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A proposito di Serotonina , l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq

E’ un libro cupo e desolato sul male di vivere, sulla sofferenza, sulla sudditanza agli psicofarmaci.

di Maria Rita Monaco | 15 Aprile 2019

Serotina.pngSEROTONINA , mai titolo di libro fu più azzeccato.    Houellebecq, attraverso il suo protagonista ci introduce nel mondo di Florent-Claude Labrouste, che fra l’altro odia il suo nome, perché troppo dolce e con reminescenze femminili, e che, oltre ad essere ossessionato dal sesso , soffre di depressione, in maniera così grave che lo potrebbe portare  al suicidio. Questo un velocissimo riassunto delle 332 pagine del suo romanzo. Tutto qui vi domanderete? Sì, poteva essere un romanzo d’amore  ma non lo è, perché  nelle due occasioni  d’amore vero Labrouste percepisce  una durata che lo spaventa e quindi le butta via in nome di una presunta libertà. Purtroppo per chi legge, cresce una noia mortale, costretto a passare dalle sue riflessioni sul sesso estremo, fino al porno disgustoso della sua ragazza che si fa penetrare da “cani e porci”, verrebbe da dire, senonchè i cani ci sono e la penetrano più volte, mentre definire gli uomini “porci” saprebbe troppo di bacchettoni o timorati di Dio, cosa che Houellebecq , cinico e disilluso, certamente non è.

“Le ragazze sono delle puttane, se vogliamo, ma la vita professionale è una puttana ben più ragguardevole, e che per giunta non vi dà nessun piacere”, afferma ad un certo   punto del libro, ma non è del tutto esatto perché per l’autore, misogino e maschilista come pochi, donne, ragazze, puttane, hanno un solo nome, una sola rappresentazione:  la vagina.

Poteva essere un romanzo sull’amore, quello lirico dei suoi genitori che scelgono di compiere insieme l’ultimo passo della loro vita, ma Florant-Claude, ormai quasi cinquantenne, insoddisfatto non solo delle sue storie d’amore ma anche della sua vita lavorativa, scoperto il tradimento della sua amica giapponese, Yuzu, molto più giovane di lui, viziata, lussuriosa e sicuramente non innamorata di lui, decide di fuggire. Si ritiene a ragione un perdente: “il mondo esterno era duro, spietato nei confronti dei deboli” afferma Florent-Claude per giustificare la sua incapacità di affrontare la vita. Lascia il lavoro al Ministero dell’Agricoltura l’ultima compagna e trova rifugio in alberghi dove non ha alcun interesse per l’arredamento, per le comodità, ma la sua unica richiesta è quella di avere una camera per fumatori, essendo oltretutto anche un accanito fumatore.  Inizia così la sua discesa agli inferi, preda della depressione trova uno strano tipo di dottore che gli prescrive un farmaco innovativo, il Captorix che può essergli di aiuto nel combattere la depressione ma, fra gli effetti collaterali, quella “piccola compressa bianca, ovale, divisibile”, porta all’impotenza, alla fine della libido.

E’ un libro cupo e desolato sul male di vivere, sulla sofferenza, sulla sudditanza agli psicofarmaci. Attraverso Florent-Claude l’autore  non dà speranze, provoca continuamente, ora strizzando l’occhio alle rivolte dei gilè gialli, (la rivolta agricola guidata da un nobile) ora lodando la lungimiranza  turistica del generalissimo Franco, a tratti noioso, a tratti ironico, non riesce mai a suscitare l’empatia del lettore . Tanti gli argomenti trattati per sottolineare la crisi della società occidentale , crisi non solo economica ma anche e soprattutto culturale, e, in fondo, morale. Ha definizioni trachant per diversi paesi europei , (bella la definizione di Olanda), una stoccata per il Giappone, usa clichè omofobi, definisce l’Unione Europea una gran troia, a causa delle quote latte, non ama gli ecologisti che definisce così “gli ecologisti radicali sono degli imbecilli ignoranti e infine se la prende anche con  i giornalisti “cretini e conformisti”. Alla fine della mia lettura sarei quasi portata a dargli ragione, almeno per quest’ultima osservazione visto che molti di loro si sono affrettati a definire “capolavoro”  questo suo lavoro che io personalmente ho trovato lamentoso e deprimente., anche se credo che, nonostante tutto il libro vada letto, senza pensare di leggere un capolavoro, con tanta pazienza e buona volontà.

 

Maria Rita Monaco

 

Pubblicato in : Cultura ed eventi, Primo pianoTag: crisi, effetti collaterali, genitori, lavoro, mondo, olanda, paesi europei, radicali, sesso estremo, usa

Info Maria Rita Monaco

Insegnante di lettere nelle scuole medie, alla fine degli anni settanta è tra i fondatori del Laboratorio Immagine Donna con il quale, sino al 2008, promuove festival cinematografici. Dal 1981 al 1987 è assistente in “Teoria e tecnica delle comunicazioni di Massa” del professor Baldelli presso l’Università di Firenze. Ha partecipato a progetti di educazione e comunicazione cinematografica e curato vari cineforum. Collaborato attivamente con la Biblioteca delle Donne di Soverato e con la Commissione Pari Opportunità di Catanzaro. Dal 2008 scrive recensioni di film e libri su Pensalibero.it

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