Mario Menicagli, diplomato nel 1985 in violino, ha eseguito oltre 40 concerti da solista con orchestra ed è stato violino di spalla dei Teatri di Pisa, Livorno e Lucca dal 1994 al 1997.
Nel 1993 si diploma al Centro Europeo di Toscolano come Autore di testi sotto la guida di Mogol.
Come direttore d’orchestra dal 2002 ha diretto molte opere liriche con predilezione per quelle di Pietro Mascagni.
Ha collaborato con il pianista Danilo Rea, nel 2009 come direttore dell’Orchestra “Arturo Toscanini” di Parma
È stato il Direttore Artistico del Festival Effetto Venezia di Livorno dal 2010 al 2014.
Dal 2011 al 2014 ha diretto l’apertura della stagione lirica del Teatro Goldoni di Livorno.
Dal 2015 ha diretto vari concerti di Roberto Vecchioni con l’Orchestra Cherubini. Ha diretto artisti come Stefano Bollani, Antonella Ruggiero, Kenny Wheeler, Ron, Lucio Dalla, Irio De Paula, Alirio Diaz, Marco Fornaciari, Maurizio Colonna
È stato direttore dell’Istituzione Comunale Clara Schumann dalla sua fondazione ed è attualmente direttore artistico con Ubaldo Pantani del teatro comunale di Collesalvetti. È riconosciuto tra i direttori contemporanei più rappresentativi della produzione di Mascagni.
Una biografia utile a conoscere il personaggio di cui parlermo anche se il suo ruolo attuale è quello di direttore amministrativo, perché la sua storia, il suo costante rapporto con i teatri, la sua “anima” musicale possono essere valori aggiunti per rilanciare e far crescere un teatro com’è il Goldoni di Livorno.

“Il Goldoni è il teatro della mia città e mi ha accompagnato in tutta la mia vita da quando sono entrato qui per la prima volta da bambino come spettatore a 8 anni, poi a 18 come orchestrale, violino di spalla a 30, direttore d’orchestra a 40 ed ora con questo ruolo.
Incontriamo Mario Menicagli nel “suo” teatro, il Goldoni di Livorno e ci accorgiamo da subito che è un interlocutore con cui è piacevole confrontarsi: nessuna prosopopea, nessuna retorica; pratico, franco e incisivo, idee chiare e piglio di chi, amando così tanto la sua città e il teatro, ha voglia di lavorare bene e in fretta.
«Se c’è un merito che mi riconosco – ci dice – è quello della velocità operativa e l’ottimizzazione dei costi per offrire una stagione che sappia intercettare il gusto del pubblico ma anche capace di aprirsi a nuove suggestioni ed esperienze».
Da poco direttore amministrativo del teatro Goldoni di Livorno, livornese d.o.c. ci può descrivere Livorno e i livornesi nel loro rapporto con la musica e con il teatro?

Livorno è da sempre città di musica e città di teatro. Fino al secondo dopoguerra erano ben 16 i teatri attivi ciascuno con proprie peculiarità ed offerte che andavano dal teatro di prosa a quello di rivista e, ovviamente di lirica.
L’aver dato i natali a grandi personaggi della musica e del teatro, da Calzabigi a Ernesto Rossi, da Cambini a Nardini da Masini a Mascagni, senza dimenticare i recenti Piero Ciampi, Nada, ha senz’altro contribuito a creare questo legame intenso ma potrebbe essere tranquillamente sostenuto il contrario; e cioè che un’oggettiva innata creatività artistica, abbia favorito la nascita di grandissime personalità artistiche.
Da tutto questo una grandissima attrazione per il palcoscenico soprattutto con la volontà di esserne protagonisti. Basta dare una rapida scorsa alla moltitudine di scuole di teatro, di musica, di danza di gruppi musicali presenti in città per comprendere quanto nella nostra città sia molto più semplice riempire un palcoscenico piuttosto che un teatro.
Il Goldoni non ha vissuto momenti sfolgoranti nel recente passato: motivi di bilancio, ma forse non solo, ne hanno condizionato la programmazione e le attività durante gli anni appena trascorsi. Ritiene che ci sia stato un “peccato originale” che ha in qualche modo ha creato i presupposti per questo stato di cose?
Vivendo un teatro di tradizione in modo diretto mi sono convinto che non è davvero semplice ottenere ottimi risultati con le risorse a disposizione.
Sarebbe inopportuno entrare nel merito della qualità del recente passato, e dell’eventuale paragone con i teatri similari.
Posso dire, da spettatore appassionato, che non sono mancati anche nel recente passato appuntamenti di grande rilievo; tra tutti Iris del 2007 con una splendida regia di Tiezzi e non intendo paragonare il lavoro dei miei predecessori con quello degli altri teatri di uguale entità; posso solo dire che i costi di mantenimento delle strutture, sotto ogni punto di vista, sono molto alti e, pur se dall’esterno spesso è opinione comune che i risultati sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo non siano rispondenti alle attese, ritengo che il percorso, almeno a livello quantitativo, sia piuttosto obbligato.
Le produzioni liriche hanno costi di base altissimi e il loro budget totale disponibile costringe a sacrificare giorni di prova e limiti di azione anche dal punto di vista artistico che inesorabilmente vanno spesso a discapito della qualità.
Certo, pensare che la maggior parte delle produzioni, costate sacrificio economico e di creatività siano destinate a rimanere nei magazzini per il resto della loro vita, può ritenersi una responsabilità derivante da programmazioni che non guardano al futuro. Mettere in scena nel giro di pochi anni la stessa opera in vesti diverse per assecondare le diverse esigenze di diversi registi e scenografi penso possa definirsi tranquillamente un inutile spreco.
Almeno su questo un “pensierino” lo faremo.
Lirica e classica a disposizione delle navi da crociera che attraccano a Livorno: una possibilità, un’utopia, una fesseria?
Una fesseria? Assolutamente no. I teatri devono e dovranno sempre di più dotarsi di una propria autonomia economica e finanziaria, che spesso non va di pari passo con gli obiettivi artistici principali.
Nessun male.
Livorno ha questa grande opportunità degli attracchi delle navi da crociera; il Goldoni, a regime regolare, si farà trovare pronto per offrire prodotti che possano costituire motivo di grande attrazione per il pubblico dei turisti; e valorizzare tutta la nostra peculiarità in campo artistico ricavandone risorse necessarie per perseguire i fini principali di un teatro di tradizione.
Il Goldoni in tempo di COVID. Cosa ha significato per lei questo lungo periodo di interdizione del pubblico e degli artisti e come ha “reagito”
Il periodo di COVID non ha sinceramente segnato, da quando siamo insediati io e Emanuele Gamba, un periodo di stanca: tutt’altro. C’erano due possibilità: fermarsi e aspettare di tornare ai regimi normali, oppure sfruttare la situazione negativa per attivare percorsi obbligati ma che nello stesso tempo avessero la caratteristica della sperimentazione.
Abbiamo optato senza neanche pensarci per la seconda ipotesi dando vita ad una serie di iniziative in streaming che ci hanno identificato come uno dei teatri più attivi in questo senso. Siamo fieri di aver mantenuto un costante rendimento lavorativo ed abbiamo potuto sondare da vicino un terreno, quello della ripresa dal vivo che, per quanto a taluni appaia pericoloso, può secondo me rappresentare un nuovo corso ed un volano per un ritorno in massa allo spettacolo dal vivo.
Qualcuno ha paura che il poter vedere in video un qualsiasi spettacolo possa essere un freno per una partecipazione attiva a teatro. Ritengo proprio il contrario.
Spesso non andiamo a teatro perché non sappiamo cosa ci perdiamo…
Cosa vede, in un arco temporale di un anno, per il suo teatro come prospettive e come progetti? Cosa le piacerebbe realizzare per sentirsi davvero appagato?
Vorrei che il teatro fosse vissuto anche come luogo di incontro, di svago e di interesse.
Abbiamo attivato anche corsi di teatro, proprio davanti all’edificio, in piazza.
In questo periodo abbiamo anche decine e decine di ragazzi che si ritrovano nella piazza antistante per discutere, parlare come in un qualsiasi posto di ritrovo.
Al di là di qualche problema disciplinare, forse scontato ma che con calma risolveremo, l’impressione è bellissima.
Forse per molti di loro non c’è neanche la consapevolezza di cosa sta lì davanti a loro, ma vorrei che le porte fossero sempre aperte per dar loro modo di vivere la struttura in ogni suo tratto, in ogni suo respiro.
Mi piacerebbe che si decidesse di andare a teatro fidandoci della programmazione, criticando ciò che non ci è piaciuto ma consci che è stato fatto tutto il possibile per offrire il massimo. So che ci sono spesso logiche che fanno pensare il contrario e spesso non ci credo neanch’io ma dobbiamo imparare a farlo.
A livello pratico apriremo due laboratori, corale e orchestrale, gratuiti aperti a giovani e meno giovani che entreranno a far parte del già nato organico orchestrale e del Coro del teatro di prossima nascita.
L’idea, con la direzione artistica, è di creare una compagnia stabile ed abbiamo già attivato contatti importanti per la sua realizzazione.
Assistiamo ad un fenomeno che potrebbe essere in qualche modo preoccupante: il pubblico che frequenta la stagione lirica è mediamente “attempato” mentre c’è una latitanza delle generazioni più giovani: cause? Rimedi? Cosa possono fare le scuole e il teatro stesso per cercare di offrire loro motivazioni per scoprire e vivere la lirica anche come musica e spettacolo di loro interesse?
Un invecchiamento del pubblico per certi generi di spettacolo è normale. E’ naturale che nuove forme di intrattenimento, nuove realtà musicali e, soprattutto, nuovi modi di vivere la nostra vita prendano il sopravvento su altre legate ancora a stereotipi di secoli fa.
Ci rendiamo conto di cosa può essere per un giovane (e forse non solo), stare due ore senza poter applaudire quando magari si sente di farlo o, per dirla in modo più crudo, non poter guardare le chiamate perse del cellulare o i messaggi whatsapp?
Possiamo tirar fuori tutte le dietrologie del mondo ma se provassimo ad analizzare con onestà il tutto studiando qualcosa che vada al di là della puzza sotto il naso che spesso contraddistingue gli appassionati di musica cosiddetta, ingiustamente, “colta”, potremo trovare una soluzione; altrimenti rassegniamoci a vedere scomparire con noi, intesi come ultime generazioni, questo immenso patrimonio.
Annoso problema quello delle possibili/auspicabili/dannose sinergie tra i teatri di Pisa, Lucca, Livorno e Torre del Lago. Qual’è il suo pensiero a riguardo e come, secondo lei, potrebbero essere utilizzati al meglio questi 4 teatri?
Anche qui ci siamo riproposti di rivedere un pò le logiche delle cosiddette coproduzioni spesso finalizzate soltanto ad ottimizzare i costi, attraverso repliche di recite e conseguente abbattimento dei costi di produzione. Adesso c’ è da chiedersi se il gioco vale la candela e calcolare il costo per spettatore anziché quello per teatro.
Spiegandomi meglio, ha davvero senso replicare quattro, sei volte alcuni titoli a distanza di poco tempo e nel raggio di pochi chilometri, pur sapendo che i “numeri” non sono più quelli di una volta? Provando a dividere il numero degli spettatori totali ci accorgiamo che alcune recite
potrebbero essere evitate dando spazio a nuove produzioni e ad una conseguente maggiore varietà di proposta.
Un teatro come quello di Livorno, per funzionare bene (ovvero per adempiere alla sua funzione culturale e sociale) ha bisogno di finanziamenti, idee, partner pubblici e privati, pubblico. Voce per voce cosa ha trovato all’atto del suo insediamento e cosa intende fare per ognuna di queste voci?
Come ho già detto non si può pensare ad un teatro che viaggi con la logica del mantenimento istituzionale e cerare una armonia funzionale anche di bilancio tra le voci di entrata con sponsor e incassi contribuirebbe tutti a far dormire sonni più tranquilli. Abbiamo attivato un percorso di ricerca finanziamenti, una campagna abbonamenti efficace eduna serie di iniziative per sponsor e partnership.
Credo che in un settore come il nostro il mecenatismo è di vitale importanza. E’ normale che chi investe in cultura non lo fa per avere un ritorno in termini “quantitativi” di risorse economiche ma di immagine.
Non sono tantissimi però che la pensano così. Aziende che ci hanno sostenuto per anni, hanno trovato, con il Covid, l’appiglio ideologico per uscire da legami col teatro attraverso diminuzione di sponsorizzazioni e di interventi economici. Fortunatamente altre non l’hanno pensata così e nuove realtà si sono avvicinate, comprendendo l’importanza del teatro in periodi difficili come quello che stiamo vivendo.
Bacchetta magica e tre desideri: quali?
Tornare al più presto alla normalità, e continuare ad avere per i prossimi tre anni, la stessa “fame” di voglia di fare che la nostra “squadra” ha avuto in questi mesi;
e magari una volta uscito sentirmi dire: “Sei stato bravo, esprimi un desiderio…”.
A quel punto le potrò svelare il terzo…
Stefano Mecenate



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