00.00.01 Questo mi apparve per prima cosa. Si trattava della scritta sul display della sveglia digitale posta sul comodino di fianco al letto. Dunque, ero in piena notte ed ero appena sveglio. Almeno così sembrava. Avvertii subito un trambusto, più che altro un vociare confuso che proveniva da oltre la porta, chiusa, della camera.
Mi alzai quasi di scatto o almeno avrei voluto farlo, perché in realtà mi accorsi subito che facevo fatica. Mi sentivo debole, spossato, ma in fondo era anche una situazione alla quale ero abituato, quasi da sempre. La sensazione di chi, come me, sta per superare una crisi ipoglicemica a causa della malattia con cui dall’età di quattro anni e mezzo avevo ormai imparato a convivere. Senza quasi rinuncia o sacrificio, almeno apparente.
Aprii la porta e notai immediatamente Antonia e Alessandro, che si affrettavano a salutare parenti e amici, probabilmente – pensai quasi d’istinto – intervenuti a una festa in famiglia che era stata organizzata e iniziata, ancora probabilmente, qualche ora prima di adesso.
Entrambi, mi videro apparire sulla soglia e mi vennero prontamente incontro. Stai bene? mi chiesero, e subito ancora si preoccuparono di farmi restare seduto sul letto, prendendo atto del mio evidente stato di affaticamento. Risposi: tutto bene, sapete come vanno queste cose. Perché si è trattato di un’altra crisi, vero? Sì, mi dissero. E aggiunsi, rapidamente: ma stavolta, non ricordo nulla di quanto stessi facendo. Avevamo invitato, per il tuo compleanno, parenti e amici – disse Antonia – e Alessandro aggiunse: e tu stavi parlando del “tuo” Parmenide, con la tua solita, forse anche troppa, passione.
D’improvviso, sembrava, anche se ancora in maniera molto confusa, che ciò che stava accadendo potesse provenire dal nulla e che, ancora una volta, il mio amico Parmenide avesse avuto ragione: né infatti potresti conoscere il non essere, non è infatti possibile, né potresti esprimerlo; ma ciò non significa che il non essere non possa anche essere.
E dunque, non restava altro che pensare di nuovo e, tutto sommato, riflettere su quanto già accaduto. Anche a questo, si potrebbe dire, ero abituato quasi da sempre. In effetti, qualcosa che appartenga alla mia natura. Continuavo a non ricordare nulla del tempo precedente al mio risveglio. E quindi, esattamente era come se fossi apparso o venuto dal nulla. Cos’era successo alle 00.00.00? E, ancora, nel tempo infinitesimale compreso tra le ore 00.00.00 e le ore 00.00.01? Per non dire, poi, di quello che eventualmente fosse accaduto il giorno prima.
Se non ricordavo assolutamente nulla, probabilmente non c’era verso o modo di contare sulle mie capacità, almeno iniziali, e quindi occorreva da principio affidarmi alla memoria di chi quel tempo precedente aveva comunque vissuto con me. Senza, però, che io ne potessi ri-vivere almeno il ricordo. Di certo, non l’esperienza. Forse, passata. Anche se, il passato è sempre passato e, in definitiva, non serve al presente eterno in cui viviamo. Salvo che sia finalizzato a un qualcosa, a un principio si potrebbe dire più che un inizio, che deve necessariamente avere una sua fine: finis coronat opus.
Come un eterno Ulisse, andare alla ricerca di un perché da scoprire, fino a quando, raccolti sufficienti e-le-m-enti, fregiarsi dello scudo di un’acquisita consapevolezza di quale almeno non possa essere la natura della cosa indagata. In fondo, chi dice che una risposta non c’è? Ritengo, piuttosto, che siano le domande a essere mal formulate e che, alla stregua di Godel e del suo teorema, è comunque possibile dimostrare l’in-co-er-enza di ogni via che abbia un inizio e quindi una fine.
E tuttavia, appena ieri, sembra abbiamo scoperto che l’universo abbia avuto inizio circa 13,7 miliardi di anni fa, l’evoluzione dell’uomo circa 6 milioni di anni fa e il DNA dell’uomo, così come oggi siamo, a nostra immagine e somiglianza, circa 200 mila anni fa. A conti fatti, assai poca cosa. Un de-stino – ovvero, circa (de) lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo -, almeno temporale, davvero minimo. Un tempo relativo, una parentesi nello spazio – sì non siamo che una parentesi minima nello spazio primordiale -, il quale da sempre – si fa per dire – precede. E dunque, ha ragione Esiodo, in principio fu il Caos.
Cosa sarà successo il tempo in cui sono rimasto disteso sul mio letto? Il mio corpo, la mia mente, avranno ricevuto sensazioni? E se sì, da dove? Dall’interno del corpo, della mente, essi stessi, oppure dall’esterno di essi? E cioè, dal di fuori dello spazio nel quale hanno vissuto, entrambi, separati o non che siano. E che comunque sono.
Cartesio arzigogolava di una presunta ghiandola pineale; ma, all’incirca almeno 5.000 anni fa, gli Arii, un gruppo di nobili invasori dell’Asia centrale, avevano già discusso e deciso della separazione di Mente e di Parola, del conflitto originario, risolto nei Veda dal dio-incerto, che è Prajapati-Ka – signore di tutte le creature ma dubbioso egli stesso della propria esistenza così come quella di tutto il creato – in favore di Mente. Né più né meno dell’Io di tutti quei filosofi tardivi, che, a seguito di Aristotele, hanno rinnegato lo spazio dell’esistenza, e quindi anche ogni loro propria esistenza, ritenendola un “ricettacolo”. Questo, di essa, pare abbia detto per primo Platone; secondo la tradizione ed ogni tradizione, che coltiva, motu proprio, più o meno come la vita stessa, il rito della separazione originaria.
Immenso, George Spencer Brown: Opera una distinzione, chiamala prima distinzione. Chiama lo spazio in cui opera tale distinzione lo spazio che mediante tale distinzione viene separato o diviso.
00.01.00 era ora questo il tempo trascorso dal mio risveglio e ora apparso sul display luminoso. Il mio stato confusionale sembrava in gran parte migliorato. Del resto, erano trascorsi soltanto 59 secondi, forse 1 minuto. La misura del tempo è, in effetti, sempre relativa, e quindi incerta. Come, molto più saggiamente, avrebbe insegnato sia Eistein e, ancor più, Heisenberg con il suo principio d’indeterminazione. Ma, mi dissi, cosa vuoi che importi, se nel frattempo è accaduto e accade altro! L’altro è.
Antonia mi disse che stavo svenendo e che Alessandro, just in time, era corso in cucina a prendere dello zucchero e che, dopo averne assunto una dose sufficiente, secondo l’esperienza, mi ero ripreso abbastanza, avevo salutato tutti, compreso gli ospiti, ed ero andato a riposare. E quindi, innanzitutto, non ero svenuto. Almeno, a dir loro. E allora, direi: uno stato di normale assenza cognitiva, una sorta di stato vegetativo vissuto all’interno di uno spazio nel quale, non saprei e non saprò mai come, ero stato comunque accolto. Una dimora dell’abitare, come avrebbe detto Martin Heidegger, viceversa finito, ahi lui, nella trappola della metafisica che con le parole aveva insegnato come saggiamente evitare.
Ancora … Prima che fossero confuse tra loro, il sanscrito era l’unica lingua. Il ceppo originario di tutte le lingue … No, questa è soltanto un’assurda pretesa! Come se il gabbiano, che tutti i giorni frequenta la ringhiera del balcone esposto a mezzogiorno di casa mia, non conosca alcuna lingua e non abbia alcuna forma d’intelligenza, una sia pur minima capacità di comprensione delle cose, e non provi alcuna sensazione, nulla di nulla. Assurdo, semplicemente assurdo pensare questo o qualcosa di altrettanto simile.
Il linguaggio, la parola, la mente non sono altro che mezzi di rappresentazione delle cose, quale che sia la loro natura. Che, in ogni caso, sovrasta e domina. E’ già accaduto per i dinosauri, la cui razza pare sia vissuta quasi 200 milioni di anni. Poi, parzialmente estinta. Salvo, allora, qualche specie ancora di uccello, forse Garuda. Sì, ma che dire del Tirannosaurus rex! Vive ancora oggi, e chissà per quanto altro tempo ancora. Il suo nome, infatti, dis-vela ancora oggi l’essenza del Cacciatore, tuttavia subentrato alla Vergine, il Sagittario, il Cacciatore Celeste ovvero il Dio della religione, ri-scoperto da Roberto Calasso.
Ogni villaggio, ogni città, ogni stato, ogni impero è e sarà sempre governato da un Re. L’universo intero, secondo ancora molti, sarebbe stato voluto e dominato da un dio, diverso, che non si sa mai chi o cosa sia; e comunque una moltitudine divenuta ormai una sempre più esigua minoranza, rispetto a un passato finanche recente, nel quale dominavano viceversa l’ignoranza e la stupidità. Altro che Sapiens sapiens. E quindi: un animale prima, un uomo e un dio poi, e ora, all’orizzonte, una cosa o un ente più capace e quindi più dotato, un nuovo titanico- non più marveliano, postumano, giunto ormai alle porte dell’essere. Venuto dal nulla? Certo che no! Partorito, infatti, dalla mente ancora dell’umanità, che avanza nella tecnica di cui è e diventa ancor più capace.
Guardo di nuovo il display. Segna ora 00.02.00. Immediatamente, sono sopraffatto dal sorriso di chi mi sta accanto e ritrovo così Antonia, Alessandro e la mia tartaruga. Anch’essa sembra che mi guardi e sorrida. Mia? Giammai! Vive con me da sempre. All’interno di casa mia, ancor prima che io nascessi. Per la prima volta, così come sembrava, stavo benissimo. Nient’altro.
Angelo Giubileo

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