita anche la frutta e resta, semplicemente, da pagare il conto.
Paolo Marini

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