
In questo suo ultimo libro emerge appieno la capacità della Laurenzi di ricostruire, con penna veloce ed agile, un mondo ricco e vario che spazia dal primo Novecento agli anni ‘50, con la Roma “bene” ad affollare i salotti della politica e le passeggiate in Via Veneto, con gli attori americani trasferiti nella Hollywood sul Tevere per godere gli ozi della “dolce vita”, ma soprattutto un mondo familiare, dove attorno allo stretto nucleo rappresentato dalla madre americana, dal padre, dal fratello, dalla nonna si muovono altre presenze in perenne movimento, come se entrassimo in una casa con le porte sempre aperte ad accogliere gli amici.
Scorrono così, nella vita della giovane Laura, i nomi e i volti delle figure più rappresentative del mondo culturale, artistico, letterario, politico di Roma e dell’Italia, il tutto visto con gli occhi curiosi di chi, a tanti anni di distanza, tutto ricorda e tutto racconta, la bambina quindi diventa per noi che leggiamo il punto di osservazione privilegiato di ciò che avviene attorno a lei. Entrano in questo grande quadro, uno dietro l’altro, tanti personaggi legati da un medesimo sentimento politico: la loro cultura ha radici antifasciste, azioniste, socialiste e liberali, si chiamano Carlo Levi, direttore di “L’Italia Libera”, amico fraterno di Piero Gobetti oltre che geniale pittore; Mario Pannunzio, direttore del “Mondo”, di cui lo stesso Carlo Laurenzi era collaboratore; e poi Ennio Flaiano, Sandro Penna, Mario Mafai, Ignazio Silone e Renato Guttuso, questi ultimi assidui frequentatori di una mensa allestita a Roma in una sede requisita dagli americani negli anni 1944-45 e frequentatissima da questi intellettuali affamati: “Porte aperte e fettuccine al ragù per partigiani, attivisti e antifascisti, intellettuali, scrittori, artisti, poeti e giornalisti… gomito a gomito mangiavano ufficiali di sua Maestà e montanari dell’Appennino, un silenzioso e sconosciuto Carlo Cassola e un vivacissimo Alberto Moravia…”. E di ciascuno ecco un tratto caratteristico, una battuta, una burla che gli amici scherzosi mettono in atto, per rafforzare l’amicizia e la solidarietà.
Ma su tutti, un palmo al di sopra di tutti, c’è lei, la “madre americana” : splendida nella sua divisa di ufficiale dell’esercito USA , sbarcata in Italia per una missione speciale, responsabile di un progetto (il Foster Parents Plan) di assistenza ai bambini italiani vittime della guerra, orfani, mutilati, poveri che vivono in famiglie povere, a cui per alcuni anni verrà dato aiuto: saranno 11.385 quelli registrati alla fine della missione. La madre è generosa, infaticabile e anche pragmatica, da vera americana. Se ci sono problemi cerca di risolverli, con l’autista carica in macchina viveri, libri, giocattoli, forse anche soldi e viaggia su e giù per l’Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, instancabile e sempre entusiasta. Aveva chiamato a raccolta i suoi amici americani, gente del cinema, artisti, politici, le loro mogli, che diventeranno “padrini e madrine” di tanti bambini che potranno vivere e crescere, frequentare la scuola, scambiando lettere in italiano e in inglese con i genitori adottivi. In famiglia capiscono e approvano, giustificando le assenze della madre dedicata a queste nobili finalità. Una madre che a New York aveva avuto incontri amichevoli con Fiorello La Guardia, il sindaco italoamericano che aveva visto il suo incarico rinnovato per tre anni, amatissimo dalla gente.
Ad allargare il quadro d’insieme possiamo ricordare altri parenti, che vivono in quella terra di Romagna schietta e sanguigna da cui viene nonna Lucia (la Cia), onnipresente nella famiglia. Tutti parlano in dialetto e lì si possono incontrare personaggi un po’ fuori dalle righe. Il paese si fa burla di uno in particolare: gradasso, manesco, per questo a scuola spesso finiva in punizione, da giovane era un rivoluzionario socialista, che si era fatto dare in sposa la giovane Rachele minacciando con la pistola i futuri suoceri, contrari alle nozze. In paese lo chiamavano “E Matt”, il matto, e sì, era Benito Mussolini.
Nel passare degli anni la madre c’è sempre, continua ad alternare l’americano all’italiano con un simpatico mix di battute, ma ora che i ragazzi sono cresciuti lei li lascia liberi di scegliere la loro vita, le scuole, gli amici, gli svaghi, molto americana anche in questo.
All’improvviso, ancora giovane, muore per una malattia che non lascia scampo, ed è come se la luce si fosse spenta in quella casa. Come per un tacito accordo, in famiglia il suo nome non verrà più pronunciato, non ci saranno cerimonie, ricordi da rinnovare, il dolore ognuno lo porterà dentro di sé.
Finché un giorno, ha confessato la stessa Laurenzi in un colloquio con Lilli Gruber durante una recente puntata di Otto e mezzo, un bisogno prepotente e improvviso l’ha portata a scrivere, di getto, senza ripensamenti, le pagine che andranno poi a comporre il libro. Sedimentate per anni nel profondo del cuore, le parole ora sono riaffiorate, per consentire a noi questa piacevole lettura.
Marisa Brambilla

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