
I cantastorie sono stati gli ultimi eredi della tradizione letteraria tramandata oralmente che, dopo secoli e millenni, rischia ormai di sparire definitivamente, ovunque dimenticata o addirittura vilipesa e fagocitata da improvvidi e ignari propagandisti elettorali…
Nella sua forma aedica e giullaresca il racconto orale, Lu Cunto, resiste ancora nella straordinaria esperienza siciliana che recupera anche il canto ditirambico nato come inno sfrontato in onore di Dioniso e divenuto con il tempo colonna sonora delle tragedie e dei drammi umani.
Con esso la ballata e la canzone popolare completano il panorama.
Salvatore, un mio amico nisseno, dalla Sicilia mi ha inviato, in queste torride ferie augustee, uno spaccato, solo un piccolo spaccato, peraltro corredato da struggenti, bellissime foto notturne, del maestoso canto ditirambico imbastito, sulla spiaggia di Giallonardo, costa agrigentina, da Salvo Piparo con Margherita Riotta, voce e lira greca, sull’epopea di Odìsseo, l’Ulisse della tradizione latina e del colossal cinematografico di Christopher Nolan versione italiana.
Tra Agrigento e Selinunte Giana Guaiana erede e interprete del canto popolare ripropone, dal canto suo, la storia, la vita, le canzoni di Rosa Balestrieri, una straordinaria donna siciliana che proprio nel canto popolare cercò e trovò il riscatto personale facendolo diventare metafora del riscatto degli ultimi.
Li Cunti e le storie privilegiano nella forma orale il racconto popolare laddove la tradizione di aedi, cantori e giullari privilegiava le epopee degli eroi.
Nei primi, canti di lavoro, melodie e balli dell’aia, storie di Janare, Stulare e Tarantate si affiancavano ai racconti fantastici popolati da orchi e streghe, principesse e fate, cavalli parlanti, cavalieri intrepidi e re generosi o fetenti, guitti deformi in boschi bui e fitti dove non penetra né luce del sole né splendore di stelle.
Castelli e locande, campagne e piazze, villaggi e città erano i luoghi di aggregazione che richiamavano cantori e cantastorie laddove menestrelli, trovatori e giullari preferivano palazzi e corti di re.
Spesso erano gli stessi protagonisti e protagoniste della vita contadina, mietitori, raccoglitrici di olive e tabacco, vendemmiatrici ad imbastire nei momenti di pausa o a sera intorno all’aia, canti a cappella e danze al suono ed al ritmo dell’organetto e della tammorra, del tamburello o della chitarra e dello scacciapensieri.
I racconti destinati ai bambini erano anch’essi parte integrante della tradizione orale.
I più piccoli partecipavano così alla vita degli adulti sia pure come spettatori in attesa di crescere e diventare grandi a loro volta.
Essi si raccoglievano intorno alle vecchie zie o nonne le quali raccontavano storie e cunti che attingevano alla tradizione immaginifica mentre i grandi si scambiavano informazioni ed esperienze di lavoro.
Poi arrivava il momento corale della rievocazione di fatti successi e ricordi magari solo immaginati.
Un groviglio di serpi tra le stoppie del grano appena mietuto o un grosso ragno, diventavano lo spunto per scavare nella memoria e nella sofferenza, nella frustrazione e nella ribellione anche…
Qualcuno narrava la vicenda di una donna Stulara conosciuta per caso o di cui, forse, qualcuno gli aveva raccontato con dovizia di particolari da lasciar a bocca aperta grandi e piccini.
Le donne Stulare a sera assumevano forme animalesche, uccelli, serpi, volpi e si davano convegno sotto i carrubi, gli ulivi secolari, i lecci nelle campagne o lungo le falesie adriatiche meridionali dove riprendevano le loro sembianze per dedicarsi a danze sfrenate e liberatorie.
Qualcun altro raccontava delle streghe e Janare eredi delle sacerdotesse antiche scacciate dai templi dei loro dei e dee e spesso condotte a morte violenta loro che, esperte di erbe, curavano Pagani e Cristiani restituendo il gusto della vita.
A turno poi raccontavano le drammatiche epopee delle Tarantate vittime dei morsi dei neri ragni tra le stoppie estive dove le donne si recavano a cercare le spighe cadute ed i covoni dimenticati dai mietitori e che, secondo il dettato delle sacre scritture, dovevano essere lasciate a vedove ed orfani, poveri e vittime della miseria…
Le stesse storie in inverno venivano riproposte intorno al camino di casa o nelle osterie dove contadini con un bicchiere di vino in corpo erano pronti a raccontare e cantare sino a notte fonda.
La tradizione popolare assumeva dimensione comunitaria nella memoria collettiva.
Essa diventava così patrimonio di cantori e narratori, autori teatrali, attori e registi cinematografici.
E si saldava con le epopee cavalleresche, le lotte tra cristiani e saraceni, le imprese di Rolando e dei paladini di Francia, mentre anche i fatti di cronaca legati alle migrazioni di massa sui treni affollati diretti da Sud a Nord e sui piroscafi che a volte affondavano nell’oceano cancellando le speranze di quella gente, diventavano storie cantate e tramandate sulle piazze con l’aiuto di grandi pannelli su cui immagini e tragedie scorrevano nel silenzio più assoluto dei presenti.
E infine vi era la grande eredità aedica.
Dovunque a Sud la civiltà greca aveva messo profonde e fertili radici e creato culture che poi sarebbero state assorbite dalla Romanità. E tutto si mescolava fino all’oggi.
Il ruolo del testimone era affidato al canto in forma di nenia o di ditirambo, alle declamazioni del coro, alle epopee tramandate di voce in voce.
Le veglie ai morti e le feste nuziali erano momenti fondamentali della coesione comunitaria.
Il racconto, la danza, la ballata e la canzone erano la quintessenza della cultura popolare.
Questa si alimentava sulle piazze e nei campi dove la gente continuava a vivere una vita di stenti se non di miseria o peggio di violenza.
Si trattava di una tradizione antica nata per dare consistenza e senso di appartenenza alle comunità che si riconoscevano tali in luoghi consacrati come patria.
Omero ne fu la più alta espressione.
Dopo di lui sarebbero giunti Euripide, Eschilo e Sofocle a dare seguito a quelle epopee, spesso rovesciandone la prospettiva. Non più gli eroi guerrieri ma i popoli sconfitti ed in fuga, le donne ridotte in schiavitù e costrette a subire la violenza dei vincitori davano voce al dramma sempiterno dell’umanità violata.
Il mito assumeva così la funzione di metro delle aberrazioni contro le leggi divine e di testimone dell’eterno alternarsi della tracotanza umana e della punizione divina.
La tradizione aedica non verrà mai meno nel corso dei millenni e tracciava i sentieri della cultura dei popoli.
Omero diede forma compiuta all’epopea della guerra di Troia ma questa continuò a vivere nella fantasia popolare per il tramite di nuovi aedi e poeti che inventavano nuove versioni ed epiloghi mai prima immaginati.
Saranno gli chansonnier provenzali a recuperare la tradizione aedica dando voce agli eroi del loro tempo. Rolando e Gano di Magonza a Roncisvalle, gli scontri tra Cristiani e Saraceni in Spagna ed in Sicilia.
Trovatori e giullari a loro volta tramandarono, arricchendolo di tempo in tempo, il ciclo di Re Artù così come saranno uomini e donne del popolo a continuare la tradizione dei Cunti nei campi e sulle aie.
Il canto popolare giungerà sino a noi con gli artisti di strada ed i cantori.
Nei tempi recenti Dario Fo e Bob Dylan, Joan Baez e Giovanna Marini hanno recuperato la tradizione aedica travasandola nelle forme teatrali o nella canzone scoperchiando quanto la vergogna e la sofferenza avevano per troppo tempo tenuto nascosto.
I cantastorie sono stati, dal canto loro, gli ultimi epigoni della cultura orale ormai pressoché tramontata e dimenticata ovunque… se non fosse per la straordinaria esperienza siciliana che recupera il canto ditirambico, la ballata e la canzone popolare.
I cantastorie siciliani, a cominciare da Otello Profazio per finire a Mimmo Cuticchio, sono gli ultimi eredi degli antichi Aedi oltre che dei trovatori e menestrelli medievali-rinascimentali.
Si tratta, ahimè, di straordinarie primordiali forme letterarie in via di estinzione e, dunque, da salvare, riproporre e proporre come patrimonio dell’umanità e che oggi possono tornare a rivivere arricchite con immagini di straordinaria potenza ed intensità come le foto del mio amico Salvatore che hanno accompagnano il canto su Ulisse di Salvo Piparo ed i dipinti che accompagnano i concerti di Giana Guaiana su Rosa Balestrieri.
Nella speranza che la onnivora civiltà contemporanea non le consumi insieme ai riti ferragostani magari dopo averle lasciate dissacrare da una propaganda elettorale che pensa di assumerle a proprie pietre angolari, peraltro impossibili quanto improprie.
Antonio Corvino

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