Quando cominciò la rapida ascesa verso gli incarichi più importanti del ministero dell’interno, volle sempre intorno a sé quei funzionari giovani che aveva conosciuto e apprezzato nelle varie sedi.

È stato commissario prefettizio a Firenze (1974-1975) e Salerno (1993) e assessore al personale al comune di Firenze nella giunta del sindaco Giorgio Morales.
Non illustrerò qui minutamente le tappe della sua brillante carriera, che sono ben note: è più importante per me ricordare l’uomo, l’amico, il funzionario d’altissimo livello che mi è stato maestro e guida per quasi trent’anni e che poi, quando ha lasciato il ministero dell’interno, ho rivisto sempre con piacere ed affetto. Tanti episodi affollano la mia mente, a cominciare da quel 12 maggio 1972, un venerdì, quando, fresco vincitore di concorso, andai a chiedergli qualche consiglio prima di prendere servizio ad Arezzo. Antonio, allora capo di gabinetto del prefetto, mi accolse con grande cordialità, come suo solito, con un abbraccio e un sorriso, e mi parlò con grande passione della carriera prefettizia, concludendo con un augurio di buon lavoro e un arrivederci a Firenze. Fu buon profeta: dopo due anni tornai nella nostra città e collaborai con lui, che allora era viceprefetto vicario. Mi mostrò un grande armadio zeppo di ricorsi amministrativi in attesa di decisione e mi disse “Paoli’, vedi se riesci a sbrigarli alla svelta”. Conoscendo il mio interesse per gli studi giuridici mi coinvolse nella redazione di articoli per un’importante rivista di diritto amministrativo e locale; lo accompagnavo spesso ai molti convegni ai quali partecipava, per lo più in veste di relatore. Nella sua attività non è mai stato il tipico burocrate. Aveva un’innata capacità d’inquadrare razionalmente le situazioni complesse e d’individuarne la possibile soluzione. Per queste sue qualità è stato uno dei più stimati “grand commis” della nostra repubblica, consigliere fidato ed ascoltato di ministri e capi dello stato.
Ricordo che festeggiammo la sua nomina a prefetto di Lucca con una cena in una trattoria fiorentina. Sulla foto scattata in quell’occasione, che conservo ancora, volle scrivere una dedica molto affettuosa. Andai a trovarlo più volte in quella splendida sede, nel palazzo che fu di Giuseppina Bonaparte. Quando cominciò la rapida ascesa verso gli incarichi più importanti del ministero dell’interno, volle sempre intorno a sé quei funzionari giovani che aveva conosciuto e apprezzato nelle varie sedi. Con loro si confidava, a loro chiedeva contributi per studi e progetti. Entrando nella sua stanza si era colpiti dalle pile di documenti e carte, nelle quali lui era il solo a districarsi, ricordando perfettamente ogni particolare di tutti i casi sottoposti alla sua attenzione.
Lo rividi in seguito più volte al ministero dell’interno e quando, dopo il suo pensionamento, diventai anch’io prefetto Antonio fu uno dei primi a congratularsi per la mia promozione, che sentiva – e con ragione, visto che tanto prezioso era stato per me il suo insegnamento – anche come un suo successo. Poi, per qualche anno ci siamo un po’ persi di vista: la mia quasi ventennale lontananza da Firenze ha reso più difficili gli incontri, finché non ci siamo ritrovati da vecchi amici nel 2010, quando sono riapprodato a palazzo Medici Riccardi per concludervi la mia carriera.
Negli ultimi tempi le sue condizioni di salute non gli consentivano molti spostamenti; è sempre stato presente, finché ha potuto, alle cerimonie per la festa della repubblica, e non perdeva occasione per dire la sua sui problemi dello stato, lamentando il ritardo nella realizzazione delle riforme. Un anno e mezzo fa siamo andati a pranzo da un comune amico e abbiamo ricordato i bei momenti trascorsi insieme. È stato il nostro ultimo incontro. Grazie, caro Antonio, per quanto hai fatto per il nostro paese.

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