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Aiuto! la recessione economica torna a bussare alla nostra porta

E la politica non sa cosa fare (ecco come può cadere il governo).

di Enrico Cisnetto | 9 Febbraio 2020

Rispolverate dal vostro vocabolario la parola recessione. Complici una lunga fase di stagnazione cui gli italiani sembrano aver fatto il callo e la cattiva abitudine dei politici di occuparsi d’altro e dei media di andargli dietro, il tema dell’andamento della nostra economia era da tempo sparito dai radar dell’opinione pubblica. “Dobbiamo crescere di più”, era il massimo di focus concesso, fermo restando che al governo, da quasi due anni, c’è anche chi sostiene, o si comporta come se lo sostenesse, che la crescita economica non è un dogma e che anche la decrescita può essere felice.

 

Ora, però, le cose stanno per cambiare. Intanto è arrivata la notizia (Istat) che l’ultimo trimestre dell’anno scorso il pil è regredito di tre decimi di punto, cosa che ha colto di sorpresa solo chi era distratto e ha terrorizzato solo chi in precedenza pensava che di un +0,1% ci si potesse accontentare perché in fondo il segno più era rassicurante. Questo significa che il 2019 ha chiuso con una crescita dello 0,2% — risultato quattro volte inferiore al +0,8% del 2018 — ma soprattutto che lascia un’eredità negativa al 2020 perché la variazione acquisita per quest’anno è già ora di -0,2%, dato che si otterrebbe su base annua se tutti i trimestri facessero registrare una crescita congiunturale pari a zero. Ma, purtroppo, sono diversi i segnali che indicano alta la probabilità che anche i primi mesi di quest’anno siano contrassegnati dal segno meno. Sia per ragioni interne che internazionali. Per esempio, ha lasciato il segno il crollo del 16% registrato dal comparto delle macchine utensili – uno dei fiori all’occhiello della nostra industria – nel quarto trimestre 2019 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È un dato significativo perché mostra la progressiva riduzione della propensione a investire sia da parte del mercato domestico che di quello estero, cosa che rischia di riportare il nostro manifatturiero indietro di anni, vanificando quanto di buono è stato fatto con il Piano Industria 4.0 proprio mentre è in atto un epocale processo di trasformazione tecnologica che invece richiederebbe una grande spinta.

 

A tutto questo va aggiunto l’effetto depressivo sull’economia mondiale che sta introducendo la vicenda del virus cinese, che trasforma il contagio sanitario in contagio economico. Non si tratta di fare dell’allarmismo, che è già stato profuso a piene mani sia per l’effetto micidiale dei social media sia perché qualcuno ci sguazza, ma ad essere realisti il blocco delle 14 province cruciali della manifattura cinese, che producono il 70% del pil nazionale e il 76% delle esportazioni, non potrà che ripercuotersi sulla crescita europea, e su quella italiana in particolare visto che è l’anello debole della catena continentale e che il suo punto di forza è l’export. Un conto, dunque, è fare paragoni di carattere sanitario, per esempio con la Sars del 2003, e altro è ragionare sulle conseguenze economica della pandemia, considerato che diciassette anni fa la Cina era il 4% dell’economia mondiale contro il 16% di oggi, e la globalizzazione non era così avanzata: oggi si teme un effetto sulla crescita economica ben peggiore. Nella migliore delle ipotesi, e cioè che l’influenza mortale si vinca in primavera, il Coronavirus sarà costato alla Cina un punto di pil (circa 40 miliardi di euro) portando la crescita annua sotto la soglia piscologica del 5%. E se così andranno le cose, sostengono gli analisti di Morgan Stanley, la crescita mondiale si potrebbe contrarre nel primo trimestre dello 0,15-0,30%. E questo è lo scenario soft, ma sono in tanti, tra economisti e banche d’affari, a disegnare scenari ben più hard.

 

Ma una cosa è sicura: l’Italia, già avviata per conto suo a passare dalla fase di stagnazione a quella recessiva, finirà per accrescere la sua tendenza negativa. Ha ragione il ministro Gualteri: è troppo presto per metter giù numeri. Ma non per fare delle previsioni basate su informazioni già acquisite. Per esempio, una ci dice che circa metà della domanda di beni di lusso targati “made in Italy” proviene proprio dalla Cina e che soltanto nel 2018 sono stati 5 milioni i turisti cinesi arrivati in Italia (il 36% del mercato dello shopping tax free è cinese). E gli esempi potrebbero continuare, considerato che l’interscambio Roma-Pechino conta 13 miliardi di esportazioni italiane in Cina e 30 miliardi di importazioni.

 

Chi dunque oggi mette in conto un 2020 italiano all’insegna della recessione non fa dell’allarmismo, ma pratica un sano realismo. Peccato che, more solito, la nostra politica sfugga alla realtà delle cose. Lo fa il governo, dove pure non manca chi è dotato dei giusti strumenti di analisi, ma soprattutto colpisce che sia l’opposizione a sfuggire al tema, che pure potrebbe cavalcare polemicamente. Con tutta probabilità, agli uni e agli altri mancano le risposte: se ci pensate bene, dopo la botta micidiale del 2008 e del 2011 – fase di recessione nella quale abbiamo perso dieci punti di pil e un quarto della nostra capacità produttiva – l’unica ripresa che si è vista, e che comunque non è stata sufficiente a farci tornare alla situazione ante-crisi, è tutta dovuta alla forte reazione del sistema produttivo e commerciale, non da scelte di governo e parlamentari (salvo qualche eccezione, come Industria 4.0).

 

In un contesto come questo, la giusta ma infinita battaglia sulla soppressione della prescrizione o, a maggior ragione, i tentativi di fare demagogia con iniziative populiste (con tanto di mobilitazione) come i vitalizi dei parlamentari (ancora?!), appaiono questioni lunari e fanno apparire tali chi le maneggia. La maggioranza – che politicamente non è mai esistita, se non in chiave anti-Salvini – non ha metodo, salvo quello di rimandare sine die le decisioni, e soprattutto non ha punti di contatto nel merito delle questioni. Ognuno è portatore delle sue idee e dei suoi disegni – e fin qui è normale – senza però che ci sia la capacità e la volontà di discutere quelle degli altri per trovare la sintesi. In questo contesto, la mediazione permanente del presidente del Consiglio, oltre che infinita fino ad esaurire in essa il ruolo di Conte, appare sterile, proprio perché l’unico risultato che ottiene – e che lo stesso Conte persegue – è quello di buttare la palla avanti. In più pesa enormemente il processo di implosione di cui è preda il movimento 5stelle, che moltiplica la volatilità politica dell’esecutivo e mina la maggioranza. Fino a ieri il momento di verifica circa la tenuta giallorossa erano le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria; ora lo sono questioni esplosive, come la prescrizione; domani lo saranno le nomine, momento delicatissimo perché in ballo ci sono equilibri di potere tra i più significativi.

 

Reggeranno maggioranza e governo a queste continue fibrillazioni e alle lacerazioni profonde che esse comportano? Si possono avere varie opinioni su questo – per esempio una convincente è che cada il governo ma la maggioranza resti tale e faccio un nuovo esecutivo senza Conte – ma se tra poco nel contesto che vi abbiamo descritto si dovesse inserire quella cosa maledetta che è la recessione, beh allora ogni discussione sarebbe inutile, perché al suo effetto di deflagrazione politica non reggerebbe nessuno, tantomeno un assetto politico così precario come questo. Diverso, invece, è domandarsi se a reggere all’urto della recessione sarebbe il Paese. Perché, da un lato, le risorse e la fibra per resistere e far fronte all’ennesima crisi ci sarebbero. Ma è che sono state messe a dura prova da anni di decadenza della politica, talché molte risorse sono fuggite e quelle rimaste – un risparmio liquido di ben 1500 miliardi, il 65% del totale del debito pubblico – sono bloccate in impieghi non produttivi, mentre il morale è sotto la suola delle scarpe, e senza fiducia niente investimenti, e senza investimenti niente ripresa. Per questo tutto dipenderà, nel bene e nel male, dalla politica. Se il ritorno della parola recessione nel linguaggio quotidiano spaventerà a sufficienza – un po’ come fece lo spread nell’autunno nero del 2011 – allora, forse, ci potrà essere la giusta reazione e non tutto il male sarà venuto solo per nuocere. Se invece la crisi economica incombente sarà un’altra e più grave occasione di scontro, allora sarà un male che brucerà sulla nostra pelle il doppio. E saranno dolori veri. Incrociamo le dita.

 

Enrico Cisnetto

 

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, anni, banche, battaglia, calabria, cina, crisi, crisi economica, debito pubblico, demagogia, elezioni, elezioni regionali, estero, euro, globalizzazione, governo, istat, italia, macchine, mercato, merito, movimento, notizia, presidente del consiglio, processo

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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