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Africa e dejà coup

Con il moltiplicarsi di putsch militari, la democrazia in Africa è in ritirata, ma a cadere sotto i colpi di stato sono soprattutto semi-democrazie corrotte, alle prese con conflitti armati e influenze esterne, e incapaci di rispondere adeguatamente ai bisogni delle popolazioni.

di Istituto Ispi | 1 Settembre 2023
Rivolte e e colpi di Stato hanno caratterizzato il mese di agosto in Africa (fonte Istituto Ispi)

Dopo 14 anni al potere e una contestata rielezione, il presidente del Gabon, Ali Bongo Ondimba è stato rovesciato da un colpo di stato. I militari hanno annullato i risultati del voto di sabato scorso, chiuso le frontiere fino a nuovo ordine e nominato il generale Brice Clotaire Oligui Nguema presidente della transizione. La crisi politica del piccolo paese dell’Africa centro-occidentale arriva poche settimane dopo il colpo di stato in Niger e si inserisce in un contesto di generale instabilità politica che attraversa diverse zone del continente. I colpi di stato militari – che avvenivano con cadenza regolare nei decenni successivi all’indipendenza – dopo un periodo di relativo recesso sembrano essere tornati di gran moda. Ce ne sono stati due in Burkina Faso nel 2022, e due tentativi falliti in Guinea Bissau, Gambia e a Sao Tomé e Principe. L’anno precedente, nel 2021, ce n’erano stati sei, quattro dei quali riusciti. Nel complesso, negli ultimi tre anni, otto governi dell’Africa centro-occidentale e saheliana sono caduti nelle mani dei militari. Ma nel parlare di “effetto domino”, o di quella che il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “un’epidemia di golpe”, occorre intendersi. L’Africa centrale, il Sahel e l’Africa occidentale non si trovano ad affrontare identici problemi. C’è piuttosto una convergenza di nodi irrisolti e un’insofferenza crescente per regimi che, sotto l’apparenza di elezioni democratiche, nascondono la difesa di interessi privatistici e tradiscono in modo più o meno sfacciato il patto sociale con i cittadini.

Un’epidemia di golpe?

Nella notte tra il 26 e il 27 luglio, una giunta militare ha annunciato la destituzione del presidente nigerino Mohamed Bazoum, provocando un terremoto politico nell’intera regione dell’Africa occidentale. Nonostante i tentativi di mediazione con i paesi dell’area, non si è arrivati ad un accordo e il 19 agosto, il generale e capo della giunta Abdourahamane Tiani ha dichiarato di prevedere un “periodo di transizione massimo di tre anni”, al termine del quale si terranno elezioni che dovrebbero portare al ritorno del potere ai civili. Una road map categoricamente rifiutata dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), che minaccia di intervenire militarmente nel paese. “È iniziata una nuova era di instabilità”, ha avvertito l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Josep Borrell. E mentre i Ventisette valutano sanzioni contro i golpisti nigerini, le turbolenze internazionali si riverberano sulle vicende africane, nella consapevolezza che i cambi di regime offrono nuove sponde alla penetrazione di Cina e Russia. Così, ieri all’Onu Mosca ha posto il veto contro il rinnovo delle sanzioni ai danni della giunta militare al potere in Mali. Una sfida che alimenta il timore che il gruppo paramilitare russo Wagner possa restare ‘operativo’ in Africa, nonostante la morte recente del suo capo, Yevgeny Prigozhin.

Il Gabon è diverso?

Dal Niger al Gabon, ultimo in ordine di tempo, tutti i paesi caduti nelle mani dei militari – Sudan a parte – sono membri della ‘Francafrique’. Quanto basta a immaginare un filo rosso da Niamey a Libreville: in entrambi i casi, Parigi gioca un ruolo forte, come ex potenza coloniale, presente con forze militari dispiegate sul terreno e rilevanti interessi minerari. E tra gli argomenti più citati nelle analisi dei politologi c’è il risentimento “antifrancese” delle popolazioni coinvolte. I motivi non mancherebbero: dall’aver sostenuto leader deboli e corrotti in cambio di enorme libertà d’azione nelle economie locali, anche attraverso l’adesione al Franco Cfa, al dispiegamento di contingenti militari pronti a garantire gli interessi di Parigi. Eppure ogni paese è un caso a sé e quel che vale per il Niger non è detto valga anche per il Gabon. Qui la cattiva governance è imputabile soprattutto al lungo periodo di governo del leader in carica, Ali Bongo, ed è la sua testa (politicamente) che la popolazione chiede. Non a caso il golpe che ha rovesciato il presidente ha coinciso con la diffusione dei risultati di elezioni che, dopo un voto opaco e sospetto, lo avrebbero visto nuovamente ri-eletto a 14 anni dall’inizio dei suo primo mandato. Nonostante la condanna del colpo di stato da parte di Parigi, la mancanza di sostegno popolare per Bongo suggerisce che ci sarebbe poca voglia – internamente o esternamente – di riportarlo al potere. “A Libreville – spiega il corrispondente di Jeune Afrique Mathieu Olivier – non si sono viste bandiere russe per le strade e la gente si aspetta che Parigi sostenga la transizione che i militari si sono impegnati a garantire in tempi rapidi”.

Sfida alle democrazie di facciata?

Anche se non è la Francafrique, un filo rosso che unisce le crisi politiche africane in atto – che non colpiscono esclusivamente l’ex impero coloniale francese – però c’è. E riguarda le istituzioni e i principi democratici, la cui ‘autenticità’ e capacità di risolvere i problemi è sempre più spesso messa in discussione. All’indomani del colpo di stato del 26 luglio in Niger, i soldati che hanno rovesciato Mohamed Bazoum hanno motivato la loro azione con l’incapacità del presidente di preservare la sicurezza dei nigerini di fronte al terrorismo, ma anche con una cattiva governance economica. Anche la giunta maliana aveva avanzato argomenti simili. In Gabon a cadere sotto i colpi della giunta militare non è stato solo un presidente, ma un’intera dinastia che governava il paese come un’impresa di famiglia da oltre mezzo secolo. In questi contesti, i colpi di stato acquistano legittimità presso opinioni pubbliche che credono ormai poco in elezioni e governi che di democratico hanno poco più che la facciata. “Questa gente tiene interi paesi in ostaggio – fa notare Chidi Odinkalu, della Fletcher School of Law and Diplomacy –  “E allora qual è la differenza tra un colpo di stato militare e un’elezione truccata?”.

Il commento

di Giovanni Carbone, Head Africa Programme

“Il golpe a Libreville è il più inatteso. Diversamente dagli altri sei paesi subsahariani che hanno subito colpi di stato dal 2020 in poi, lì non se ne era mai visto uno. Il Gabon non è nel Sahel e tecnicamente neppure in Africa occidentale, storicamente tra le aree più calde del golpismo nel continente. Per gli standard africani, è anche un paese relativamente “ricco”. Una sorpresa, appunto. Con la via ormai aperta, diventa ora più difficile fare previsioni sui golpe del futuro: chi sarà il prossimo a cadere? possiamo ancora escludere che un giorno possa avvenire in colossi come Etiopia o Nigeria?”

A cura della redazione di  ISPI Online Publications

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: anni, cina, crisi, danni, dichiarato, dinastia, elezioni, futuro, governance, governo, parigi, regime, soldati, sostegno

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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