Cossiga faceva telefonate. Craxi faceva strategie. De Mita faceva ragionamenti. Occhetto faceva svolte. Andreotti faceva piani e battute. Forlani faceva quel che poteva. Fine della prima Repubblica, vent’anni dopo, più o meno. In quelle settimane ero lì, purtroppo o per fortuna. Cominciava, nel 1991, l’inizio della fine con le picconate più dure del presidente Cossiga e con gli albori di quelle inchieste e di quei chiari di luna che avrebbero spazzato via, dal 92 al 93, un’intera classe dirigente, un’intera politica. Fino ad arrivare a quella primavera del 94 in cui con la prima vittoria di Silvio Berlusconi comincia una fase, (una nuova Repubblica?) in cui viviamo, più o meno costretti, ancora. Adesso che sono passati vent’anni, (quanto lavoro avranno gli storici fra cinquant’anni!, o anche meno) si sente dire in giro: “ma quelli della Prima Repubblica erano diversi. Si vede anche in Europa”. Primo problema. I confronti vanno fatti con proprietà storica e scientifica altrimenti si rischia di paragonare lucertole con coccodrilli. E il coccodrillo come fa? Non c’è nessuno che lo sa. Secondo problema. Gli anni che passano tendono a lenire, nel sentimento comune, i difetti che allora sembravano da pene capitali e a valorizzare le mediazioni e le presunte qualità. Terzo problema: duro vedere l’intero mosaico se siamo troppo vicini con l’occhio al tassello. Certo fa pensare che non siamo riusciti a digerire, in analisi storica si direbbe a contestualizzare dinamicamente, quegli anni che hanno cambiato l’Italia e i suoi protagonisti. E non siamo riusciti a prendere sul serio quelle lezioni. Economia e società, relazioni e sistemi sembrano peggiorati. La sensazione diffusa è che di fronte a quell’età del decadimento abbiamo fatto seguire l’età della dissoluzione. Sarebbe interessante chiedere ai quarantenni di oggi cosa ricordano della politica di allora, di monetine al Raphael o del processo Enimont, quando loro avevano vent’anni e si affacciavano al mondo del lavoro o andavano all’università. Sì Cossiga telefonava, esternava, picconava. Rapporti durissimi con l’opposizione di sinistra che tentò la messa in stato d’accusa. Andreotti governava, come si faceva nella prima Repubblica e cioè a spese dei conti pubblici, il cui problema gravissimo tuttora scontiamo, ed era destinato al Colle. Spadolini era lì lì per tornare a fare il presidente del Consiglio dei ministri come quasi dieci anni prima quando fu il primo Capo di governo non democristiano, e poi non ci riuscì per una serie di concomitanti drammatici fatti, tra cui l’assassinio di Falcone quel 23 maggio 92 a Capaci, che tragicamente cambiò e fece cambiare piani e accordi. Interessante e quasi obbligatorio ripensare a quei giorni, a quei mesi, a quelle ore sennò non si capiscono nemmeno queste, forse meno pubblicamente tragiche, ma certo ugualmente ingarbugliate, giornate che viviamo.
Fabrizio Binacchi
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