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Africa: la scommessa nelle catene globali

Lo sviluppo minerario del continente africano nel ventunesimo secolo si posiziona al crocevia di tre macro-trasformazioni globali: la transizione energetica, la digitalizzazione dell’economia e la ridefinizione geoeconomica delle catene di approvvigionamento delle materie prime critiche. Da un punto di vista strutturale, l’odierno paradigma industriale sta segnando un passaggio da un sistema energetico fuel-intensive a uno spiccatamente material-intensive, dinamica che, secondo le stime dell’International Energy Agency, imporrà entro il 2040 un incremento della domanda di materie prime critiche e strategiche pari a sei volte i livelli attuali per centrare gli obiettivi di neutralità carbonica.

di Istituto Ispi | 23 Marzo 2026

di Aldo Pigoli*

Lo sviluppo minerario del continente africano nel ventunesimo secolo si posiziona al crocevia di tre macro-trasformazioni globali: la transizione energetica, la digitalizzazione dell’economia e la ridefinizione geoeconomica delle catene di approvvigionamento delle materie prime critiche. 
Da un punto di vista strutturale, l’odierno paradigma industriale sta segnando un passaggio da un sistema energetico fuel-intensive a uno spiccatamente material-intensive, dinamica che, secondo le stime dell’International Energy Agency, imporrà entro il 2040 un incremento della domanda di materie prime critiche e strategiche pari a sei volte i livelli attuali per centrare gli obiettivi di neutralità carbonica.

 In questo scenario, l’Africa dispone di una dotazione geologica che la rende un attore potenzialmente centrale: il continente detiene, infatti, quote rilevanti delle riserve minerarie mondiali, tra le quali figurano oltre il 50% delle riserve di cobalto, più del 30% di quelle di manganese e circa l’80% dei metalli del gruppo del platino, materiali necessari per le tecnologie a basse emissione di carbonio quali batterie per l’accumulo energetico, mobilità elettrica e celle a combustibile. 

Ciononostante, il peso del continente nella produzione mineraria globale rimane ancora limitato rispetto alla sua dotazione di risorse, delineando una posizione prevalentemente periferica nelle catene del valore. 

Tale squilibrio riflette dinamiche riconducibili alla cosiddetta resource curse, secondo cui l’abbondanza di risorse naturali tende a consolidare strutture economiche fortemente dipendenti dall’estrazione e dall’esportazione di materie prime non trasformate, esponendo i Paesi produttori alla volatilità dei mercati globali e rallentando i processi di sviluppo industriale. Tale dipendenza si è inoltre tradotta in un indebolimento dei meccanismi di accountability fiscale, rafforzando modelli di governance centrati sulla gestione delle rendite, spesso accompagnati da distribuzione diseguale dei proventi e corruzione. Al contempo, in contesti caratterizzati da fragilità statuale e bassa coesione sociale, la competizione per il controllo delle risorse ha rappresentato un ulteriore fattore rilevante nell’alimentare dinamiche di conflitto prolungato.

A livello sistemico, la configurazione delle catene globali del valore ha tendenzialmente collocato i Paesi africani nei segmenti upstream dell’estrazione primaria, mentre le fasi a maggiore valore aggiunto, quali raffinazione, trasformazione intermedia e manifattura avanzata, risultano prevalentemente concentrate in paesi esterni al continente. 

Transizione energetica e filiere geoeconomiche

Il predominio della Cina nell’estrazione e lavorazione dei minerali critici rappresenta un fattore di rischio primario per la sicurezza della transizione energetica, che ha spinto le potenze occidentali a guardare al continente africano come a un’area cruciale per diversificare le proprie catene di approvvigionamento e arginare la crescente predominanza cinese. 

Pechino ha, infatti, consolidato negli ultimi decenni un ruolo preminente, sviluppando un approccio integrato che si estende dall’esplorazione dei giacimenti minerari fino alla produzione industriale avanzata. Attraverso i Piani Quinquennali, l’Export Control Law del 2020 e l’azione coordinata di grandi gruppi statali, la Cina ha consolidato canali di approvvigionamento sicuri per alimentare la propria industria, che oggi domina la raffinazione globale di minerali critici come litio, cobalto e terre rare. In Repubblica Democratica del Congo (RDC), ad esempio, capitali cinesi hanno acquisito il controllo di complessi strategici come Tenke Fungurume, mentre in Guinea il consorzio sino-singaporiano SMB-Winning si è imposto come leader nella produzione di bauxite, controllandone anche l’infrastruttura logistica.

A fronte della necessità di bilanciare il ruolo dominante di Pechino nelle filiere globali legate alla transizione energetica, Unione Europea e Stati Uniti hanno accelerato l’elaborazione di propri strumenti di politica industriale e di sicurezza delle catene di approvvigionamento. 
L’UE ha varato nel 2024 il Critical Raw Materials Act, uno strumento normativo volto a mitigare i rischi lungo la catena del valore fissando chiari parametri di riferimento per il 2030, tra cui il soddisfacimento interno del 40% del fabbisogno di trasformazione e un vincolo di diversificazione che vieta di importare più del 65% di una singola materia prima strategica da un unico Paese terzo. È in quest’ottica si inserisce, inoltre, il Global Gateway, un piano di investimenti concepito per offrire un’alternativa strategica alla Belt and Road Initiative cinese e consolidare i partenariati con i Paesi detentori di risorse.

Parallelamente, gli Stati Uniti con l’amministrazione Biden avevano promosso la Minerals Security Partnership (MSP), un’iniziativa multilaterale che coinvolgeva anche i Paesi africani produttori di materie prime critiche per garantire catene di approvvigionamento resilienti e supportare la lavorazione e l’industrializzazione in loco. Nel febbraio 2026 l’attuale amministrazione Trump ha istituito il Forum on Resource Geostrategic Engagement (FORGE), concepito come naturale successore della MSP. Per i partner africani (tra cui Angola, RDC, Guinea, Kenya, Marocco, Sierra Leone e Zambia) questa transizione segna l’ingresso in una fase prettamente operativa, caratterizzata dalla sigla di accordi quadro bilaterali e protocolli d’intesa (MoU) volti a stabilizzare i prezzi e colmare le vulnerabilità nelle catene di fornitura. Un elemento distintivo di questa evoluzione è il forte coinvolgimento del settore privato attraverso l’iniziativa Pax Silica, che mira a mobilitare capitali non solo per l’estrazione, ma anche per la raffinazione, la lavorazione e il riciclo dei materiali. 
Un caso emblematico di questo nuovo corso è il protocollo d’intesa siglato tra Glencore e il consorzio Orion (sostenuto da Washington) per l’acquisizione di asset strategici nella RDC, che punta a blindare i flussi di rame e cobalto verso gli Stati Uniti, promuovendo, al contempo, lo sviluppo e l’industrializzazione del settore minerario locale.

Da commodity dependence a sovranità economica

In questo contesto di crescente competizione internazionale, governi e istituzioni africane stanno cercando di ridefinire il ruolo del settore estrattivo del continente, con l’obiettivo di trasformarlo in uno strumento di sovranità economica e di industrializzazione, superando lo storico squilibrio nelle catene del valore. Questo orientamento trova espressione a livello continentale nell’Africa Mining Vision dell’Unione Africana e nella più recente African Green Minerals Strategy, che delineano un superamento del modello estrattivo incentrato sull’esportazione di materie prime non lavorate, favorendo invece la trasformazione locale e l’integrazione regionale delle filiere.

A livello nazionale, tale indirizzo si è tradotto nell’adozione di politiche volte a rafforzare il controllo statale sulle risorse e ad accrescere il contenuto locale delle attività minerarie, anche attraverso requisiti di trasformazione in loco e misure selettive sulle esportazioni. 
Nel corso degli ultimi anni, ad esempio, lo Zimbabwe ha introdotto un divieto di esportazione sui concentrati di litio per incentivare la realizzazione di impianti di lavorazione domestici, la RDC ha applicato quote all’export e sospeso temporaneamente le esportazioni di cobalto, sia per mitigare l’impatto del crollo globale dei prezzi causato dall’eccesso di offerta internazionale, sia, al contempo, per forzare gli investimenti nella raffinazione in loco, mentre l’Uganda ha rafforzato il proprio quadro normativo prevedendo limitazioni all’esportazione di minerali non trasformati.

Parallelamente, diversi governi stanno rivedendo accordi minerari conclusi in fasi precedenti, rinegoziando clausole fiscali e condizioni di partecipazione al fine di accrescere la quota di rendite minerarie trattenute a livello nazionale e consolidare il ruolo dello Stato nelle joint ventures, favorendo, di conseguenza, ricadute economiche e infrastrutturali più ampie sul territorio.

I limiti allo sviluppo delle filiere africane

Ciononostante, lo sviluppo di una filiera africana integrata continua a confrontarsi con vincoli strutturali significativi, quali il grave deficit tecnologico, la carenza infrastrutturale e l’accesso limitato ai capitali. 

In questo contesto, l’integrazione regionale assume un ruolo centrale nello sviluppo di filiere industriali ad alto contenuto tecnologico. Il progetto della Transboundary Battery and Electric Vehicle Industry Special Economic Zone tra RDC e Zambia, finalizzato alla costruzione di una filiera condivisa per la produzione di precursori per batterie, costituisce finora l’esempio più concreto di cooperazione industriale transfrontaliera. Tuttavia, l’avanzamento dell’iniziativa è stato fortemente rallentato da differenze normative tra i Paesi coinvolti e da un coordinamento istituzionale ancora parziale. 

La scalabilità e la replicabilità di progetti analoghi dipenderanno, pertanto, dalla capacità delle Regional Economic Communities di armonizzare i quadri regolatori, facilitare il coordinamento tra autorità nazionali e promuovere una governance efficace delle filiere. In questo contesto, la piena attuazione dell’African Continental Free Trade Area(AfCFTA) rappresenta un elemento chiave per aumentare la prevedibilità normativa e creare condizioni favorevoli all’integrazione industriale continentale, rafforzando al contempo la posizione strategica dell’Africa nelle catene globali del valore. La riduzione delle barriere tariffarie e non tariffarie è, infatti, una delle condizioni necessarie per la formazione di economie di scala adeguate ad attrarre investimenti nella raffinazione e nella trasformazione dei minerali critici, aumentando, di conseguenza, la quota di valore aggiunto trattenuta nel continente.

Conclusioni

Nel complesso, la posizione del continente africano nelle catene del valore globali appare oggi come oggetto di una ridefinizione ancora in corso. Il modello storico di estrazione orientata esclusivamente all’export non è più accettato come paradigma inevitabile, mentre le politiche di trasformazione locale, revisione dei contratti e coordinamento regionale segnalano il tentativo di aumentare la quota di valore trattenuta sul continente e, al contempo, di rafforzarne il potere negoziale nei confronti dei partner esterni.

Tuttavia, l’ambizione industriale si confronta con vincoli strutturali che ne ridimensionano la portata nel breve periodo. Si configura, di conseguenza, una fase di transizione strutturale per il continente africano: la maggiore assertività politica e i margini di manovra più ampi rispetto al passato convivono con una trasformazione industriale ancora parziale, strettamente vincolata da accesso al capitale, capacità tecnologiche limitate e dipendenza dalla domanda esterna. La traiettoria futura dipenderà, quindi, dalla capacità dei governi e delle istituzioni regionali e continentali di armonizzare normative, attrarre investimenti mirati e promuovere l’internalizzazione di know-how e processi produttivi ad alto valore aggiunto, trasformando le risorse minerarie in reale leva di sviluppo industriale.

Aldo Pigoli

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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