Togliamoci dalla testa che una qualsivoglia figura per quanto carismatica, possa sopperire ad una mancanza di cultura politica e di una mission chiara sul chi siamo e su dove vogliamo andare.
Che è un po’ la “malattia genetica” del PD, nato sulla base di un compromesso politico (che non a caso fu chiamato “compromesso storico” esattamente il contrario di ciò che era: un compromesso anti-storico). Unico paese al mondo che vedeva un accordo politico tra DC e PCI, tenuto quasi nascosto per via dei veti incrociati internazionali. Tanto la NATO che il Patto di Varsavia, non prevedevano i comunisti al governo in un paese democratico del campo occidentale. Questa la realtà dell’epoca.
Una politica nata già vecchia e impercorribile 40 anni prima.
Una scelta di nessun respiro contemporaneo e internazionale, che meraviglia ancora per la sua inapplicabilità fosse soltanto sul piano pratico.
Anche perché su quello teorico, nonostante DC e PCI abbiano avuto in comune di essere stati i due partiti meno antifascisti di tutti durante il fascismo, e per essere quelli che arruolarono più (ex?) fascisti dopo il 1944; non vi è proprio nulla che possa legare le due famiglie politiche.
C’è stato poi nella lunga storia del dopo “Muro di Berlino” da parte degli ex comunisti, una costante ricerca della c.d. “terza via” che riproponeva i temi dell’eurocomunismo, “un passaggio a Nord-Ovest” che come disse Fabio Mussi all’atto dello scioglimento dei DS “non esiste”.
O si sta infatti nel campo democratico, o in quello della privazione delle libertà elementari. O si è per le riforme di progresso (nel solco della giustizia sociale e della redistribuzione delle ricchezze, materiali e immateriali) o per le contro-riforme così tanto care al vento gelido del populismo che sta spazzando l’Europa. O si è per l’unione e la generosità tra i popoli o si è per l’egoismo nazionalista. Anche se, in questa ormai più che trentennale oscillazione, molte volte ci si è avvicinati all’adesione definitiva al campo della socialdemocrazia.
Con l’avvertenza che i partiti socialisti-democratici difendono e accolgono senza nessun tipo di pregiudizio le fedi religiose, secondo il principio liberale di “Libera Chiesa in libero Stato”.
Ecco dunque che l’Ircocervo (di crociana memoria) dell’oggi è proprio questo nostro PD, che giustamente Zingaretti ha annunciato di cambiare.
E in questa marcia di cambiamento, necessaria quanto improcrastinabile, spero davvero che il PD apra definitivamente alla cultura socialista, per sua natura democratica, liberale, libertaria e riformista così come in ogni altro paese del mondo (salvo le dittature ancora esistenti che non a caso o sono di natura teocratica o fascista o comunista).
Buon lavoro compagni, che l’appartenenza al socialismo europeo diventi effettiva e non più solo “timidamente” formale.
E non è certo un caso che ormai da tempo i giovani democratici e progressisti italiani guardino con speranza e interesse sempre maggiori a Corbyn (e alla grande vitalità del Labour britannico, che nonostante le temporanee sconfitte, resta sempre un baluardo contro l’avanzata del populismo) a Pedro Sanchéz, a Bernie Sanders. E che la stessa Schlein, abbia più volte rammentato la storia del nonno, il senese Agostino Viviani fervente antifascista poi deputato socialista, tra i principali collaboratori di Lelio Basso.
Insomma, oltre alla storia e alle conquiste del socialismo internazionale, abbiamo da riscoprire le nostre radici progressiste, femministe, ecologiste, antitotalitariste e democratiche, della storia del socialismo italiano, improvvidamente gettato alle ortiche ormai quasi 30 anni fa, assieme alle vicende giudiziarie (ancora da chiarire sul piano storico) che abbatterono la c.d. I Repubblica.
Alessandro Silvestri

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