Finita la competizione elettorale, che ha determinato ancora l’affermazione del berlusconismo, della lega e del centro destra in generale, con la conquista di un bel numero di regioni e il consolidamento, nell’Appennino centrale, del pidi bersaniano, comunque e dovunque legato dal fattore “I” ( leggi Interessi economici corporativi) ai potentati della borghesia emiliana, toscana e umbra, la diatriba politica continua nel confronto succinto di due tematiche, apparentemente lontane tra loro, e pur unite da un fil rouge che tortuoso non è. La prima è la constatazione, da parte delle forze politiche tutte del Bel Paese, che il fenomeno dell’astensionismo diffuso è in costante aumento. Si sono formate due scuole di pensiero in proposito, come al solito (ricetta prettamente italica), si sono armate l’una contro l’altra e si fronteggiano con la solita veemenza di roboanti paroloni. C’è chi, come il presidente del Consiglio stesso e molti studiosi di etica politica, considera il mancato disbrigo di questo dovere civico come il segno di una democrazia matura, allorquando si dice che la barca sta a galla, naviga bene nella giusta rotta e non c’è alcun bisogno di disturbare i conducenti, preferendo un week end in famiglia o una rilassante gita in montagna, piuttosto che restare in città due giorni intieri, dei quali sono un’ora da impiegare per quel “fastidio”. Di contro la fazione avversa imputa il fatto che ben più di un terzo dell’elettorato italiano non si reca alle urne alla disaffezione nel migliore dei casi. Tra costoro, secondo i soloni della disaffezioni, esistono delle sotto classi che vanno dalla protesta all’odio, dall’apatia al desiderio di rivolta.
La seconda tematica è il periodo degli anni tre prossimi venturi, durante i quali non ci saranno più tornate elettorali; la qual cosa consentirà agli addetti ai lavori di prendere in esame l’astensione dal voto, con il vantaggio per il centro destra di governare il consenso con la politica del fare e la fatica, che dovranno fare le opposizioni parlamentari e non, per recuperare e risalire negli indici statistici in voti e potere.
La proposta principale, lanciata dal principale leader del centro destra, dai suoi alleati e dalla pletora dei collaboratori, fidatissimi al limite della piaggeria, è al momento quella delle tanto attese riforme, prima fra tutte quella annosa esigenza di una più adeguata rappresentanza democratica e partecipativa negli Organi costituzionali.
“Toh! Ritorna il presidenzialismo!!!”, sbotteranno parecchi tra Voi, e magari avvertiranno lunghi brividi per tutto il corpo, almeno coloro che hanno oggi i capelli bianchi. Correva l’anno 1974 quando uno dei principali protagonisti odierni del dibattito su questo tema, allora giovine magistrato, si trovò tra le mani il fascicolo della Polizia Investigativa che aveva seguito l’attività politica di due persone eminenti e firmò con cipiglio sicuro l’ordine di arresto per l’ambasciatore Edgardo Sogno del Vellino, nobile di origini e liberale di formazione, con niente popò di meno che l’accusa di “golpe eversivo contro lo Stato Italiano”, coinvolgendo nell’accusa l’onorevole (non più all’epoca, del Partito Repubblicano di cui era stato leader storico) Randolfo Pacciardi , che nell’immediato dopoguerra era stato Ministro della Difesa e Vice Presidente del Consiglio.
Sogno e Pacciardi sono da tempo deceduti, obnubilati dall’epilogo terreno della sconfitta, della quale fino al loro ultimo giorno di vita hanno patito le cocenti stigmate; l’ex giudice, vivo, vegeto e lungimirante, risponde al nome di Luciano Violante, politico di merito.
Del nobile ambasciatore liberale e del politico che arrivò a ricoprire l’incarico di Presidente della Camera dei Deputati non parlerò; del primo per averlo conosciuto poco e frequentato ancor meno; del secondo perché tuttora si gloria di quell’atto, che, se per lui è stato foriero di brillante carriera politica, a me e ai miei amici è costato lacrime e in qualche caso sangue ( due suicidi persino, uno a Cesena ed uno a Frosinone). Dopo aver gettato e fatto gettare su di noi sterco a piene mani, l’inchiesta terminò con la scarcerazione di Sogno dopo alcuni mesi e il “non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato” dopo due anni per l’accusa di aver organizzato conferenze , comizi e dibattiti tra la gente, in teatri e sale d’albergo, per diffondere il tema delle riforme istituzionali.
Voglio parlarvi di Pacciardi, dell’ “insulso avvocatino di Grosseto”, che, con altri appartenenti a “Italia Libera” ebbe il coraggio di interrompere un comizio di Mussolini a Palazzo Venezia nei primi anni del ventennio, già diventato dittatura. Quel Randolfo Pacciardi, nato in provincia di Grosseto, l’ultimo anno del diciannovesimo secolo, che tra i ragazzi del novantanove durante la prima guerra mondiale, nel fronte alpino, combatté contro l’Austria meritando due medaglie d’argento al valor militare. Militante repubblicano e mazziniano, divenne celebre per essere riuscito a far condannare i metodi fascisti nella causa che il gerarca Italo Balbo intentò a La Voce Repubblicana, nella quale erano apparsi articoli contro di lui, accusato apertamente di essere il mandante della bastonatura e la conseguente morte di don Minzoni, prete militante in organizzazioni cattoliche anti fasciste; La Voce venne assolta e Balbo condannato alle spese processuali. Appena coniugato con Luigina, sua compagna di vita, nel 1926 riesce a riparare in Svizzera, a Lugano, grazie all’aiuto del figlio e della vedova di Cesare Battisti. Prima in Svizzera, poi, in Francia, dal 1936 al 1938 è comandante della Brigata repubblicana Garibaldi, composta da fuoriusciti antifascisti italiani; poi in Marocco e negli Stati Uniti. Rientra in Italia solo dopo il Referendum che istituisce la Repubblica; ricopre gli incarichi di Vice Presidente del Consiglio e di ministro della Difesa nei primi governi De Gasperi ed è parlamentare per le tre legislature successive. Nel 1964 esce dal partito Repubblicano Italiano perché contrario alla coalizione tra socialisti e democristiani. Assieme ad altre personalità della cultura e della politica italiana lavora alla stesura di un Manifesto per la Nuova Repubblica, auspicando per l’Italia un sistema presidenziale all’americana. Fonda L’Unione Democratica Nuova Repubblica, movimento politico che alle elezioni politiche del 1968 non raggiunge le percentuali di voto necessarie per eleggere i candidati al Parlamento. Il sistema partitocratico italiano lo avversa e lo teme; tutti, partiti politici, poteri religiosi, destra, sinistra, cattolici e marxisti adoperano il metodo brutale del boicottaggio e della criminalizzazione, fino ad arrivare alle incriminazioni firmate da Luciano Violante del 1974. Randolfo Pacciardi era una personalità ingombrante; il sistema politico lo aveva sconfitto e negli ultimi anni di vita tentò di riparare e rimediare alle cattiverie messe in atto nei suoi confronti. Nel 1980 Nuova Repubblica venne sciolta e Randolfo Pacciardi entrò nella Direzione Nazionale del P.R.I., dove restò fino al 1991, anno della morte.
Adesso si torna a parlare di impostare la nostra democrazia adottando quel metodo e nessuno deve sottrarsi a fare i conti con la sua memoria e con i suoi “orfani” dei quali fa parte chi scrive. E’ stato per me una grande gioia averlo conosciuto, ammirato ed aver lavorato con lui e per lui. Aveva un fisico imponente, di belle fattezze piaceva alle donne ed un carisma naturale affascinava chi si trovava ad ascoltarlo. Amava scrivere articoli di giornale, ne fondò alcuni e collaborò a più riprese a La Voce Repubblicana.
Leggere oggi il piccolo manuale da lui redatto “ La Repubblica presidenziale spiegata al popolo” sarebbe esercizio utile e saggio per chi vuole discettare su questi temi; nel mio piccolo cercherò di tracciare un piccolo sunto, magari prendendomi la libertà di aggiornarlo a questi tempi.
Il primo, decisivo, passo da compiere è la suddivisione del concetto di potere democratico in legislativo ed esecutivo. Il potere legislativo è quello cui il popolo ricorre nella selezione dei suoi rappresentanti chiamati a lavorare per la realizzazione delle leggi. Due Camere, una di Deputati ed una di Senatori, i primi eletti in collegi distrettuali, con metodo proporzionale, ed una percentuale minima di sbarramento e con la possibilità di esprimere preferenze. Nel Senato della Repubblica devono essere eletti membri su collegi regionali, sempre con metodo proporzionale, su liste proposte dalle organizzazioni socio economico politiche ( sindacati, organizzazioni di categoria, ordini professionali), ma presentate alla competizione in liste con gli emblemi dei partiti politici. Naturalmente la discussione da effettuarsi sulle norme proposte deve avvenire tramite le Commissioni Parlamentari. La promulgazione e l’efficacia della normativa prodotta dovrà avvenire in tempi e modalità da stabilire. Il potere esecutivo è rappresentato dal Presidente della Repubblica, che è anche capo del Consiglio dei Ministri, da lui nominati al di fuori del Parlamento. L’elezione del Presidente della Repubblica avverrà con il sistema maggioritario tra candidati che dovranno possedere particolari requisiti di specchiata onestà e un curriculum culturale, sociale ed etico di tutto rispetto, che provenga sia dalla società nelle sue varie componenti che dalle organizzazioni statali, Parlamento compreso. Questi candidati alla Presidenza della Repubblica devono affrontare una serie di votazioni popolari, con regole stabilite dal Parlamento e tramite ordinarie selezioni primarie, con finale di ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di suffragi.
Altri aspetti da prendere in considerazione sono un maggior grado di utilizzo del Consiglio Nazionale delle Ricerche; una regolarizzazione legislativa ottimale di partiti, sindacati, e organizzazioni di categoria; una miglior distribuzione di risorse ambientali, sociali ed economiche, oltre ad una miglior curatela degli interessi laici della repubblica, a fronte dei bisogni religiosi del popolo multietnico. Oltre a ciò il campo delle riforme da effettuare quanto prima comprende quella relativa alla Giustizia, con la separazione del potere inquirente da quello giudicante. In comune con altre forze politiche riformatrici è d’uopo lavorare alla soppressione delle Province, quali enti istituzionali, così come pensarono i nostri padri costituenti dopo aver creato gli Enti Regione. Da tenere presente in simile contesto le riforme che devono essere fatte per ottemperare agli obblighi di osservanza alle delibere dell’Unione Europea, che sono molteplici e fondamentali al fine di amalgamare leggi uguali per la comunità europea; tra queste urgenti sono considerate quelle della abolizione degli ordini professionali e della impronta giuridica dello stellone dello Stato sui diploma di laurea, con la liberalizzazione degli atenei.
Rivedere e mettere sotto controllo ogni tipo di finanziamento pubblico, definire una ottimale assistenza sociale, combattere la criminalità e l’ignoranza, sono altri settori che abbisognano di leggi più moderne ed efficaci.
Ecco in sintesi perché il ricordo di Randolfo Pacciardi abbisogna di essere messo in primo piano; e noi repubblicani ci stiamo provando, a proporre di lavorare tutti, al fine di riprendere il bandolo della matassa e ritrovare la giusta strada, per restituire alla politica il ruolo che gli è proprio e che la deve riavvicinare alla popolazione, che resta la vera, unica, detentrice del potere in democrazia.
Renato Traquandi Consigliere nazionale P.R.I.
A PROPOSITO DI PRESIDENZIALISMO.
Leggere oggi il piccolo manuale di Randolfo Pacciardi “ La Repubblica presidenziale spiegata al popolo” sarebbe esercizio utile e saggio per chi vuole discettare su questi temi. Di Renato Traquandi

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